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| Bologna e Rovereto nel nome di Mozart:
oltre i confini
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La musica d’arte contemporanea è oggi, più
che in ogni altro periodo del recente passato, lo specchio
su cui si riflettono gli intensi ed intricati rapporti di
scambio tra le culture musicali di tutto il mondo. Nei decenni
passati questo fenomeno era visibile soprattutto nell’ambito
della world music, ovvero quel genere di musica leggera in
cui venivano inseriti elementi di carattere etnico: dalla
tarantella ai canti sardi, dalle sonorità irlandesi
ai bongos africani, dai ritmi balcanici a quelli latinoamericani.
Ma anche la musica colta non è rimasta insensibile
a questo sfumare dei confini geografici e degli stili musicali.
Contaminazioni di ogni sorta con materiali di origini popolari
europee ed extraeuropee sono state elaborate nelle opere dei
compositori contemporanei europei come György Ligeti,
Luciano Berio, Igor Stravinskij, André Jolivet, per
citare solo alcuni nomi che si inseriscono nella lunga tradizione
di quel fenomeno che è stato definito con il termine
di esotismo musicale e riferito alla cultura musicale occidentale
in rapporto con gli altri.
Ora, rovesciando la medaglia e considerando come punto di
partenza la musica d’arte delle culture extraeuropee
– per esempio la tradizione cinese, indiana, persiana
o latinoamericana – i risultati si rivelano sorprendentemente
affini a quelli già descritti. Il modello occidentale,
sia nei suoi aspetti classico-romantici sia in quelli più
d’avanguardia, appare interamente assorbito in un linguaggio
compositivo moderno che si fonde con elementi delle tradizioni
locali del tutto liberamente, secondo poetiche individuali
dei singoli autori.
Il concerto di questa sera, che nella sua prima parte avvicina
tre giovani compositori di provenienze musicali significativamente
diverse – un cileno, un italiano e un iraniano –,
rappresenta in questo senso una preziosa occasione come esperienza
d’ascolto di questa ricchezza di linguaggi e stili attraverso
cui si manifesta oggi la musica colta.
Il compositore cileno Javier Farías, vincitore dell’edizione
2008 del concorso «2 agosto» con il brano Canta
la Tierra, è anche un eccellente chitarrista e al suo
strumento ha dedicato numerosi brani per formazioni solistiche
e da camera. Tuttavia, nel brano Sobre el mundo la quietud
per orchestra, composto su commissione del Festival Mozart
ed eseguito questa sera in prima assoluta, la chitarra non
è presente. La travolgente tradizione del flamenco
e della cultura musicale cilena vengono in questo brano fortemente
stilizzati ed affidati a pochi elementi di carattere ritmico-melodico:
la cellula iniziale dei contrabbassi e violoncelli ossessivamente
ripetuta in tutte le sezioni solo strumentali e rafforzata
dalle note gravi ribattute nei fagotti, i frammenti melodici
dei legni che anticipano la flessuosità della parte
vocale. Il testo della poesia La noche della poetessa cilena
Gabriela Mistral (1889-1957), premio Nobel per la letteratura
nel 1945, viene affidato alla voce di soprano che si muove
quasi senza eccezioni nella parte più grave del registro,
risaltando così il timbro caldo ed intimo di una madre
che parla al figlio addormentato. Come un basso di passacaglia,
il motivo iniziale serpeggia lungo tutto il brano, lento ed
inesorabile, trasformandosi in lunghi accordi tenuti solo
per lasciare spazio alla voce e risaltare così l’espressività
del testo poetico. Così come le immagini intimistiche
del figlio dormiente, del tramonto e della rugiada lasciano
spazio al dinamismo della strada e del fiume, anche la grande
forma del pezzo si snoda come un alternarsi di sezioni ritmiche
piene di energia e ritmo, con quelle pervase da un lirismo
toccante e caldo.
