TEATRO ( 2006)

30 Settembre
a Rovereto

"Mitridate di Porpora "  
Prima di prendere in esame lo specifico contenuto musicale dell’odierna serata, l’autore delle presenti note di sala ritiene giusto e doveroso sottolineare i meriti di un Festival che offre la possibilità di ascoltare, a confronto ravvicinato, due opere sul medesimo soggetto, intonate in epoche diverse da due diversi compositori. Non sono molte, attualmente, le istituzioni che, a dispetto della dilagante "religione della fatuità" (vero oppio della mente dell’uomo d’oggi), si lancino in proposte di conoscenza e di riflessione così appassionanti e, nel contempo, così impegnative. Diciamolo una volta per tutte: a infervorare la disposizione estetica della persone più permeabili alla bellezza dei prodotti della fantasia e dell’ingegno umano non può essere soltanto la godibilità di opere che, per le più svariate ragioni, detengano il potere di sedurre fin dal primo contatto, grazie all’immediatezza del loro fascino; ad eccitarla possono provvedere anche operazioni che pretendono percorsi di gradimento più complessi e comunque meno lineari. Accostarsi oggi ad una rarità teatrale come Mitridate, nella versione musicale di Nicola Antonio Porpora (1686-1768), è un’avventura di conoscenza che comporta il superamento di una doppia ritrosia: da una parte c’è la naturale diffidenza che si prova nei confronti di prodotti drammatici che abbiano ormai pochissimo da spartire con la nostra visione del mondo (estetica in primis, ma anche politica e sociale), d’altro lato c’è la curiosità intellettuale, inevitabilmente fiacca, che si accende di fronte al nome di un compositore che tre secoli di storia abbiano sepolto sotto una pesante coltre di oblio. Ben venga dunque la funzione di battistrada svolta in tal senso dall’omonimo dramma di Mozart. Del suo Mitridate non si potrà certo dire che sia, in assoluto, più pregevole di quello di Porpora; semplicemente, rispetto alla versione del maestro napoletano, quella del Salisburghese presenta l’indubbio vantaggio di recare la firma di un artista la cui attuale notorietà planetaria, nel bene e nel male, fa del suo nome un simbolo venerabile indipendentemente dai meriti specifici di ogni singolo lavoro che da esso discenda.
Rispetto al quattordicenne Mozart che, nel 1770, a Milano, con il suo Mitridate, Re di Ponto sarebbe stato applaudito come drammaturgo esordiente nell’agone dell’opera seria, Porpora era nel pieno della sua carriera di musicista teatrale allorché, tra il 1730 e il 1736, prima a Roma e poi a Londra, portò sulle scene due diverse stesure di quello stesso soggetto (il Mitridate che si rappresenta nel nostro Festival è il risultato della fusione delle due versioni). La nascita napoletana, la frequentazione di uno dei quattro celebri Conservatori della città partenopea, il favore di personaggi influenti e una straordinaria sensibilità per il fattore vocale dell’arte compositiva (nei manuali di storia da musica, si fa spesso menzione di Porpora come di uno dei più grandi maestri di canto di tutti i tempi) ne avevano fatto ben presto una stella di prima grandezza nel firmamento della produzione musicale per la scena. Napoli e Vienna erano stati i perni attorno a cui aveva ruotato l’inizio della sua carriera; a Roma aveva cominciato ad acquistare popolarità nel 1718, mettendo a punto per il Teatro Capranica Berenice, regina d’Egitto in collaborazione con Domenico Scarlatti. Quando, in occasione del carnevale del 1730, per il predetto teatro capitolino compose Mitridate, si era in realtà già impegnato a dare lezioni di canto alle allieve dell’Ospedale degli Incurabili di Venezia. Il 1733 fu l’anno che lo portò a Londra. Vi era stato chiamato da un gruppo di gentiluomini inglesi appassionati di melodramma che avevano dato vita ad una attività impresariale denominata "Opera of the Nobility", in competizione con la Compagnia Italiana di canto diretta da Georg Friedrich Händel (1685-1759), e subito cominciò a distinguersi come avversario più che temibile agli occhi del grande Sassone. La passione tutta britannica per una cultura musicale fatta di squisitezze sonore da spendersi sul terreno del più puro agonismo, oltre che sul più nobile versante del godimento estetico, ruotava attorno al piacere di stabilire primati di bravura (con tanto di scommesse) e Porpora, da par suo, si trovò a servire impeccabilmente le ugole di cantanti celeberrimi come i castrati "Senesino" e "Farinelli" o come le primedonne Francesca Cuzzoni e Faustina Bordoni. In siffatto clima di fertile e tesa creatività prese forma la seconda versione di Mitridate.
