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Omnibus Mozart << Back

Sono molte le ragioni per cui si può trovare vantaggiosa la scelta di attualizzare la produzione artistica del passato adattandola alle coordinate estetiche del proprio tempo. Una di queste ragioni è di eminente pertinenza dell’ambito musicale e coincide con il proposito di enfatizzare o alterare a fini espressivi i significati che le parole vengono ad assumere, allorché si combinino con determinate forme dell’invenzione sonora. L’efficacia del connubio è biunivoca: si può dare musica del passato capace di esaltare in modo superlativo testi poetici o teatrali appartenenti al presente oppure musica del presente proficuamente innestata su testi poetici o teatrali del passato. In presenza di un risultato convincente, concepito sotto il segno dell’intelligenza storica e del buon gusto, nessuno sfasamento cronologico fra i due piani comunicativi avrà motivo di suscitare perplessità. Un madrigale di Monteverdi potrebbe fungere da ottimo commento ad una messa in scena di Pinter non meno di quanto i versi di Alceo potrebbero scorrere felicemente sul tappeto sonoro di pagine di Ligeti: di fronte a un’operazione in tal senso ben condotta, quale purista potrebbe sperare di essere preso sul serio qualora additasse come sacrilego l’atto di mandare a nozze il Passato con il Presente? È questa la filosofia a cui si ispira Omnibus Mozart, lo spettacolo presentato dagli allievi del Liceo «Antonio Rosmini» nel quadro delle proposte del XXII Festival Internazionale W.A. Mozart a Rovereto.

Cominciamo con lo scioglimento dell’enigma apparentemente racchiuso nel titolo. L’intenzionale ambivalenza del suo significato ruota attorno alla prima delle due parole, che si potrà legittimamente intendere come l’entità logica di un complemento di fine o di termine (omnibus = ‘per tutti’, ‘rivolto a tutti’) non meno che come l’entità grammaticale di un complemento sostantivato (omnibus era il vocabolo usato un tempo per designare mezzi di trasporto pubblico su ruote – tram a cavalli, torpedoni, autobus – destinati ‘a tutti’). In conclusione: un Mozart ‘per tutti’ non meno che un Mozart ‘viaggiante’.
Per capirne di più, entriamo nelle maglie del testo. I dodici quadri lungo cui si snoda la messa in scena accompagnano gli spettatori in una galleria di situazioni più o meno realistiche, assolutamente attuali per caratteri umani e ambientazioni, nelle quali la musica di Mozart svolge alternativamente il ruolo di pretesto, di spunto, di nodo, di perno o di complemento drammaturgico. In taluni casi essa scatena conflitti, in altri li compone; in alcuni momenti causa nei personaggi stati di crisi profonda, in altri li salva; qua si offre come occasione di godimento, là come fonte di inquietudine. La sua presenza è comunque costante, ridondante di proposito, a sottolineare l’infinità di metamorfosi, di ‘transustanziazioni’ cui può andare soggetta ogni prole della fantasia nell’incessante viaggio di sola andata che sempre più la allontana dal grembo della propria mente generatrice. Mai e poi mai il grande Salisburghese vivo ed operante, seduto allo scrittoio o alla tastiera, avrebbe potuto immaginare che, di lì a due secoli, un frutto del proprio estro creativo sarebbe arrivato a trasformarsi in crudele strumento di rieducazione carceraria (come si ipotizza nel nostro quadro dal titolo Musica al bando) o in cinico banco di prova per innamorati ciberdipendenti (come si ipotizza nel nostro quadro Chat Lovers). «È pur sempre teatro!», si obbietterà. Vero. La realtà ha tuttavia dimostrato di saper andare ben oltre. Si pensi a certi reggiseno da sexy-shop posti in produzione alcuni anni fa in Giappone, i quali, una volta indossati, liberavano dall’interno delle coppe motivi tratti dal Don Giovanni!
Ma la musica di Mozart, nel singolare cimento esibito quest’anno dagli allievi del «Rosmini», non è soltanto un oggetto metafisico in irreversibile viaggio di allontanamento dalle proprie origini e di avvicinamento alla nostra quotidianità. È anche un fisicissimo oggetto sonoro, concretamente e tangibilmente in viaggio fra le stanze del testo teatrale assegnatogli come dimora. Nel primo quadro la si trova ad apertura di sipario, con funzione di motivo scatenante nell’economia drammaturgica dello specifico episodio (Regalo di compleanno) e nondimeno in posizione di ouverture rispetto allo spettacolo nel suo insieme. Nell’ultimo quadro (Ultimo metrò) si propone come colpo di scena dopo l’ultima battuta di recitazione e nondimeno come sigillo conclusivo – come finale, per dirla alla maniera operistica – dell’intera pièce. A sipario ormai stabilmente sollevato, fra il secondo (Hotel della vergogna) e il penultimo quadro (Musica al bando), la si potrà ascoltare in punti di progressivo avanzamento verso il buio in cui culmina ogni segmento di rappresentazione: di episodio in episodio sempre più lontana dal prologo e, di conseguenza, sempre più vicina all’esodo.
Qualcuno già si starà chiedendo se, in un così sistematico processo di attualizzazione e di ricontestualizzazione di senso, la musica di Mozart riesca a trovarsi in qualche modo restituita allo spazio e al tempo che le furono propri. Sì; ci riesce attraverso tre intermezzi danzati i quali, cadendo a distanze regolari tra gruppi di quadri (di tre in tre, essendo i quadri dodici in totale), si proporranno come rassegna di tematiche di ‘filologico ripensamento’ all’Europa settecentesca. La prima azione coreutica, imperniata su un movimento di quartetto per flauto traverso e archi (l’Andantino iniziale del Quartetto in La maggiore KV 298 composto a Parigi nel 1778), riguarderà la dimensione etico-estetica della cosiddetta cultura galante; la seconda, danzata sul paradosso contrappuntistico del Minuetto della Sinfonia in sol minore KV 550 (Vienna, 1788), varrà come rimando al trionfare della Ragione illuminista sulle svenevolezze di un universo di affettazione sociale soffocato dalle sue stesse ciprie; la terza pantomima, giocata sull’ouverture del Ratto dal serraglio KV 384 (Vienna, 1782), rievocherà i primordi della civiltà interculturale di un Occidente in conflitto non meno che in osmosi con l’Oriente vicino: un mondo ‘altro’ tanto lontano per mentalità e tradizioni inassimilabili alle nostre, quanto imprescindibile per i benefici derivanti dal fertile nuovo comportato dalla sua diversità.

Danilo Faravelli






 

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