Energico e inesorabile risuona il ritmo del rullante con cui
si apre …più forte della morte… di Pier
Paolo Cascioli, brano vincitore del Premio Mozart 2009. La
composizione si sviluppa intorno all’ossatura ritmica
composta a partire da una ricca sezione di percussioni: timpani,
wood blocks, gran cassa, rullante, xilofono, glockenspiel,
campane tubolari, gong, vibrafono, piatti. A completare questo
piano propulsivo e timbricamente ricco si aggiunge il gruppo
degli archi, caratterizzato, per mezzo degli accenti, da un’articolazione
ritmica irregolare. In questa atmosfera, striata da brevi
gesti melodici dei legni, una voce narrante e un violino solo
raccontano storie note: voi che sapete che cos’è
amore… Mozart affiora sulla superficie con sembianze
trasfigurate, un ricordo in mezzo a frammenti di altre immagini;
e anche quando la voce e il violino rimangono da soli, essi
sono uniti in un duetto di reminiscenze straniate. Ma l’intensità
cresce e il travolgente sentimento d’amore si trasforma
in puro ritmo contro il quale si stagliano le inflessioni
della voce narrante, ora in lingua spagnola, finché,
trascinata dalla tensione, essa non si libra nel canto vero
e proprio con il quale si chiude il crescendo finale. Due
esperienze d'amore, quello profano di Cherubino del testo
dapontiano e quello spirituale di San Giovanni della Croce,
da cui sono tratti i versi spagnoli, sono unite – sotto
un trasfigurato Cantico dei Cantici da cui deriva il titolo
stesso del brano – in una scrittura fortemente cromatica
e frastagliata. In un gioco di rimandi e citazioni, essa si
rivela memore non solo del passato viennese, ma per certi
versi anche delle esperienze espressive più recenti
come quelle dell’avanguardia italiana degli anni Sessanta.
Porta il titolo di un’antica lingua della Persia il
brano vincitore quest’anno del concorso «2 agosto».
Scritto da Amirhossein Eslami Mirabadi per orchestra e baritono,
Parsi mette in musica il testo epico del poeta Ferdowsi, che
1000 anni fa, dopo l’invasione degli Arabi, incoraggiò
la rinascita dell’antica lingua dei persiani. Compositore,
ma anche virtuoso di ney, flauto tradizionale iraniano, Eslami
riversa nella scrittura di Parsi stilemi melodico-ritmici
della cultura musicale persiana che conosce profondamente
come esecutore. Il tema della parte vocale e numerosi interventi
melodici dei singoli strumenti che accompagnano di volta in
volta gli interventi della voce, sebbene di invenzione dell’autore,
seguono nei loro aspetti melodici movimenti riconducibili
alla tradizione iraniana. Lo stesso linguaggio armonico, basato
su diversi tetracordi impiegati nella musica tradizionale,
conferisce al brano un’aura inconfondibile, così
come la scelta di articolare la parte vocale sempre nel metro
irregolare dei 7/8 oppure 5/8. Eppure, nonostante la presenza
di tanti elementi di carattere tradizionale, vi sono in questo
brano aspetti che lo collocano in un contesto più internazionale
ed contemporaneo. Si tratta soprattutto dell’uso del
basso ostinato, elemento non caratteristico per la tradizione
iraniana basata piuttosto sulla variazione e sull’ornamentazione,
che sulla ripetizione ossessiva di moduli. Lo stesso ritmo
dei 7/8 in certe sezioni tende a perdere la regolarità
della successione degli accenti pari e dispari, diventando
più autonomo e sviluppandosi verso una dimensione più
astratta. E ancora, vi è un certo lavoro motivico che
vede, per esempio, il tema delle trombe ripreso dai fiati,
poi dagli archi, secondo principi di elaborazione che vanno
al di là della scrittura prevalentemente melodica e
orizzontale iraniana. Oriente e Occidente sembrano volgere
lo sguardo ormai verso gli stessi orizzonti.