È sempre utile tornare alle ragioni originarie della nascita di un’opera d’arte; se ne comprenderà meglio l’assetto formale e la funzione comunicativa e, di conseguenza, ci si disporrà a vivere un’esperienza appagante sotto il profilo edonistico non meno arricchente che sul versante conoscitivo. Uno spettacolo barocco come quello si assisterà questa sera, ad uno spettatore che vi si accosti come a qualcosa di cui godere "in assoluto", potrebbe facilmente apparire deludente, statico, astratto, scarsamente fornito di elementi atti ad emozionare. Se però quell’ipotetico fruitore porrà mente al dinamismo di contesto che fece da sfondo alla venuta alla luce di questa come di tante altre opere serie, l’aspirazione ad intenderne il senso complessivo e a trasformarlo in una positiva circostanza estetica si rivelerà destinata a sicuro coronamento. La frammentazione in arie e recitativi, il rassicurante tasso di ridondanza melodica presente in ciascuna aria, la prevedibilità del ricorso alla coloratura virtuosistica e l’essenzialità della strumentazione sono tutti fattori che parlano di epopee di canto rappresentativo destinate ad essere "integrate" dalla partecipazione del pubblico. Chi assisteva allo svolgersi dell’azione in scena non si peritava di distinguere momenti degni della massima attenzione da momenti in cui l’orecchio e il cuore potevano volgersi a trastulli uditivi di tutt’altra natura senza avvertire il minimo senso di colpa. Trastulli uditivi di che genere? La conversazione galante, il costruttivo scambio di idee, il vacuo pettegolezzo; e questo perché, per quanto aulica, magniloquente e persino un tantino supponente possa sembrare un’opera seria, la sua natura più schietta era quella di pretesto all’avvio o al consolidamento di relazioni interpersonali, nonché di pura e semplice occasione di incontro impreziosita da uno sfondo musicale di sempre nuova fattura. Su questo aspetto della questione non si insiste mai a sufficienza, ovvero sull’effetto di novità sortito dalla musica del Settecento sui "propri" ascoltatori. Noi, oggi, ascoltiamo l’arte di Porpora con atteggiamento adorante nel migliore dei casi, oppure, nel peggiore, sopraffatti dalla noia; da archeologi entusiasti, che vedono emergere dalla polvere un nuovo illuminante reperto con cui arricchire la propria collezione di esperienze estetico-musicali, o da forzati della ricezione, afflitti dal timore di non essere mai abbastanza colti. I contemporanei di quel gran maestro napoletano, per quanto trite fossero le storie riciclate in ogni nuovo libretto, ascoltavano musica concepita a immagine e somiglianza del loro gusto, sintonizzate sulla lunghezza d’onda delle loro attese di godimento. E tali attese di godimento comportavano anche una certa alternanza di peso specifico nello spessore della partitura: segmenti di discrezione sonora atti a non ostacolare il piacere della conversazione e zone di smagliante fioritura melodica con punte di abbagliante virtuosismo capaci di saldare la piacevolezza dell’esperienza sensoriale con l’esercizio critico della valutazione di un talento canoro, già peraltro innalzato a modello si perfezione con compiaciuta faziosità.
Per riportare il discorso al tema centrale dell’odierna serata, una domanda che legittimamente qualche ascoltatore potrebbe porsi è se, nel musicare Mitridate, Mozart avesse tenuto conto di almeno uno dei due precedenti di Porpora. In assenza di documenti specifici, una risposta certa e definitiva su questa questione è ben lungi dal poter essere data; va però detto che, in un’epoca in cui era di prammatica la spremitura fino all’ultima goccia delle possibilità musicali di ogni soggetto drammatico, erano ben pochi i compositori che si preoccupavano di cautelarsi dal rischio di apparire troppo simili o troppo dissimili dall’operato dei propri colleghi d’arte (viventi o trapassati che fossero), nell’accingersi ad adattare a pentagramma un copione più volte portato sulle scene. Che Mozart conoscesse o avesse anche solo sentito parlare di un Mitridate di Porpora è piuttosto improbabile; che avesse sentito parlare di Porpora è possibile: non tanto a Napoli, dove soggiornò nell’estate del 1770, quando quell’insigne maestro era morto in miseria da un paio d’anni, quindi già crudelmente incamminato sulla via dell’oblio, ma piuttosto dal grande amico Franz Joseph Haydn (1732-1809), che di Porpora era stato il "ragazzo di fatica" a Vienna nei primi anni cinquanta del Settecento. In quel periodo Haydn, da giovane musicista strapelato qual era, dovendo in qualche modo sbarcare il lunario, lavorava come accompagnatore dei cantanti che il grande napoletano preparava per il teatro della corte imperiale. Il tutto avveniva perlopiù nella prestigiosa dimora del poeta Metastasio; insomma, una referenza della quale sarebbe stato difficile non andare fieri e, perciò, un’esperienza della quale sarebbe stato difficile non parlare con il proprio migliore amico.

Danilo Faravelli

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