TEATRO ( 2005)

1 Ottobre
a Rovereto

"Haribò Mozart"
Non tutti i luoghi pubblici vengono edificati e aperti per soddisfare le esigenze di una parte circoscritta della popolazione civile. Nella sezione manoscritti di una biblioteca nazionale, sarà altamente improbabile trovare traccia di scalmanati tifosi di calcio, non v'è dubbio; così come è ovvio che nessuna persona sana di mente, volendo distribuire cartoncini di invito ad una conferenza di egittologia, privilegerebbe l'uscita di un night club. Teatri e sale da concerto, al contrario, non dovrebbero essere luoghi predisposti ad accogliere una particolare categoria di persone; ma ciò solo in teoria perché, procedendo con il passo che i mass media e il consumismo hanno imposto alla nostra esistenza quotidiana, arriveremo senz'altro a identificare tali ambienti con ciò che siamo soliti definire "gerontocomio". In origine, non foss'altro per i sottili vantaggi formativi che da essi ci si attendeva tanto sul piano etico quanto su quello politico, teatri e sale da concerto erano luoghi pensati allo scopo di divertire rinfrancando lo spirito e arricchendo la mente di tutti; erano luoghi che, per l'assortimento di contenuti e forme che proponevano, nessuno avrebbe detto preclusi a questo o a quell'individuo a causa della sua scarsa cultura. Oggi, invece, si assiste al fenomeno apparentemente inarrestabile di un sempre più netto selezionamento "naturale" delle categorie anagrafiche in cui è possibile suddividere i loro frequentatori. Occupino un posto di platea, di palco di galleria o di loggione, gli spettatori e ascoltatori appartenenti alla cosiddetta "terza età" dominano entusiasti ed incontrastati, la stragrande maggioranza degli appartenenti alla cosiddetta "fascia adulta" (già peraltro presente in formazione ridotta e "più per dovere che per piacere") si spazientisce e si abbandona alle più inconfessabili distrazioni mentali, i bambini sognano il risarcimento di un "dopo teatro" a base di gelato, di pizza o di hamburger loro promesso purché giurassero di starsene buoni e calmi fino alla fine dello spettacolo. A mancare del tutto sono gli adolescenti, tra i quali è ormai legge non scritta il dover fare teatro e/o musica o il dover perlomeno trovare un ambito creativo nel quale esprimersi; ma tra i quali sembra esser legge altrettanto ferrea il non dover provare alcun interesse per i meriti di chi faccia teatro e/o musica in modo egregio e per il talento di chi si esprima ad arte in questo o quell'ambito creativo. Le ragioni di questa preoccupante latitanza sono molteplici e non staremo qui, ora, ad analizzarle. Sarà bene, tuttavia, non smettere mai di porvi mente, in primo luogo per tentare di trovare un rimedio al problema, che è più grave di quanto non si creda. Teatri e auditori disertati dal popolo dei quindici-ventenni, snobbati da coloro le cui basi di autonomia estetica vanno scolpendosi per poi reggere i frutti di una ben spesa vita di esperienze di ricezione, sono teatri e auditori che presto chiuderanno i battenti.

    "Haribó, Mozart!" è la risposta del nostro Festival allo stato di crisi or ora denunciato. È un messaggio di propositività e di speranza inviato da artisti adolescenti ad un pubblico composito, ma soprattutto a chi, fra gli spettatori, è loro coetaneo. È un omaggio all'adolescenza, alle sue tenaci ingenuità e alle sue segrete paure, alle sue aspirazioni spesso confuse e alle sue istintive professioni di anticonformismo. È una commedia musicale interpretata da adolescenti chiamati a condividere gioiosamente l'alta responsabilità di rappresentare il loro stesso mondo. La storia è inverosimile, poiché prende avvio dai pensieri e dalle parole di un "portentoso giovanetto tedesco" che, essendo stato quindicenne duecentotrentaquattro anni fa, finisce per doversi misurare con l'intricata banalità di un angolo socialmente degradato del nostro presente; ma è proprio la non verosimiglianza della vicenda posta in scena ad offrirsi come invito a riflettere sulla sostanziale immutabilità storica di una condizione - quella adolescenziale, appunto - che, più che dall'avvicendarsi delle abitudini, delle mentalità e delle ideologie umane, si direbbe regolata dall'implacabile puntualità di Madre Natura. L'individuo che sente dissolversi una dopo l'altra le infantili ragioni della propria dipendenza dal mondo dei "grandi" viene travolto a livello biochimico dall'urgenza di accelerare la propria marcia di avvicinamento all'agognata e idealizzata libertà della vita adulta: è questa una regola che, almeno fino ad oggi, ha trasceso la specificità umana di ogni generazione, secolo e millennio.

