TEATRO ( 2006) |
|
| 1 ottobre
a Rovereto |
Dona Juana |
Dopo il successo di Haribò,
Mozart!, il teen-musical portato in scena nel corso
della passata edizione del festival, gli studenti del Liceo "A. Rosmini"
ci riprovano. Con la novità assoluta dello spettacolo di questa
sera, Dona Juana, confermeranno la loro aspirazione ad
accorciare una distanza. Quale? Quella che separa il disprezzo nutrito
dagli ambienti accademici nei confronti della fragorosa ingenuità
con cui si esprime, in parole e in musica, la babele della quotidianità
giovanile dall’insofferenza del mondo degli adolescenti per l’odore
di stantio che promana dal passatismo un po’ necrofilo di chi non
sappia godere di suggestioni estetiche che non siano vecchie di almeno
duecentocinquant’anni.
Dona Juana è un’operetta rock, nel senso letterale di "spettacolo semiserio di recitazione, canto e stacchi strumentali di genere rock", ma è anche un’operette-tarock nel senso di "piccola opera taroccata", per dirla alla maniera dei teenagers: "taroccata" in quanto contraffatta. Si tratta infatti di una parodia del Don Giovanni di Da Ponte e Mozart costruita a partire da una trasposizione al femminile dell’arcinota parabola moralistico-letteraria, di derivazione controriformista, che mette alla berlina il paradigma dell’incorreggibile sciupafemmine destinato a finire male a causa della propria incontinenza erotica. La base su cui è stato ricostruito il testo è il libretto in versi del più noto e amato fra i drammi giocosi trasmessi alla posterità dalla musica del Settecento; libretto scrupolosamente rispettato nella sua articolazione in atti e scene. I personaggi, ricreati in modo tale da rendere plausibile l’ambientazione della vicenda in un presente provinciale-urbanizzato rispetto alla cornice aristocratico-rurale dell’originale, sono il risultato di un "capovolgimento sessuale" delle figure portate in scena a Praga, nel 1787, dalla memorabile partitura del Salisburghese. Così, la coppia di amorosi Donna Anna e Don Ottavio diventa la coppia Arturo e Ottavia (nella quale, il soggetto di cui viene messa a rischio l’illibatezza è ovviamente il "cocco di mamma" Arturo), il Commendatore, padre di Donna Anna, si ricicla nella signora Arcibalda, madre di Arturo, l’isterica Donna Elvira rinasce nei panni di Elvio, dandy del tutto incapace di scendere a patti con l’irreversibilità del proprio destino di amante "scaricato", l’abbinata campagnola di Zerlina e Masetto acquista nuovi connotati in Zerbino, benzinaio prossimo alle nozze con la semplice Tommasetta, i cui amici Ugo e Doris si assumono il compito di condensare nei propri ruoli l’elemento di sfondo del coro popolaresco che accompagna in scena, nell’originale mozartiano, i due fidanzati contadini. E in che cosa potrà mai trasformarsi Don Giovanni, il "libertino estremamente licenzioso" di Da Ponte, se non nel personaggio di Dona Juana, giovane libertina insaziabile collezionista di avventure d’amore? Quanto al buon vecchio Leporello, il servo di Don Giovanni, altra strada non si sarebbe potuta percorrere, volendo attualizzare la vicenda, se non quella di farne una colf extracomunitaria, precisamente bielorussa (in omaggio al biondo crine della nostra brava interprete), battezzata con il nome di Liudmila. Sul piano formale, Dona Juana si presenta come uno spettacolo di recitazione in prosa i cui più significativi passaggi da scena a scena vengono siglati da stacchi di rock strumentale. Tutto questo non ha però impedito che tracce del testo-matrice potessero fare capolino fra le pagine del copione rimaneggiato. Due giovani cantanti, infatti, calati in un ruolo per metà di cantastorie per metà di coro greco, aiuteranno il pubblico ad entrare nello spirito della pièce preannunciando o commentando il dipanarsi della vicenda. Con quali brani vocali? Con sette contrafacta realizzati sulla base delle più celebri pagine del dramma giocoso: lasciate intatte le melodie e le armonie di Mozart, i corrispondenti versi di Da Ponte sono stati volti in terza persona "epica-narrativa" dall’originale prima persona "drammatico-soggettiva". Fra i vantaggi che si può sperare di trarre da un’operazione di questo genere v’è innanzitutto la possibilità di vedere recuperata all’interesse per la musica d’arte una platea finalmente popolata di giovani in numero cospicuo, in secondo luogo v’è la possibilità di vedere ammorbidirsi le posizioni intransigenti di chi, nel rapportarsi ai monumenti dell’arte sonora del passato, non si ispira ad altro principio se non all’idea che ogni vero capolavoro goda di assoluta, immutabile e incorruttibile