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| Duetto amoroso |
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Il roveretano Giacomo Gotifredo Ferrari (1763–1842),
nonostante gran parte della sua attività sia stata
dedicata al teatro musicale e in generale alla sfera del canto,
scrisse e pubblicò moltissime raccolte di musica strumentale.
L'arpa compare spesso nella sua produzione, attenta anche
alle esigenze di un mercato europeo sempre più alla
ricerca di musica da suonare per intrattenimento domestico,
per le tante occasioni di tipo più o meno accademico,
o per alimentare il circuito del vero e proprio concertismo
virtuoso. Come la chitarra, l'arpa poteva essere una valida
alternativa al pianoforte nell'accompagnamento di strumenti
o voci, ma Ferrari la rende anche protagonista di diverse
composizioni: le tre sonate dell'op. 18 testimoniano un interesse
vivo per lo strumento a cavallo tra Sette e Ottocento, quando
ancora si può trovare il violino ad accompagnare l'arpa,
come recita il frontespizio della stampa di queste sonate,
e non viceversa (cosa che accadeva anche nel repertorio pianistico
o chitarristico); tutto questo prima che nei decenni successivi
il pianoforte si imponesse prepotentemente come dominatore
del mercato musicale.
«Mia madre non aveva altra eredità da lasciarmi
che la passione per l’arpa. Un maestro che avrebbe avuto
bisogno di apprendere ciò che insegnava, mi diede le
prime lezioni; […] Dopo tre mesi suonavo dei minuetti
e delle allemande abbastanza bene, o meglio, non peggio del
mio maestro. […] Tormentai mio padre per farmi avere
una buona arpa a pedali da Parigi (Jean–Marie Plane,
Principes pour la Harpe par J. B. Krumpholtz, 1800).»
Pur con il rischio, segnalato da Ursula Rempel, che lo schizzo
biografico da cui sono tratte sia più aneddotico che
realistico, queste parole rispecchiano la passione di Johann
Baptist Krumpholtz (1747–1790) per l’arpa, passione
che nutrì fin dall’infanzia e che realizzò
appieno all’età di venticinque anni. Nel 1773,
dopo un'esibizione di enorme successo presso il Burgtheater,
Haydn lo prese come allievo di composizione, lo fece chiamare
come arpista a Esterháza e negli anni seguenti lo aiutò
e lo sostenne nella sua carriera internazionale, che lo vide
protagonista in numerosi i concerti in tutta Europa. Krumpholtz
era interessato anche alla costruzione degli strumenti: a
Metz lavorò per mesi a bottega dal liutaio Christian
Steckler, la cui figlia Anne-Marie era una promettente arpista,
che Johann Baptist seguì come maestro e che in seguito
sposò. Esecutore di successo (forse però meno
abile della moglie) ma anche compositore prolifico soprattutto
per arpa, scrisse concerti, sonate e variazioni: quelle dell'op.
19 sono state composte su un tema dell’Andante della
Sinfonia L’imperiale n. 53 di Haydn, rendendo omaggio
al suo mentore musicale. Consapevole dei limiti dell’arpa
e forte delle esperienze di bottega liutaria, Krumpholtz contribuì
all'evolversi delle possibilità tecniche dello strumento,
sperimentando nuove caratteristiche. L’arpa possedeva
ancora una meccanica a movimento singolo, dove ogni pedale
poteva essere abbassato di una tacca alzando così la
nota corrispondente di un semitono; il meccanismo era costituito
da ‘uncini’ o ‘grucce’ che tiravano
le corde.
La Sonata KV 376 di Mozart, concepita originariamente per
violino e pianoforte, viene eseguita nel programma odierno
sostituendo l'arpa al piano, seguendo però la versione
originale. Questa sonata ha storicamente sempre riscosso un
grande successo presso arpisti e arpiste; successo durevole,
anche perché Johann Georg Heinrich Backofen (1768-1839),
clarinettista e arpista tedesco membro della cappella musicale
di corte di Gotha, ne pubblicò una fortunata trascrizione:
Sonate de Mozart avec accompagnement de flûte ou violon
et basse obligé arrangée pour harpe à
crochets, in cui però la parte dell'arpa risulta molto
semplificata. Backofen, che scrisse anche un metodo per arpa
piuttosto diffuso, fu maestro di Dorette Scheidler (1787–1834),
moglie di Louis Spohr (1784–1859), che come Anne-Marie
Steckler fu eccellente arpista e anche compositrice. Spohr,
abilissimo violinista (con Paganini tra i migliori dell’epoca),
da ragazzino aveva cominciato a suonare l'arpa, prendendo
lezioni ed accompagnandosi mentre cantava; ma poi, come racconta
nella sua autobiografia, con la muta della voce era rimasto
per un po' senza poter cantare e la pratica dello strumento
era stata completamente abbandonata. Per sé e per la
moglie però scrisse molti brani per violino e arpa,
eseguiti dalla coppia in tutta Europa.
