| La rappresentazione teatrale
proposta questa sera dagli allievi del Liceo "A. Rosmini"
di Rovereto, intitolata Die Lauterflöte, è una libera rivisitazione
della celebre fiaba tedesca Il pifferaio magico. "Perché una
libera rivisitazione?", si chiederà qualcuno. "Non si sarebbe
potuto metterla in scena così come ci è stata consegnata dalla
tradizione? Dopotutto, connessioni con il tema conduttore
della XXI edizione del festival mozartiano - Die Zauberflöte
e i suoi rapporti con la cultura popolare - non sarebbero
mancate, se pure si fosse proceduto ad una drammatizzazione
del mito a partire da un'attenzione filologica al suo contenuto".
La risposta è "no"; e si fonda su un paio di buone ragioni.
Nella versione originale, la fiaba sarebbe parsa un po' troppo
fosca, con quel suo ben noto finale - piuttosto enigmatico,
quant'altri mai inquietante e comunque in scarsa sintonia
con la nostra mentalità "mediterranea" - secondo il quale
uno stuolo di bambini, sedotto dal potere della musica, finisce
inghiottito nel cupo ventre di una montagna per andare a godere
di una felicità dai contorni imprecisati e in ogni caso assai
poco plausibile, trattandosi, a conti fatti, di una moltitudine
infantile destinata a farsi immaginare con le fattezze di
una brügeliana processione di piccoli sepolti vivi. Il motivo
forte è stato tuttavia un altro, dettato da convenienze di
natura pedagogica più che da considerazioni di orientamento,
per così dire, antropologico. Era infatti nostra intenzione
approdare ad un evento spettacolare che sbalzasse a rilievo
la dimensione culturale, oggi più che mai sottovalutata, della
poesia e abbiamo concluso che la fiaba del magico acchiappatopi
di Hamelin, con gli opportuni rimaneggiamenti, rispondesse
alle nostre esigenze meglio di ogni altro archetipo di tradizione.
Nella nostra versione (in debito di più di un'idea verso la
reinterpretazione del mito cui la poetessa russa Marina Cvetaeva
attese nel 1925, tra Praga e Parigi, dando alla luce la satira
in versi de L'accalappiatopi), il protagonista è ben più del
prodigioso musicista capace di incantare uomini e animali
con il proprio strumento e imparentato in linea diretta con
Orfeo, l'autorevole esponente primigenio di una nutrita discendenza
di filarmonici stregoni. È un outsider, un soggetto paradigmaticamente
anomalo, la cui improduttività sociale (secondo la logica
ristretta di una visione del mondo che attribuisce merito
solo a chi sappia produrre ricchezza materiale) è motivo sufficiente
a farne un campione di emarginazione e di disadattamento:
un vagabondo, un senzatetto, un barbone. Ma Krisolof - questo
il suo nome, direttamente ripreso dall'opera della Cvetaeva
- è anche e soprattutto un poeta a tempo pieno il quale, incrollabilmente
fedele alla propria inconfondibile identità, si esprime esclusivamente
in endecasillabi sciolti, la più aulica e insieme la più discorsiva
fra le istituzioni metriche di casa nostra. Questa sua straordinaria
facoltà comunicativa è alla base della doppia azione moralizzatrice
in cui lo si vedrà impegnato nello snodarsi dell'azione drammatica.
Da una parte, essa gli permetterà di proporsi come possibile
rimedio al dilagare di un cinismo e di una crudeltà perlopiù
gratuita divenuti bandiera comportamentale fra i diseredati
delle periferie urbane più degradate. Dall'altra, gli consentirà
di umiliare e punire la durezza di cuore della miope, ottusa
e grossolana comunità di Hamelin, incapace di predisporsi
a sentimenti di sincera gratitudine verso l'uomo semplice,
l'artista, che avrebbe modo di provvedere ad un radicale risanamento
della sua vita sociale; e questo per la semplice ragione che
il compenso preteso da Krisolof, a pagamento della propria
"azione di bonifica" mediante la poesia, non corrisponde ad
una somma in denaro, bensì alla mano di Greta, la bella figlia
del borgomastro, negata al bizzarro pretendente - oscuro nella
sua indecifrabile diversità e perciò temibile - a causa della
presunta indegnità del suo status di vagabondo e perdigiorno.
