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La storia della musica pullula di personaggi secondari come
compositori o esecutori, ma estremamente importanti per la
loro funzione di ‘operatori culturali’, come si
direbbe oggi. Il barone Gottfried van Swieten (1733–1803),
instancabile promotore di incontri musicali e importante committente
nella Vienna di fine Settecento, è stato uno di questi.
Figlio del medico di Maria Teresa, dopo gli studi intraprese
la carriera diplomatica, che lo portò a Parigi, Bruxelles
e Varsavia; dal 1770 al 1777 si fermò a Berlino con
un incarico delicato: seguire gli accordi tra Austria e Prussia
sulla prima spartizione della Polonia. Di Berlino lo affascinò
la vita musicale e, grazie agli interessi particolari della
cerchia della principessa Anna Amalia, ebbe modo di accostare
anche molta musica dei decenni precedenti, altrimenti considerata
un po' démodé: l'incontro fatale con Händel
avvenne proprio in questo contesto. Tornato a Vienna, il barone
si rivolse alla Tonkünstler-Sozietät, che organizzava
concerti con organici molto ampi, per far eseguire alcuni
cori haendeliani. Il suo ufficio nella biblioteca imperiale,
di cui era prefetto, divenne sede di riunioni musicali di
carattere informale, a cui all'inizio degli anni Ottanta partecipava
anche il giovane Mozart, che così prese confidenza
con il vecchio Bach e con Händel. Dopo qualche anno van
Swieten fece un salto di qualità, e riunì attorno
a sé altri facoltosi amanti dell'arte dei suoni fondando
un'associazione dedita soprattutto alla promozione di esecuzioni
di oratori. Nacquero così le commissioni di lavori
originali e trascrizioni, culminate a fine secolo nei tre
grandi oratori tedeschi di Haydn: Le sette ultime parole di
Cristo, La creazione e Le stagioni. Mozart cominciò
a lavorare regolarmente per il barone nel 1787, e a stretto
contatto con lui tra il 1788 e il 1790 mise mano per i Cavalieri
associati a quattro partiture haendeliane di grandi dimensioni,
tradotte preventivamente in tedesco: Acis and Galatea (HWV
49a), The Messiah (HWV 56), Alexander's Feast (HWV 75), Ode
for St. Cecilia's Day (HWV 76).
L’approccio di Mozart fu di grande rispetto per Händel,
ma secondo i parametri dell’epoca. L’idea di fedeltà
alla volontà dell'autore, che oggi tendiamo a riferire
al testo musicale, all’epoca di Mozart veniva riferita
piuttosto allo spirito dell’opera. Se la lettera di
una composizione più antica era difficile da realizzare
così com'era, il trascrittore interveniva per adattarla
alle circostanze, convinto in coscienza di rendere pienamente
ragione alle idee del compositore. Così Wolfgang, alle
prese con partiture che lo ponevano di fronte ad a difficoltà
relative al tipo di scrittura, agli strumenti richiesti, o
a contraddizioni nel rapporto testo-musica dovute alla traduzione
in tedesco, pose in atto una serie di misure per permettere
al pubblico viennese di apprezzare profondamente il genio
del Sassone; modificare la lettera per salvare e far rivivere
lo spirito, insomma. Tradurre il testo era il primo passo
importante per questa politica di avvicinamento del pubblico:
van Swieten probabilmente si occupò in prima persona
di quelli di Aci e Galatea (originale di John Gay 1685–1732)
e dell'Ode di Santa Cecilia (originale di John Dryden 1631–1700),
utilizzò una traduzione di Karl Wilhelm Ramler (1725–1798)
per Alexander-Fest e un pasticcio da testi di Christoph Daniel
Ebeling (1741–1817) e Friedrich Gottlieb Klopstock (1724–1803)
per il Messia.
Gli interventi musicali si collegano ad aspetti ben precisi
delle partiture originali. Quando nacque Mozart, Händel
era ancora vivo (avrebbe potuto essere suo nonno); tuttavia
la loro musica appartiene decisamente a due mondi diversi.
Sullo sfondo sta anche il contesto sociale, politico e culturale
che distingue profondamente l'età di Händel da
quella di Mozart, illuminista e rivoluzionaria, percorsa da
forti tensioni e contraddizioni in campo politico, estetico,
spirituale, e perché no, anche musicale.
Una delle differenze più marcate tra prima e seconda
metà del Settecento è il rapporto col basso
continuo. Il periodo in cui visse Händel si definisce
anche ‘l'età del basso continuo’; al tempo
di Mozart invece il continuo esisteva ancora formalmente,
ma stava diventando in molti casi superfluo (come anche nelle
sezioni orchestrali e corali dei suoi adattamenti haendeliani)
oppure si stava trasformando in accompagnamento, con formule
molto semplici adatte a liberare la cantabilità della
melodia. Lo spazio che si veniva a creare nelle strutture
barocche tra basso e melodia, riempito solo dagli accordi
improvvisati dal continuista, era sentito come un vuoto: nelle
trascrizioni mozartiane dunque la realizzazione del continuo
è esplicita e affidata all'orchestra.
Un'altra diversità sensibile riguarda la presenza dei
fiati. Händel ne usava molti: oboi e fagotti, flauti
dolci e traversi, corni e trombe; gli esecutori però
erano in genere polistrumentisti che alternavano gli strumenti,
e difficilmente una pagina musicale ne presentava molti in
contemporanea. Il gusto dell'epoca prevedeva molte ‘spezie’
strumentali ma in successione, non riversate in un'unica pietanza.
