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Ma chi fu veramente Lorenzo Da Ponte? Da dove veniva? Cosa
fece prima e, soprattutto, dopo l’irripetibile evento
della collaborazione con Mozart? Fu soltanto l’ambiguo
librettista, il privo di scrupoli e l’opportunista incallito
descritto nelle malevole biografie mozartiane? Ne “Il
cuoco di Mozart” si tenta di farlo raccontare a lui
stesso, immaginandolo calato nella nostra contemporaneità
ipertecnologica e depressa, nella quale, ne siamo sicuri,
Lorenzo Da Ponte si sarebbe trovato a meraviglia.
Certo se non fosse stato Mozart a musicare quei tre libretti
di Da Ponte, non staremmo qui a parlarne, ma Da Ponte ebbe
il merito indiscutibile di rispondere in maniera incredibilmente
felice alle esigenze, a volte difficili, del musicista. L’opera
lirica è un lavoro a più mani ove il libretto
fa da struttura portante alla costruzione musicale che verrà
poi. Fu, quella con Mozart, una collaborazione magica, rara,
quasi una catarsi che i due geni si indussero a vicenda.
Raccontare la vita di Lorenzo Da Ponte è come intraprendere
un viaggio affascinante e pericoloso attraverso l’Europa
di quegli anni – da Venezia a Londra – per giungere
alla fine, addirittura, nella lontanissima Nuova York. Perché
Da Ponte non attraversò solamente gli Stati, non solcò
gli oceani e basta, ma fu capace di attraversare la Storia
e di trascenderla tout-court, passando dalle Corti europee
dei sovrani mecenati alla nascente democrazia americana. Scrisse
più di trenta libretti d’opera, ma anche fini
componimenti poetici, oltre al volume delle memorie. Conobbe
gente come Gozzi, Metastasio e Foscolo, Casanova, Mozart,
Salieri, gli imperatori Giuseppe e Leopoldo, il suo successore.
Diffuse l’opera lirica e la letteratura italiana in
America. Fu il primo professore italiano alla celebre Columbia
University. Ma la sua grandezza fu un’altra. Nel corso
della sua lunga esistenza terrena, Da Ponte riuscì
a conquistarsi l’onore dei grandi, la fama e la gloria
e allo stesso tempo aveva un’abilità tutta particolare
per cacciarsi nei guai; poteva correre dalle stelle alle stalle
con una rapidità assoluta. Aveva il dono di non annoiarsi
mai dando continuamente fuoco alle polveri della creatività
e della fantasia. Genio e avventuriero sono le parole che
lo spiegano meglio. Eppure, ingiusto o no che sia, scherzo
del Fato o demerito imperdonabile, siamo tutti d’accordo:
furono quei cinque anni passati accanto a Mozart a collocarlo
nell’Olimpo della celebrità.
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