Nella composizione per i due strumenti Spohr ricorreva a un
‘trucco’ per far sì che entrambi risuonassero
al meglio: scriveva le parti a mezzo tono di distanza. Egli
stesso spiega esplicitamente i motivi di questa scelta: «Giunsi
all'idea di accordare l'arpa un semitono sotto il violino.
Così ottenevo un doppio risultato. Dato che il violino
suona con maggior brillantezza nelle tonalità con i
diesis, e l'arpa invece al meglio in quelle con i bemolle
azionando meno possibile i pedali, in questo modo ottenevo
per entrambi gli strumenti le tonalità più convenienti
e efficaci: Re e Sol per il violino, Mi bemolle e La bemolle
per l'arpa. Un secondo vantaggio era che accordando bassa
l'arpa era più difficile che suonando si rompesse una
corda, cosa che nei concerti in sale calde succede facilmente
all'arpista, e turba il godimento dell'ascoltatore»
(Selbsbiographie, vol. I, ed. 1860, p. 103). L'omaggio mozartiano
nell'Andante della Sonata concertante op. 114 è nella
tradizione, iniziata nella seconda metà del Settecento,
del potpourri, della miscellanea di temi celebri più
o meno rielaborati o variati, ma in modo che siano sempre
riconoscibili; un'abitudine restata molto a lungo nella pratica
musicale ottocentesca, gradita sia al pubblico delle sale
da concerto, sia a quello degli acquirenti, ormai numerosi,
di partiture stampate. Per valutare appieno l'effetto che
le esecuzioni della coppia Spohr-Scheidler facevano sul pubblico,
aspetto importante anche per gli interpreti odierni, ci si
può rivolgere alle recensioni dell'epoca; è
interessante citare un passaggio dalla «Allgemeine musikalische
Zeitung», in cui si dice che nessuno strumento sarebbe
stato adeguato, e neanche l'abilità di Spohr avrebbe
soddisfatto pienamente gli ascoltatori, «se lei, con
la sua magia, con l'etereo respiro del suo suono, con il volo
delle sue mani in arpeggi di cento note in una volta sola,
con il suo tempo rubato, in perfetta sintonia con suo marito,
non avesse costretto gli ascoltatori ad un'attenzione così
intensa che nel silenzio creatosi si poteva sentire ogni respiro».
La perfetta sintonia è necessaria anche nel Duetto
amoroso di Niccolò Paganini (1782–1840), dove
l’arpa, sostituendo la chitarra per la quale il pezzo
era stato concepito, accompagna il violino, qui protagonista.
Il duetto è databile forse al 1807, e ad una prima
lettura sembrerebbe lontano dai virtuosismi arditi delle composizioni
più famose del violinista par excellence. Questo è
un dato che riguarda certamente la scrittura, piuttosto semplice;
è tuttavia probabile che proprio la linearità
della parte composta, ricca comunque di spunti per il musicista
in grado di coglierli, offrisse all'interprete (Paganini stesso
o qualunque altro violinista) la possibilità di integrare
secondo il talento individuale la composizione all'atto dell'esecuzione
con forme di variazione e improvvisazione che potevano rendere
molto più piccante il piatto offerto all'ascoltatore.
Anche perché il brano descrive dettagliatamente, com'è
evidente dalle didascalie delle diverse sezioni di questo
singolare pezzo, le diverse tappe dell'incontro tra due persone;
e se queste due persone sono musicisti capaci di interagire
efficacemente, lo spazio per un dialogo musicale che supera
la pagina scritta si può ampliare considerevolmente.
Alessia Ledda
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