| Quando, nel non lontano 1914,
l'assassinio di Sarajevo scatena lo scoppio della prima guerra
mondiale, il trentanovenne Maurice Ravel (1875-1937) vorrebbe
arruolarsi nell'esercito ma viene ritenuto inabile a causa
della statura troppo bassa e della costituzione eccessivamente
minuta. Il notevole dispiacere e la forte depressione che
lo colpiscono per il senso di inferiorità provato nei confronti
di amici e colleghi, lo portano a ritirarsi nella quiete dell'atmosfera
propizia della piccola località basca di Saint-Jean-de-Luz,
dove conduce a termine con straordinaria rapidità (il manoscritto
indica che fu scritto tra il 3 aprile e il 7 agosto del medesimo
anno) il Trio in la maggiore per violino, violoncello e pianoforte.
In una lettera all'amico Rolan-Manuel del 1 ottobre 1914,
oltre che alla sua situazione emotiva personale, fa riferimento
al Trio en fa majeur pour piano, violon et violoncelle di
Alberic Magnard (1865-1914), tragicamente perito il 3 settembre
1914 mentre difendeva la sua villa, che i soldati tedeschi
incendiarono:
[…] lo so bene, mio caro amico, che facendo musica io lavoro
per la patria! Almeno da due mesi me lo dicono con sufficiente
insistenza per convincermi; dapprima tentando di impedire
che mi presentassi, poi per consolarmi dell'insuccesso. Non
hanno impedito niente e non mi consolo. Dovrò attendere, per
l'agire, l'arrivo di 2 ulani nel giardino che non c'è e che
circonda il progetto della mia villa a St-Jean-de-Luz? Alla
fine dei conti ho composto un Trio come il povero Magnard:
è pur sempre un inizio. […]
Così come tutto il suo esiguo ma pregevole gruppetto di lavori
cameristici (che comprende fra l'altro un impegnativo Quartetto
per archi ed una matura Sonata Postuma per violino e pianoforte),
anche il Trio, la cui prima esecuzione avvenne il 28 gennaio
1915 in occasione di un concerto parigino della Societé Musicale
Indipendante, si modella sulle tradizionali forme mutuate
dal passato, che affondano le radici nel primo classicismo,
al contrario dell'intero complesso della produzione raveliana.
Musica assoluta, quindi, inequivocabilmente per "addetti ai
lavori" alla quale Ravel "destinò l'aspetto più segreto della
sua creazione" (Casini), ricca e ormai forte di quella esperienza
compositiva matura padrona dei più diversi generi musicali,
in grado di affrontare una vasta architettura formale. Contrariamente
a quanto accade nel Quartetto, qui non vi sono ritorni tematici
né speculari rimandi tra i movimenti; l'individualità timbrica
di ogni singolo strumento viene tenuta in particolare considerazione
nel corso dell'intera composizione in cui il primo tempo,
un ampio Modèrè concepito in forma sonata, ha inizio con l'esposizione
da parte del pianoforte di un tema di canzone popolare basca
dall'andamento ritmico cullante, disteso su un prolungato
pedale di dominante; si accodano violino e violoncello all'unisono
che accompagnano con una maggiore densità, fino a che il violino,
sostenuto dalle sonorità "a carillon" del pianoforte espone
il secondo tema, che si riconnette al regno fatato degli incantesimi
e delle fiabe per i quali Ravel ebbe sempre una speciale predilezione.
Questo primo movimento era stato in un certo senso anticipato
nell'Allegro di Sonata Postuma, alla quale può venire accostato
non solo per la palese affinità tra i temi iniziali, ma anche
per la stretta analogia di alcune metodologie compositive.
Il movimento successivo Assez vif, inserito nella posizione
tradizionalmente occupata dallo Scherzo, reca una suggestiva
indicazione inclusa a mo' di titolo, Pantoum che allude ad
un particolare tipo di declamazione cantata, in forma strofica,
tipica della cultura maltese, indicazione desunta dall'opera
poetica di Gautier e di Baudelaire che occasionalmente utilizzarono
nelle loro composizioni questo particolare schema metrico
(nel quale i versi pari di ogni quartina vengono a coincidere
esattamente con quelli dispari della successiva). Tre sono
i temi che costituiscono l'ossatura di tale movimento: acuminato
e irto il primo, alquanto più sentimentale e appassionato
il successivo e infine il terzo, metamorfosi del primo. Un
senso di "austera gravità" (Piovano) si propaga dal successivo
Tres Large, che l'autore volle qualificare come Passacaglia,
anche se molto deboli appaiono i legami con l'antica forma
barocca: non ne ricalca infatti il tradizionale schema, ma
ne suggerisce solo un certo clima espressivo; da questo movimento
centrale si evince la raffinata eleganza della scrittura solistica
e la delicatezza raveliane, proprie anche dell'Adagio centrale
del Concerto in Sol.
