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| I colleghi di Mozart |
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Il monastero austriaco di Melk, per tradizione, festeggiava
il passaggio dei convogli imperiali asburgici con musiche
originali e feste sceniche scritte da compositori locali.
Tra questi anche l'alumnus Johann Georg Albrechtsberger (Klosterneuburg
1736 – Vienna 1809), che nel 1765 scrisse un Singgedicht
per Giuseppe II e Maria Josepha di Baviera. Negli anni successivi
videro la luce concerti di organico inconsueto: quello per
trombone (1769), tre doppi concerti per scacciapensieri e
mandora (1769, 1770, 1771), uno per scacciapensieri e cembalo
(1771) e il concerto per arpa con viola obbligata (1773).
La scelta da un lato incontrava il gradimento degli imperatori,
che nei soggorni a Melk gradivano ascoltare virtuosi di strumenti
inconsueti – scacciapensieri, diversi strumenti simili
alla Glasharmonika e Holzenes Gelächter (uno xilofono)
–, dall'altro dimostrava l'abilità del compositore
nell'incanalare nella struttura del concerto classico le intime
e rare sonorità di quelle ‘curiosità musicali’.
Forse non a caso proprio in quegli anni (1772) Albrechstberger
divenne organista di Maria Teresa a Vienna.
Le partiture autografe dei concerti in programma (conservate
ora dopo essere state acquistate dalla famiglia Esterházy),
assai interessanti per il procedimento compositivo, contengono
schizzi sull’accordatura degli scacciapensieri e della
mandora, varianti esecutive, oltre ad uno schizzo di un quinto
concerto: indizi della stretta collaborazione tra compositore
ed esecutori. D'altra parte a Melk vivevano sia un rinomato
virtuoso di scacciapensieri (padre Bruno Glatzl, 1721–1773,
noto alle altezze imperiali), sia un suonatore di mandora
(padre Caspar Ebner von Ebenthal, 1719–1777, cadetto
di una famiglia aristocratica austriaca). Quest'ultimo però,
vecchio e malandato, nel 1740 era stato allontanato dall'orchestra
del convento perché debole di vista e incapace di suonare
a tempo, per cui si pensa che l'esecuzione sia stata affidata
ad un liutista di corte, forse il virtuoso boemo Carl Kohaut.
La mandora (detta talvolta calichon), tipo di liuto barocco
dall'accordatura semplificata simile a quella dell'odierna
chitarra, nacque in Boemia alla fine del Seicento su modello
della mandola e del colascione italiani (esportati idealmente
tramite la Commedia dell'arte), e si diffuse in varie taglie
come strumento didattico presso i conventi dell'area tedesca
(impero asburgico, Baviera e alcune zone della Germania).
Fu prediletto da dilettanti di vario livello, che su di essa
eseguivano musica solistica e d'insieme, liturgica (per esempio
le cantate di Georg Philipp Telemann), e da camera (concerti,
concerti grossi, trii, serenate, ecc).
Lo scacciapensieri, usato nell'arco alpino per lo più
come strumento per le serenate, seguendo la linea di pensiero
di Jean-Jaques Rousseau del ritorno alla natura, trovò
il suo spazio nella musica colta accanto alle cornamuse e
ad altri cosiddetti strumenti di bordone. Tecnicamente lo
strumento è un aerofono libero, dove il suono della
linguetta metallica viene amplificado e modulato tramite il
movimento della gola, come nel canto, in modo da ricavare
la melodia tramite i suoni armonici. Per l'esecuzione dei
concerti, in aderenza con l'autografo, sono necessari da 4
a 6 scacciapensieri, da alternare velocemente per coprire
tutta la gamma di suoni necessari.
Dei quattro concerti con scacciapensieri, tutti simili per
la struttura classica in quattro movimenti, si eseguono quello
in Re maggiore (1769) quello in Fa maggiore (1770). Il carattere
lineare del primo (il più simile alle numerose composizioni
con mandora conservate nei monasteri austriaci) si contrappone
allo stile più denso del Concerto in Fa, evidente soprattutto
nell’espressiva cantabilità del secondo movimento.
Dal punto di vista compositivo, Albrechtsberger mostra la
propria perizia mediante il dosaggio della sonorità
degli archi: ai Tutti degli archi (dove la mandora accompagna)
si alternano i soli della mandora stessa (dove gli archi risultano
evidentemente alleggeriti) e dello scacciapensieri (accompagnati
in modo ancor più lieve dai violini o dalla mandora);
nei soli a due strumenti il sostegno è dei soli violini
o del violoncello.