Ed ecco, su questo nodo della poesia intesa come strumento
moralizzatore, la nostra messa in scena riagganciarsi sia
pure per sommi capi al canone fiabesco del Pifferaio magico.
In Die Lauterflöte, il rapimento in massa dei freschi virgulti
della comunità di Hamelin e, con essi, di tutte le speranze
del borgo in un futuro di rinnovata prosperità, non manca
di offrirsi come ortodossa "catastrofe drammatica" coerente
con il modello popolare; a darsi come dato di sostanziale
novità è l'effetto che il sequestro sortisce sui sequestrati.
I fanciulli non spariranno nell'oscuro ventre di pietra di
una montagna arcigna e misteriosa, il cui cuore nasconde chissà
quale abisso di claustrofobica felicità. Beneficamente contagiati
dal loro rapitore, prenderanno invece ad esprimersi in versi
e ad entrare in stabile possesso del più nobile dei linguaggi
verbali, la poesia, assumendolo come strumento di una comunicazione
largamente condivisa, quotidiana, con grave scorno per la
grettezza mentale degli irriconoscenti adulti, loro genitori
e concittadini.
Die Lauterflöte… Die Zauberflöte … L'assonanza fra i due titoli
è - occorre ammetterlo? - il risultato di una scelta meditata.
Giocando con una punta di bonario sarcasmo su chi, ancor oggi,
nell'epoca dell'internautica acculturazione coatta, si macchia
dell'ingenuità di confondere la strampalata trama dell'ultima
opera tedesca di Mozart con il contenuto assai più lineare
della fiaba del pifferaio di Hamelin (accade più spesso di
quanto non si creda che, nel bel mezzo di una lezione di Educazione
musicale, un docente assunto in ruolo a tempo indeterminato
e pagato con il denaro dei contribuenti introduca i propri
allievi all'ascolto del Flauto magico di Mozart descrivendo
orde di topi fatte annegare nelle acque del fiume Weser -
che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa - grazie
alla valentia musicale di un principe di nome Tamino; fine
dell'inciso), abbiamo voluto puntare sullo scarto di significato
prodotto dall'accostamento di due aggettivi dal suono simile
(lauter e zauber). Quanto è zauber, ovvero "magico", il flauto
di Tamino, tanto lauter, ovvero "schietto e genuino", è il
piffero di Krisolof. Lavorando con una compagnia teatrale
di adolescenti, i quali, se non altro per prossimità cronologica,
è improbabile si siano già del tutto sganciati dalla "confortevolezza"
degli anni dell'infanzia, anni in cui è la magia a risolvere
tutti i problemi, non ci è parso inopportuno profittare dell'occasione
per perorare la causa di un rilancio di fiducia a favore della
forza propositiva che ognuno di noi dovrebbe cogliere nella
propria volontà individuale come risorsa "schietta e genuina"
per cambiare le cose in meglio. In assenza di uno intervento
metafisico (zauber) che ci soccorra nella ricerca della felicità,
non è meglio affidarsi al sano pragmatismo della propria schietta
e genuina (lauter) volontà di incidere sulla realtà, prima
di gettare la spugna?
Certo, in tutto questo, in questo nostro programmato e strumentale
rimescolamento di elementi fono-lessicali, restava sottinteso
che qualcosa pure si dovesse al padre dell'idea primaria,
al grande Mozart. Perciò, nessuno si stupisca del fatto che,
dall'apertura alla chiusura del sipario, ognuna delle musiche
di scena della Lauterflöte sia stata chiesta in prestito alla
"schietta e genuina" perfezione della Zauberflöte.
Danilo Faravelli
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