Mozart mise mano perciò all'orchestrazione: arricchì
le partiture con i fiati che nell'orchestra del suo tempo
avevano un posto stabile, compresi i clarinetti, per ricoprire
le partiture del colore a cui i suoi contemporanei erano abituati,
e sostituì alla bisogna strumenti non più disponibili
o difficilmente utilizzabili. Altri interventi riguardano
la divisione in parti, spesso modificata rispetto a quella
originaria, l'introduzione di brani strumentali da altre composizioni
haendeliane oppure il numero di esecutori, dato che Mozart
poteva contare su una compagine orchestrale e corale piuttosto
robusta.
Accennando in concreto ad alcuni pezzi specifici, gli haendeliani
più esperti noteranno subito come l'ouverture dell'Ode
di S. Cecilia, affidata originariamente ai soli archi con
due oboi e basso continuo, nella versione mozartiana presenti
l'aggiunta di flauti, clarinetti, fagotti, corni, clarini
(trombe), timpani, con un impatto sonoro decisamente differente;
procedimenti analoghi si ritrovano in tutte le ouverture.
Nell'aria «Leidenschaften stillt und weckt Musik»,
concepita da Händel con violoncello obbligato e continuo
e con le parti superiori di archi che entrano solo nei ritornelli,
vengono aggiunti a Vienna flauti e fagotti, e gli archi accompagnano
in modo più assiduo, per sfuggire la formula ‘aria
con solo basso continuo’ che ormai non funzionava più.
L'aria «Der Flöte Klageton» è lasciata
sostanzialmente inalterata, con la sua delicata ed espressiva
strumentazione (traversiere e liuto); Mozart esplicita un
accompagnamento liutistico per la cadenza del flauto. La presenza
del liuto è interessante: alla fine del Settecento
lo strumento non era più così in voga come in
precedenza, e il fatto che la strumentazione dell'aria non
sia stata modificata è un dato importante, testimone
di un persistente interesse viennese per gli strumenti a pizzico.
In effetti Vienna ha continuato ad avere un liutista di corte
fino a Settecento molto inoltrato: Karl Kohaut (che ritroveremo
come possibile arrangiatore del Divertimento in Re maggiore
Hob. III:8 di Haydn con il Piccolo Concerto Wien) aveva questo
incarico, era tra i musicisti che frequentavano la cerchia
di van Swieten e certamente aveva partecipato, almeno come
violinista, ad esecuzioni bachiane e haendeliane prima del
1784, anno della sua morte (che lo esclude però dal
novero dei possibili liutisti per questo lavoro). C'è
tuttavia anche un'altra possibilità: Mozart potrebbe
aver avuto a disposizione un suonatore di mandora, lo strumento
(sostituto più semplice del complicato liuto barocco)
per cui Albrechtsberger aveva scritto i suoi doppi concerti
con scacciapensieri, molto in voga nell'area austro-boema
e molto diffuso anche tra i dilettanti.
Nell'aria da Alexander-Fest «Töne sanft, du lydisch
Brautlied» abbiamo un intervento non dissimile da quello
osservato per «Leidenschaften stillt und weckt Musik»:
all'originario solo violoncello e continuo vengono aggiunte
parti di flauto e fagotto, che intervengono soprattutto nei
momenti di pausa del canto. «Der Fürst, der seine
Glut umsonst verhelt» era stata scritta da Händel
per un organico semplice di violini all'unisono e basso continuo;
Mozart aggiunse flauto, due clarinetti e due fagotti a riempire
le pause degli altri strumenti, creando in questo modo una
continuità orchestrale molto più marcata rispetto
alla partitura originale.
Questi pochi esempi puntuali bastano a dar conto del modo
di procedere di Mozart: le stesse linee di comportamento si
ritrovano negli altri brani in programma. L'intento è
chiarissimo: ammodernare le partiture perché il pubblico
potesse continuare ad apprezzarle, toccando elementi più
di superficie che di struttura, evitando di dover ripristinare
pratiche desuete come l'accompagnamento di solo continuo,
tenendo conto che il pubblico era orientato ad apprezzare
l'orchestra come un continuum; il tutto anche nella convinzione
che queste composizioni richiedessero un'esecuzione solenne
e grandiosa, con compagini corali e orchestrali adeguate.
Le trascrizioni mozartiane, di grande importanza per la ricezione
dei lavori haendeliani (come quelle di Mendelssohn, di cui
si avrà un saggio nell'ultimo concerto del Festival),
sono state molto utilizzate, almeno fino a quando non si è
cominciato ad avvertire l'esigenza di tornare a quella ‘autenticità’
che oggi, più saggiamente, si chiama ‘prassi
storicamente informata’. Ironia della sorte, i criteri
della prassi esecutiva storica si applicano ormai anche alle
revisioni, testimoni di uno stadio ben connotato della ricezione
delle opere, interessante dal punto di vista storico ma anche,
spesso, ben riuscito da quello estetico. Agli interpreti dei
nostri giorni e alla loro sensibilità il compito di
rilanciare il fecondo dialogo a distanza tra il talento del
compositore originario e quello del revisore storico, permettendoci
di goderne i succulenti frutti.
Angela Romagnoli
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