   In un gioco drammatico tenuto in equilibrio tra realtà e fantasia, "Haribó, Mozart!" ("haribó" è la parola di origine indiana che, in alcune periferie metropolitane, i consumatori di droghe leggere si scambiano a mo’ di saluto) sviluppa una trama molto semplice. Protagonista del teen-musical è il giovane Mozart che, passando da Rovereto all’inizio del suo secondo viaggio in Italia, si imbatte in una gang di teppistelle locali che lo scambiano per un "figlio di papà". Dapprima incredule di fronte al suo protestarsi ragazzo nato nel Settecento, ma presto assuefatte all'idea di avere a che fare con un loro coetaneo vissuto due secoli prima, le Bloody Babes (questo il nome datosi dalla gang) decidono sfruttare a loro vantaggio la stranezza della situazione, senza curarsi della sua incomprensibilità. Si accorgono però di non avere fatto i conti con la più tormentata e sensibile delle componenti del loro gruppo, Debi, la cui personalità "incasinata" anziché entrare in conflitto con Mozart, si apre ad un tenero sentimento d’amore. Fuori di sè dalla rabbia, a causa di quello che le suona come "alto tradimento" bell’e buono, Lupa, la capobanda, costringe Debi a risolvere in modo drastico l'empasse in cui si è cacciata: sparire per sempre dalla circolazione facendo coppia col suo amato "zombi" oppure confermare la propria fedeltà al "branco", condividendone quotidianamente, pur in tutta la loro bassezza, obiettivi e programmi. Si stabilisce che la decisione venga affidata all’esito una sfida. Lupa e le Bloody Babes danzeranno sul ritmo della "loro" musica; Mozart farà ascoltare un pezzo da lui stesso composto, creato lì per lì, nel rispetto delle forme e dello stile propri del mondo che si è inspiegabilmente lasciato alle spalle. Terminata la tenzone, Debi sceglierà di stare dalla parte di chi le avrà fatto vivere le emozioni più forti. La conclusione della storia? Sul finale, investito da un malinconico quanto fatale svaporare del potere della fantasia sotto il peso della realtà, preferiamo ovviamente non fornire anticipazioni.

   "Haribó, Mozart!" non si propone come una "prima rappresentazione assoluta". Nella veste in cui lo si presenta stasera – medesimo piano drammaturgico e medesime musiche – fu messo in scena nel 1997 e nel 2000 da paio scuole della provincia di Milano. Il pubblico di allora applaudì la "dimostrazione di lavoro" per ciò che si proponeva di essere: la sintesi spettacolare di un progetto didattico nel quale si erano impegnati con passione allievi e insegnanti riuniti nei più svariati laboratori creativi. Il pubblico di stasera, a contatto con una versione il cui testo è stato ritoccato affinché le allusioni e le espressioni gergali in esso contenute assumessero il dovuto carattere roveretano, assisterà ad una performance che, al di là dei propri meriti artistici (da valutare in relazione alla natura dell’allestimento, volutamente affidato all’entusiasmo di non professionisti), è stata pensata come grido d’allarme. Lanciato a chi? A quanti ancora si illudono, con ingenuità più o meno colpevole, che la nostra tradizione culturale possa resistere a lungo, arroccata sulle proprie torri d’avorio, agli attacchi di una modernità frenetica, incapace di semplicità e intrisa di culto dell’effimero come quella da cui i più saggi tra noi stanno sforzandosi di mantenere una terapeutica distanza di sicurezza. Nessuno dubita che la vita sarebbe infinitamente meno piacevole se Mozart non fosse mai nato, ma la nostra venerazione del genio musicale che in lui si incarnò, se non irrorata di nuova linfa, rischia giorno dopo giorno di trasformarsi in una religione fatta di liturgie noiose, puramente formali e perciò destinate all’inascolto. La linfa nuova di cui parliamo è la curiosità delle nuove generazioni, un bene prezioso che potrà essere risvegliato con effetti positivi per tutti, quanto più si riuscirà ad alimentarlo insistendo su un ovvia verità. Quale? Quella per cui sarebbe sciocco dubitare che un ampio margine di consolante normalità sia pur sempre esistito in coloro che, dimostratisi uomini di esemplare grandezza, hanno poi finito, forti della congiunta azione purificatrice del tempo e dell’indulgenza di posteri adoranti, per prendere dimora nelle nostre menti esclusivamente come "dei in terra". È vero che la breve vita di Mozart neppure varcò la soglia dei trentasei anni, ma è anche vero che la ricezione di tutta la musica che egli compose, battuta dopo battuta, richiederebbe "solo" duecentocinquanta ore d’ascolto, ora più ora meno. Se a questo dato aggiungiamo la ben nota rapidità con cui era solito riempire pentagrammi, ne consegue che, tutto sommato, il tempo per essere uno come tutti noi, un po' come ci appare il protagonista del teen-musical di stasera, certo non gli mancò. Forse, il segreto della sopravvivenza del suo nome presso i nostri posteri sta proprio nel dar risalto a questa semplice conclusione. Le nuove generazioni sembrano essere poco portate all’assorbimento dei complessi d’inferiorità.

Danilo Faravelli

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