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TEATRO
Domenica, 5 ottobre 2008 (h. 21)
Rovereto, Auditorium MART
Allievi del Liceo Rosmini: Die Lauterflöte

La rappresentazione teatrale proposta questa sera dagli allievi del Liceo "A. Rosmini" di Rovereto, intitolata Die Lauterflöte, è una libera rivisitazione della celebre fiaba tedesca Il pifferaio magico. "Perché una libera rivisitazione?", si chiederà qualcuno. "Non si sarebbe potuto metterla in scena così come ci è stata consegnata dalla tradizione? Dopotutto, connessioni con il tema conduttore della XXI edizione del festival mozartiano - Die Zauberflöte e i suoi rapporti con la cultura popolare - non sarebbero mancate, se pure si fosse proceduto ad una drammatizzazione del mito a partire da un'attenzione filologica al suo contenuto". La risposta è "no"; e si fonda su un paio di buone ragioni. Nella versione originale, la fiaba sarebbe parsa un po' troppo fosca, con quel suo ben noto finale - piuttosto enigmatico, quant'altri mai inquietante e comunque in scarsa sintonia con la nostra mentalità "mediterranea" - secondo il quale uno stuolo di bambini, sedotto dal potere della musica, finisce inghiottito nel cupo ventre di una montagna per andare a godere di una felicità dai contorni imprecisati e in ogni caso assai poco plausibile, trattandosi, a conti fatti, di una moltitudine infantile destinata a farsi immaginare con le fattezze di una brügeliana processione di piccoli sepolti vivi. Il motivo forte è stato tuttavia un altro, dettato da convenienze di natura pedagogica più che da considerazioni di orientamento, per così dire, antropologico. Era infatti nostra intenzione approdare ad un evento spettacolare che sbalzasse a rilievo la dimensione culturale, oggi più che mai sottovalutata, della poesia e abbiamo concluso che la fiaba del magico acchiappatopi di Hamelin, con gli opportuni rimaneggiamenti, rispondesse alle nostre esigenze meglio di ogni altro archetipo di tradizione.
Nella nostra versione (in debito di più di un'idea verso la reinterpretazione del mito cui la poetessa russa Marina Cvetaeva attese nel 1925, tra Praga e Parigi, dando alla luce la satira in versi de L'accalappiatopi), il protagonista è ben più del prodigioso musicista capace di incantare uomini e animali con il proprio strumento e imparentato in linea diretta con Orfeo, l'autorevole esponente primigenio di una nutrita discendenza di filarmonici stregoni. È un outsider, un soggetto paradigmaticamente anomalo, la cui improduttività sociale (secondo la logica ristretta di una visione del mondo che attribuisce merito solo a chi sappia produrre ricchezza materiale) è motivo sufficiente a farne un campione di emarginazione e di disadattamento: un vagabondo, un senzatetto, un barbone. Ma Krisolof - questo il suo nome, direttamente ripreso dall'opera della Cvetaeva - è anche e soprattutto un poeta a tempo pieno il quale, incrollabilmente fedele alla propria inconfondibile identità, si esprime esclusivamente in endecasillabi sciolti, la più aulica e insieme la più discorsiva fra le istituzioni metriche di casa nostra. Questa sua straordinaria facoltà comunicativa è alla base della doppia azione moralizzatrice in cui lo si vedrà impegnato nello snodarsi dell'azione drammatica. Da una parte, essa gli permetterà di proporsi come possibile rimedio al dilagare di un cinismo e di una crudeltà perlopiù gratuita divenuti bandiera comportamentale fra i diseredati delle periferie urbane più degradate. Dall'altra, gli consentirà di umiliare e punire la durezza di cuore della miope, ottusa e grossolana comunità di Hamelin, incapace di predisporsi a sentimenti di sincera gratitudine verso l'uomo semplice, l'artista, che avrebbe modo di provvedere ad un radicale risanamento della sua vita sociale; e questo per la semplice ragione che il compenso preteso da Krisolof, a pagamento della propria "azione di bonifica" mediante la poesia, non corrisponde ad una somma in denaro, bensì alla mano di Greta, la bella figlia del borgomastro, negata al bizzarro pretendente - oscuro nella sua indecifrabile diversità e perciò temibile - a causa della presunta indegnità del suo status di vagabondo e perdigiorno. Ed ecco, su questo nodo della poesia intesa come strumento moralizzatore, la nostra messa in scena riagganciarsi sia pure per sommi capi al canone fiabesco del Pifferaio magico.