La seconda parte del programma torna alla tradizione classica
e all'asse portante di questa edizione del Festival Mozart,
con tre 'festeggiati' del 2009: Haydn, Händel e Mendelssohn,
questi ultimi accoppiati nella revisione che il compositore
di Amburgo fece di Acis and Galatea HWV9a. Mendelssohn è
noto per essere stato l'iniziatore della cosiddetta Bach-Renaissance,
a partire dall'esecuzione del 1829 della Passione secondo
Matteo, secondo i suoi parametri fedele all'originale. Ma
il suo lavoro è stato anche importante per la ricezione
di Händel, altro autore del passato cui egli dedicò
diversi progetti. L'interesse di Mendelssohn per il compositore
di Halle maturò a partire dal 1820, e rimase costante
nel tempo; Acis und Galatea risale al 1829 come la più
famosa ripresa della Passione bachiana sopracitata.
Come nel caso della revisione mozartiana (di cui si sono
ascoltati alcuni estratti nel concerto di apertura del Festival),
Mendelssohn sceglie la versione disponibile a stampa del
lavoro haendeliano, il masque scritto nel 1718 per Cannons;
e come Mozart egli avverte la necessità di adeguare
il colore orchestrale alle aspettative dei suoi contemporanei.
Così, se Händel aveva scritto la sua ouverture
per archi, oboi e basso continuo (che comprendeva presumibilmente
anche il fagotto), Mozart aveva aggiunto due clarinetti
e due corni e esplicitato la presenza di due fagotti, Mendelssohn
aggiunge anche i flauti, raddoppia i corni con le trombe
e inserisce i timpani, facendo, oltre che un'operazione
di natura timbrica, un ulteriore passo in avanti verso la
monumentalizzazione delle partiture haendeliane iniziata
praticamente già nelle grandi celebrazioni londinesi
per il primo centerario della morte del Sassone (1784, per
un errore di datazione). Anche l'ultimo intervento solistico
di Galatea, il recitativo «Wohlan! So üb ich
Götter Macht an Dich» e l'aria «Herz, der
süßen Liebe Bild» («'Tis done: thus
I exert my pow'r divine» e «Heart the seat of
soft delight» in originale), sono in Händel un
recitativo semplice, con il solo continuo, e un'aria accompagnata
da due flauti, due violini e continuo, in Mozart resta il
recitativo semplice e l'aria guadagna clarinetti e fagotti,
e in Mendelssohn il recitativo viene realizzato dagli archi
e l'aria accompagnata anche da clarinetti e corni. Le differenze
di orchestrazione sono l'aspetto più macroscopico
e più controllabile dell'adattamento mendelssohniano:
ma il secolo abbondante passato dalla prima versione haendeliana
si riflette anche sulle articolazioni e su tutti quegli
aspetti , attinenti in parte alla scrittura ma molto alla
prassi esecutiva (dinamica, agogica, fraseggio), che costituiscono
una parte essenziale dell'interpretazione musicale e sui
quali le diverse epoche storicamente hanno espresso sensibilità
molto differenti.
La Sinfonia n. 52 in do minore (1772) rappresenta l’apice
di quel periodo creativo di Franz Joseph Haydn spesso associato
con il movimento letterario Strum und Drang. Sebbene non
sembrano esserci stati rapporti diretti, le opere composte
tra il 1767 e il 1772 rivelano tuttavia una maggiore drammaticità
unita al recupero della scrittura contrappuntistica ed imitativa
(come nel conclusivo Finale: Presto di questa sinfonia)
e, al contempo, una maggiore intensità espressiva
rafforzata dall’uso di tonalità minori che
offrono al compositore un ricco ventaglio di modulazioni
inconsuete e rendono l’intreccio tematico più
imprevedibile ed interessante (I. Allegro assai con brio).
Ma Haydn non dimentica il suo modello degli anni giovanili
– Carl Philip Emanuel Bach – e dispiega nei
due movimenti centrali (II. Andante,III. Menuetto e Trio:
Allegretto) tutta la graziosità classica dei tempi
ternari che preludono così al ‘clima tempestoso’
del Finale.
Ingrid Pustijanac
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