Il festoso Final presenta un leggiadro tema di danza, che
sfocia in un tripudio di sonorità composta da sovrapposizioni
di accordi perfetti e dalla luminosa chiarezza della tonalità
di La Maggiore, conferendo al Trio un colore pittoresco, violento
ed esuberante al tempo stesso.
Nato contemporaneamente alla Settima Sinfonia il Trio in si
bemolle maggiore (Op. 97) appartiene al cosiddetto secondo
periodo beethoveniano (1803-1814) e fu composto tra l'estate
del 1810 e la primavera del 1811, anche se gli schizzi sono
datati già 1810.
La prima esecuzione pubblica fu data l' 11 aprile 1814 per
una associazione di beneficenza, nella sala dell'Hotel viennese
"Zum Römischen Kaiser": gli interpreti, oltre al compositore
stesso al pianoforte, furono Ignaz Schuppanzig al violino
e Josef Linke al violoncello.
La composizione è conosciuta anche come Trio dell'Arciduca,
poiché fu dedicata all'arciduca Rodolfo d'Asburgo (1788-1831),
nobile di altissimo lignaggio, figlio minore dell'imperatore
Leopoldo II e arcivescovo di Olmütz (fin dal 1804), nonché
commissionario e dedicatario dell'opera: fu una figura centrale
nella vita di Ludwig van Beethoven (1770-1827), il quale nutriva
una sincera e profonda devozione per l'arciduca, ricambiata
da una vera e propria adorazione. Sappiamo che Rodolfo conservò
gelosamente tutte le lettere del compositore e che collezionava
suoi autografi e prime edizioni. Allievo di pianoforte e composizione
di Beethoven, Rodolfo fu il suo principale mecenate, colui
che gli assicurò la sicurezza economica essenziale allo svolgimento
dell'attività artistica. Se la dedica certo non fu un mero
obbligo formale, nella società del primo Ottocento essa aveva
anche un significato pubblico ed istituzionale. Per questo
l'arciduca fu destinatario anche di altre importanti opere
quali il Concerto per pianoforte n. 4 Op. 58, il n. 5 Op.
73, la Sonata degli Addii, la versione per pianoforte del
Fidelio, le Sonate per pianoforte Op. 106 e 111, la Missa
Solemnis Op. 123, la Fuga per quartetto d'archi Op. 133 e
la relativa trascrizione per pianoforte a quattro mani, Op.
134.
Il Trio si caratterizza per la vastità delle dimensioni, la
grandiosità dell'architettura, i singolari effetti ritmici,
armonici e timbrici.
Il tradizionale Allegro moderato d'apertura in forma sonata
presenta un primo tema ripetuto oltre i limiti; la seconda
idea appartiene, invece, già all'ultimo stile del compositore
ed è trattata nella sua dolcezza e melanconia con maggiore
senso della misura. Beethoven, in modo piuttosto inconsueto
ma non a lui estraneo, fa seguire all'Allegro lo Scherzo,
pure nella tonalità d'impianto che fa pensare a una danza
gioiosa, cui si contrappone il Trio centrale, a sua volta
distinto al suo interno (altra singolarità) in due episodi:
oscuro e tenebroso il primo (in piano), con un soggetto cromatico
che passa in imitazione tra tutti e tre gli strumenti; accordale
e affermativo il secondo (fortissimo). L' Andante cantabile
in re maggiore consta di un tema con variazioni: ad ognuna
di esse il tema è trasfigurato sotto l'aspetto armonico, timbrico,
dinamico.
Difficile all'ascolto ed estremamente impegnativo per il salto
che lo separa dai due tempi precedenti, il Trio anticipa gli
ultimi grandi quartetti e rivela quella propensione a dare
il meglio di sé nei tempi lenti che caratterizza l'estrema
produzione beethoveniana. Il movimento conclusivo (Allegro
moderato) è in forma di rondò, con un ampio episodio finale
in Presto, nel quale si passa dal metro binario al 6/8 (quasi
una tarantella).
L'Arciduca rimane forse non del tutto a torto il Trio beethoveniano
per eccellenza, come somma dei pregi e dei difetti di una
fase di ricerca e di grandi difficoltà in essa presenti. Non
dimentichiamo che per quanto discutibile è l'unica luce a
brillare nel grigiore delle composizioni di quei mesi (basti
pensare alle musiche di scena per Le rovine di Atene di Kotzebue
e il Re Stefano, tanto per citare le più conosciute).
Di questa composizione il violinista e compositore Ludwig
Spohr scrisse: "Il povero sordo suonava nei passaggi in forte
schiacciando sui tasti tanto da fare scordare le corde, e
nei piano talmente piano che interi gruppi di note non si
sentivano".
Irene Biondi
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