In Die Lauterflöte, il rapimento in massa dei freschi virgulti della comunità di Hamelin e, con essi, di tutte le speranze del borgo in un futuro di rinnovata prosperità, non manca di offrirsi come ortodossa "catastrofe drammatica" coerente con il modello popolare; a darsi come dato di sostanziale novità è l'effetto che il sequestro sortisce sui sequestrati. I fanciulli non spariranno nell'oscuro ventre di pietra di una montagna arcigna e misteriosa, il cui cuore nasconde chissà quale abisso di claustrofobica felicità. Beneficamente contagiati dal loro rapitore, prenderanno invece ad esprimersi in versi e ad entrare in stabile possesso del più nobile dei linguaggi verbali, la poesia, assumendolo come strumento di una comunicazione largamente condivisa, quotidiana, con grave scorno per la grettezza mentale degli irriconoscenti adulti, loro genitori e concittadini.
Die Lauterflöte… Die Zauberflöte … L'assonanza fra i due titoli è - occorre ammetterlo? - il risultato di una scelta meditata. Giocando con una punta di bonario sarcasmo su chi, ancor oggi, nell'epoca dell'internautica acculturazione coatta, si macchia dell'ingenuità di confondere la strampalata trama dell'ultima opera tedesca di Mozart con il contenuto assai più lineare della fiaba del pifferaio di Hamelin (accade più spesso di quanto non si creda che, nel bel mezzo di una lezione di Educazione musicale, un docente assunto in ruolo a tempo indeterminato e pagato con il denaro dei contribuenti introduca i propri allievi all'ascolto del Flauto magico di Mozart descrivendo orde di topi fatte annegare nelle acque del fiume Weser - che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa - grazie alla valentia musicale di un principe di nome Tamino; fine dell'inciso), abbiamo voluto puntare sullo scarto di significato prodotto dall'accostamento di due aggettivi dal suono simile (lauter e zauber). Quanto è zauber, ovvero "magico", il flauto di Tamino, tanto lauter, ovvero "schietto e genuino", è il piffero di Krisolof. Lavorando con una compagnia teatrale di adolescenti, i quali, se non altro per prossimità cronologica, è improbabile si siano già del tutto sganciati dalla "confortevolezza" degli anni dell'infanzia, anni in cui è la magia a risolvere tutti i problemi, non ci è parso inopportuno profittare dell'occasione per perorare la causa di un rilancio di fiducia a favore della forza propositiva che ognuno di noi dovrebbe cogliere nella propria volontà individuale come risorsa "schietta e genuina" per cambiare le cose in meglio. In assenza di uno intervento metafisico (zauber) che ci soccorra nella ricerca della felicità, non è meglio affidarsi al sano pragmatismo della propria schietta e genuina (lauter) volontà di incidere sulla realtà, prima di gettare la spugna?
Certo, in tutto questo, in questo nostro programmato e strumentale rimescolamento di elementi fono-lessicali, restava sottinteso che qualcosa pure si dovesse al padre dell'idea primaria, al grande Mozart. Perciò, nessuno si stupisca del fatto che, dall'apertura alla chiusura del sipario, ognuna delle musiche di scena della Lauterflöte sia stata chiesta in prestito alla "schietta e genuina" perfezione della Zauberflöte.

Danilo Faravelli

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