autonomia estetica. Dal conseguimento del primo vantaggio è auspicabile discenda un piccolo ma significativo contributo alla confortante prospettiva di un futuro rilancio della dignità culturale del nostro paese, sempre più spudoratamente incline a dilapidare e a rinnegare lo straordinario patrimonio di bellezza su cui si fonda ciò che di meglio, oggi, ci è offerto dal convivere civilmente. Dalla realizzazione della seconda possibilità c’è da aspettarsi la diffusione di una minore diffidenza sociale nei confronti di settori del sapere dai quali si è spesso portati ad autoestromettersi perché ritenuti appannaggio esclusivo di oligarchie di specialisti. Don Giovanni è un titolo che sono in molti ad associare automaticamente al nome di Mozart, uno dei protagonisti indiscussi di ciò che in Occidente è capitale umanistico condiviso ovvero sedimento di produzione spirituale capace di essere di consolazione alla durezza del vivere quotidiano di molti individui; l’espressione dongiovanni, per scendere a questioni di più basso profilo, è una metafora di uso comune che corre anche sulle bocche di chi crede Amadeus sia solo il nome di un famoso disc-jockey ora intrattenitore televisivo. C’è però una palese sproporzione fra la tangibilità dei predetti indizi e la loro effettiva consistenza; in altre parole, c’è da chiedersi di che cosa sia fatta la competenza comune che fa sì che Mozart possa essere detto – per diffusione di immagini, suonerie telefoniche e chiacchiere sul suo conto – una specie di idolo delle folle e, d’altra parte, perché uno dei suoi personaggi continui efficacemente a far da simbolo a un’aspirazione esistenziale dura a morire sul fronte maschile dei comportamenti umani. Se Mozart e il suo Don Giovanni sono materia viva nelle attività di conoscenza e nell’immaginario collettivo del tempo presente, è bene che lo siano non solo a parole. Far sì che l’irripetibilità di quel genio e la bellezza di quel suo mirabile dramma giocoso divengano nella sostanza ricchezza condivisa è un obiettivo da perseguire senza timore di essere tacciati di pedanteria e passatismo; ma perché questo accada occorre che i depositari del sapere istituzionale si mostrino disponibili non soltanto a tollerare, ma addirittura a gradire e a sostenere operativamente l’idea che i loro oggetti d’amore possano essere avvicinati attraverso aggiustamenti di gusto che ne favoriscano il contatto con chi non è ancora adeguatamente armato per la fruizione critica o filologica del loro volto originale. Divertirsi a far calcare la scena da un benzinaio di nome Zerbino avendo in animo di indurre curiosità attorno al personaggio della contadinella Zerlina, mirabilmente scolpito dall’arte di Da Ponte e Mozart, è un modo di produrre volontà di conoscenza all’altezza dell’epoca in cui viviamo, un’epoca nella quale si ha l’impressione di non potere più prescindere, né nel contempo salvarsi, dal peso immane di una tradizione in accumulo, il cui lento smaltimento sembra essere affidato esclusivamente all’indifferenza estetica e intellettuale di cui un po’ tutti ci sentiamo sempre più vittime a causa dell’ipertrofia dell’universo del conoscibile. Poche esperienze danno soddisfazione quanto l’operare creativamente con un gruppo di adolescenti il cui serbatoio di entusiasmo e di ottimismo sia ancora a pieno carico. Guidarli verso il raggiungimento di un traguardo (nel nostro caso, la messa in scena di Dona Juana) destinato ad aprire le porte di un cammino di conoscenza (culminante nella possibilità di comprendere il Don Giovanni di Mozart e di goderne le delizie estetiche) che abbia come punto d’arrivo il perseguimento dell’obiettivo fondamentale di ogni attività culturale, ovvero la capacità di pensare se stessi in relazione al mondo presente e passato, è un impegno appassionante che ben si collega con l’intenso lavoro scientifico e interpretativo svolto dai tanti artisti impegnati in un Festival musicale. Restituire ad un brano del passato tutta la sua verità sonora, la sua coerenza stilistica e la sua forza comunicativa attraverso una lettura impeccabile della pagina trasmessaci da chi lo compose è importante e formativo quanto il sentirsi legittimati a fare di un capolavoro la base di un fertile gioco dissacratorio. È lo stesso Mozart, del resto, con il suo compiaciuto e reiterato oscillare verso volgarità apparentemente incompatibili con l’incanto delle sue creazioni, ad averci insegnato che la perfezione risulta tanto più incorruttibile quanto più sa proteggersi entro le solide mura della capacità di ridere di sé. Danilo Faravelli |
|
| torna all'indice | |