Nel secondo movimento del concerto in Fa si trova una fermata:
non essendo rimasta la cadenza originale, abbiamo voluto rendere
un omaggio al compositore e agli esecutori di allora realizzandone
una ispirata a quel misto di seriosa ortodossia, libera improvvisazione
virtuosistica e puro divertimento che dovevano aver affascinato
la corte imperiale ogni qualvolta aveva l’occasione
di ascoltare padre Glatzl e i suoi colleghi nel monastero
di Melk.
Il genere del divertimento caratterizza il periodo classico
almeno quanto la sinfonia, il concerto o il quartetto; il
suo successo però restò circoscritto (non
senza eccezioni) ad un ambiente, quello austro-boemo-tedesco,
e ai decenni che coincidono grosso modo con la vita di Mozart
(a prescindere dai precedenti storici in cui il termine
‘divertimento’ indicava qualcosa di diverso).
Nella seconda metà del Settecento il divertimento
era musica di ‘semplice ascolto’, spesso per
soli fiati o per soli archi (ma il termine nei fatti è
estremamente generico e si ritrova in contesti di organico
vari). Alla sfera del divertimento appartengono anche tutte
quei generi di musica da eseguire all'aperto oppure nel
corso dei pasti tipici del periodo classico come cassazioni,
serenate, notturni, Tafelmusik, Feldmusik… Il groviglio
di etichette è spesso inestricabile, anche per la
poca uniformità di intestazione nei manoscritti e
nelle stampe dell'epoca, e per l'abitudine a cambiare definizione
se lo stesso pezzo veniva ripreso in occasione diversa.
Anche la struttura formale dei divertimenti è tutt'altro
che uniforme: se ne trovano in tre o quattro movimenti,
simili a sonate, ma si può arrivare tranquillamente
ai nove movimenti, e fino ai tredici.
Il Divertimento in Do maggiore Hob. II:C5 di Haydn non è
di attribuzione univoca; è sopravvissuto solo in
copia presso la Stiftsbibliothek di Seitenstetten (Austria
Superiore), e alcuni studiosi ne contestano la paternità.
È destinato ad un quartetto d'archi, ma di tessitura
grave, o meglio, polarizzato tra le parti dei violini e
quelle di violoncello e contrabbasso, omettendo la viola
(esiste una parte per questo strumento, ma identica a quella
del violoncello che sembra essere la destinazione primaria,
eventualmente sostituibile con la viola). La differenza
rispetto alla scrittura di un quartetto classico è
qui molto evidente, al di là dell'organico: i movimenti
non rispettano quella che era ormai la fisionomia tipica
della forma-quartetto, il Presto iniziale è molto
meno impegnativo di un primo movimento di quartetto, non
solo per la durata ma anche per la scrittura; l'Adagio è
incorniciato tra due Minuetti, secondo un'abitudine ricorrente
nei divertimenti verso la creazione di strutture o microstrutture
cicliche; la conclusione è affidata ad un Adagio
con variazioni, che dimostra come il genere del divertimento
non ami articolarsi secondo strutture rigidamente determinate
a monte.
Altra vicenda, pure non semplice, è quella relativa
al Divertimento in Re maggiore Hob.III:8 con liuto. Presso
la Stadtbibliothek di Augsburg è conservata una delle
più grandi raccolte manoscritte di musica da camera
con liuto barocco, scritta per Wilhelmine di Prussia (poi
di Bayreuth), sorella di Federico il Grande, che suonava
il liuto ed era stata allieva diretta di Silvius Leopold
Weiss, il più grande liutista del secolo. La raccolta
contiene concerti, sonate, divertimenti e altro di autori
come Hagen, Kohaut, Sollnitz, Kühnel, Durant, Falkenhagen,
e tanti altri, quasi tutti liutisti. Tra i molti pezzi compare
un Quartetto a Liuto obbligato, Violino, Viola e Basso in
Re maggiore «di Hayden», che però corrisponde
al Quartetto op.2 n. 2 in Mi maggiore Hob III:8. La parte
del liuto (in intavolatura) riassume le parti del primo
violino e del violoncello, mentre le altre sono pressoché
invariate rispetto all'originale. Un problema interessante
sono le tonalità, che non rispettano i rapporti reciproci
tra i movimenti della versione originale, e potrebbero far
pensare alla necessità di scordature; alcuni indizi
lasciano anche sospettare che il pezzo non sia mai stato
eseguito per intero. In generale, a parte il problema delle
trasposizioni, la trascrizione è tuttavia molto fedele
alla prima versione. La raccolta, come un'altra conservata
a Bruxelles con caratteristiche simili, contiene anche altri
pezzi di Haydn; anche se non abbiamo certezze, un'ipotesi
plausibile è che le trascrizioni per liuto siano
dovute a Karl Kohaut, liutista di corte a Vienna che conosceva
personalmente Haydn.
Pietro Prosser – Albin Paulus
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