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Mozart'ango e altro << Back

«L’arte è un fare che, mentre fa, inventa il modo di fare». Con questa definizione del filosofo Luigi Pareyson è già posto il nesso tra inventare e trovare quel che già c’è – invenire. Ogni fare infatti si serve di strumenti che si trovano a disposizione, sotto mano; e insieme inventa, slanciandosi verso il nuovo e l’imprevedibile. È questo l’orizzonte dell’improvvisazione, una pratica esecutiva molto utilizzata nell’ambito dei repertori musicali popolari e nella musica jazz.
L’arte dell’improvvisazione tuttavia non è pratica recente, ma è costantemente presente nella storia della musica occidentale. Il canto gregoriano e la polifonia ad esempio si svilupparono inizialmente secondo questo modo di libero vincolo; e per tutto il Seicento e il Settecento l’accompagnamento nella musica da camera concertata era lasciato all’improvvisazione, sopra una sequenza di basso numerato. Nel periodo barocco improvvisare significava aggiungere, variare, abbellire una melodia. La fioritura (il passaggio in italiano, gli agréments dei francesi, le graces degli inglesi) era una consuetudine esecutiva che riguardava l’attività del musicista, e i compositori non si curavano di fissare sulla carta ogni minimo particolare. François Couperin (1668 - 1733) ne era ben consapevole, annotando: «ciò che scriviamo è diverso da quello che suoniamo». Nel Settecento l’ambito dell’improvvisazione si concentrerà poi sempre di più nella parte finale della frase, del movimento o dell'intera composizione musicale: la cadenza. Si può ricordare la citazione e l’omaggio di Chick Corea (1941) al Concerto per pianoforte e orchestra in La maggiore KV 488 di Mozart. Corea, insieme a Bobby McFerrin (1950), ha interpretato quel concerto improvvisando nei momenti di cadenza, volendo riprendere la prassi esecutiva e l’immediatezza espressiva dello stesso Mozart.
Invenzione creativa, quindi, e in corso d’opera; e insieme una viva sensibilità per il materiale rinvenuto, non solo nella tradizione colta, ma anche nel presente e nel passato recente, come accade quando ci si appresta a un bricolage. Allora il progetto costruttivo stesso non precede l’uso degli strumenti, ma dipende dalle cose che si hanno a disposizione, da quello che si trova nel proprio magazzino.
Nella musica colta la tendenza a citare la musica popolare, a inglobarla, a variarla, o semplicemente la disponibilità a lasciarsene influenzare nella fase compositiva, è ricorrente, tanto da poter citare esempi celeberrimi come La Sagra della Primavera di Stravinskij (1882) o la Sinfonia Pastorale di Beethoven (1770). Ci piace ricordare che anche già in Mozart, nel Don Giovanni (1787), una citazione di una musica popolare di provenienza veneta è presente nell’aria di Zerlina «Batti Batti o bel Masetto». I compositori di inizio Novecento hanno avuto un rapporto particolarmente assiduo con questa pratica.
Nel programma presentato dal Trio Janua la citazione è letteralmente più tematica, cioè più consapevole. I brani nascono dalla penna di compositori contemporanei che hanno scelto la via dell’impianto tonale; utilizzano quasi tutti la scrittura jazzistica-improvvisativa e si lasciano influenzare da temi popolari. In un ulteriore esercizio di deviazione creativa – secondo quel tradimento che andrà a costituire la tradizione – molti dei brani proposti dal gruppo strumentale sono stati arrangiati dalla musicista e compositrice Paola Crisigiovanni, che predilige un organico che accosti strumenti musicali della classica, come il violino, la viola e il pianoforte, e strumenti invece normalmente accostati ad altro genere di tradizione, come il saxofono. Con questo organico vengono raggiunte suggestioni timbriche davvero insolite. Il brano Children’s Song n. 6 del 1984 di Chick Corea, che offre continui spunti improvvisativi, era originariamente concepito per pianoforte e viene qui rielaborato per saxofono, viola e pianoforte. Nei Mozart’ango Paola Crisigiovanni estrapola temi tratti da diverse composizioni mozartiane e li sovrappone, incastra e a volte mischia a temi presi dal repertorio del tango argentino, per lo più di Astor Piazzolla (1921), creando così delle nuove piccole composizioni che non nascondono, anzi, vogliono evidenziare le loro matrici originarie: Mozart’ango dal Confutatis di Mozart, Tango della Muerte dalla Morte del Angel di Piazzolla e Lacrimosa di Mozart, Tango fantasia in re minore da Mozart, Tango dell’Invierno da Invierno Porteño di Piazzolla e Sonata KV 76 di Mozart, Quarantango da Libertango di Piazzolla e Sinfonia n. 40 di Mozart.
Fabrizio Festa (1960) si volge invece alla musica afroamericana, volendo rendere omaggio al carattere di soglia, di porta – janua – dell'impresa di collegare il passato della tradizione al presente della esecuzione e al futuro dell’improvvisazione. Che è poi l’impresa ‘di soglia’ della scoperta post-coloniale dei diversi mondi: qui, dei colori dell’Africa trasportati a forza in Occidente, e poi capaci di esprimersi. Il compositore spagnolo Pedro Iturralde (1929) nella Suite Hellénique (2008) si rifà a temi popolari greci, altamente espressivi e perfetti dal punto di vista formale. La Suite è introdotta dal motivo folcloristico della danza Kalamatianós (dalla città di Kalamata, nel Peloponneso), a cui si legano i movimenti Funky, Valzer, e le cadenze greche. L’intenzione del compositore è qui di creare un linguaggio di carattere jazzistico capace però di incorporare stili e generi di diversa provenienza, in una scrittura ricca di suggestioni.


Norma Torti




 

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