TEATRO ( 2005)

23 Settembre
a Rovereto

"Der Teufel recht naturlich"
"Se un pittore volesse ritrarre il diavolo così com'è (der Teufel recht natürlich), potrebbe trarre ispirazione dal suo aspetto". Con queste parole Mozart, in una lettera inviata al padre il 22 agosto del 1781, cominciò a descrivere una delle sue più promettenti allieve viennesi, Josepha von Auernhammer. Il divertimento scenico musicale di stasera, operazione teatrale condotta sulla linea di confine che separa il mondo delle fantasie verosimili da quello delle verità non dimostrabili, è un'invenzione ispirata al turbine di irrazionalità che quel documento epistolare avrebbe potuto scatenare, se la donna in esso denigrata avesse mai potuto prenderne visione. È una fantasia ispirata alla vera storia di un amore non corrisposto o, peggio, corrisposto su piani tra loro debolmente comunicanti e comunque inconciliabili. È una storia d'amore nel contempo musicale e carnale, che nella delizia dei suoni trovò la strada del proprio sublimato trionfo e nella frustrazione del desiderio la dura irrevocabilità del proprio fallimento, una storia d'amore radiosa quanto angosciosa, che ebbe per protagonisti un giovane pianista compositore destinato all'immortalità e una giovane pianista, apprendista compositrice, capace di comprenderne e condividerne il genio al suo primo sgorgare.

   Nella finzione teatrale, il personaggio di Josepha von Auernhammer, affidato ad una "mattatrice" del calibro di Milvia Marigliano, non nuova a ruoli di tale densità psicologica (memorabile la sua interpretazione delle Erodiadi di Giovanni Testori), viene cronologicamente collocato agli inizi dell'Ottocento, a Vienna, tra le pareti dell'austera scuola di musica da lei stessa fondata e di cui è direttrice. Obiettivo dichiarato del suo "progetto formativo" è la più completa squalificazione, quando non la vera e propria distruzione, dell'immenso patrimonio di capolavori lasciato in eredità ai posteri dal genio di Mozart, morto da una decina d'anni. Coinvolgendo in questa folle crociata i propri allievi (impersonati in scena dai membri del Quintetto "Concord" e dal soprano Anna Pellizzari), Josepha non intende semplicemente scatenare la campagna di purificazione estetica che, per puro rancore, dichiara di sentire necessaria sulla base di un certa idea di Bellezza musicale; ha piuttosto in mente di regolare un vecchio conto personale, rimasto in sospeso per troppo tempo. Vent'anni prima era stata allieva di Mozart, da poco trasferitosi a Vienna, e se n'era perdutamente innamorata. Questi non solo l'aveva respinta, ma aveva anche espresso per iscritto, in una lettera al padre (fuori finzione, quella summenzionata), i più ingenerosi apprezzamenti sulla sgradevolezza del suo corpo e sulla intollerabilità del suo carattere. La cosa, avesse avuto un corso naturale pur in tutta la sua mancanza di garbo, si sarebbe risolta nel classico caso di infelicità a senso unico che consegue ad ogni passione non corrisposta, ma, a complicare la storia d'amore, ci si era messa l'attrazione irresistibile provata dal maestro per la straordinaria musicalità che la povera Josepha, per quanto inguardabile e inavvicinabile, aveva mostrato di possedere sedendo al pianoforte. Così, in lui, genio sordo ai richiami di Venere ma non a quelli di Apollo, questo contraddittorio sentimento aveva fatto nascere l'idea di una composizione per due pianoforti (fuori finzione, la Sonata in Re maggiore KV 448/375a) con cui poter godere del talento dell'allieva senza nulla concederle eroticamente. Per due pianoforti, appunto, e non per la più abituale prescrizione del "suonare a quattro mani": per due pianoforti, affinché il più completo godimento musicale, consumandosi a distanza di sicurezza, potesse essere raggiunto con le dovute garanzie di metafisico e asettico ardore. Sul bruciante ricordo dell'umiliazione patita, Josepha dà sfogo ad un vortice di risentimento che travolge tutto ciò che incontra: i nobili frequentatori della sua scuola, la musica che chiede loro di eseguire, i volti dei fantasmi di un passato da cancellare, ai quali rivolge la parola come fossero presenti in carne ed ossa. Ma, alla fine, odio e amore si troveranno fusi in un groviglio inestricabile, a dipanare il quale varrà solo un'ambigua promessa di normalizzazione: quella sempre portata in dono dalla prospettiva di offuscamento e travisamento della realtà che lo scorrere del tempo, immancabilmente quanto inesorabilmente, sa garantire.

   Tutto questo, sotto le luci del palcoscenico; ma chi fu, nei fatti, la donna rievocata dalla protagonista di "Der Teufel recht natürlich" ("Il diavolo così com’è")?

Josepha Barbara von Auernhammer nacque a Vienna il 25 settembre 1758. Figlia di un Consigliere per gli Affari Economici di Corte, si avviò alla carriera di pianista e di compositrice studiando con Georg Friedrich Richter, con Leopold Koželuh e, dal 1781, con Wolfgang Amadeus Mozart. Con quest’ultimo intrattenne rapporti a dir poco controversi, stando a ciò che è possibile desumere da più di un documento epistolare del Salisburghese. Tra le sue lettere in cui si trova menzione dell’allieva, la più impressionante (quella assunta a pretesto della messinscena di stasera) reca la data del 22 agosto 1781. In essa, la sgradevolezza fisica e i peggiori tratti di carattere dell’aspirante virtuosa di cembalo vengono descritti con irriverente comicità e spietato realismo. In una missiva di poche settimane prima, tuttavia, lo stesso soggetto femminile era stato stroncato dalla stessa penna esclusivamente per il suo aspetto esteriore: "Pranzo quasi ogni giorno dagli Auernhammer. La signorina è un mostro, ma, anche se il suo Cantabile non è ancora tale nel vero senso della parola, suona in modo meraviglioso". Sono parole da cui traspare un sentimento di stima artistica che chiarisce perché Mozart, da poco stabilitosi a Vienna, avesse deciso di dedicare alla Auerhammer alcune importanti composizioni a stampa (Sonate per violino e pianoforte KV 296 e KV 376-380, edite da Artaria) con cui cercava di imporsi all’attenzione del pubblico locale; per non parlare poi delle numerose occasioni che videro i due esibirsi in coppia e della Sonata in Re maggiore per due pianoforti KV 448/375a, espressamente creata per condividere il successo di un’importante accademia privata il 23 novembre 1781.

   Per quanto mendace o esageratamente malevolo possa essere stato il Salisburghese nel trasmettere ai posteri l’immagine esteriore di quella sua speciale allieva, sono ancora le sue parole a riferirci quello che la Auernhammer pensava di sé. In una delle numerose occasioni di incontro che ebbe con lei nel 1781, dandone poi conto al padre in una lettera datata 27 giugno, Mozart si trovò infatti destinatario delle seguenti confidenze: “Io non sono bella; au contraire, sono decisamente brutta. Non ho alcun desiderio di sistemarmi con un qualsiasi cancelliere di corte che mi garantisca un reddito di tre o quattrocento fiorini; né ho possibilità di aspirare a qualcosa di meglio. Perciò preferisco rimanere quella che sono e vivere unicamente del mio talento”. I fatti avrebbero poi in parte contraddetto e ridimensionato lo stoicismo di questo eroico proposito. Nel 1786, infatti, la “decisamente brutta” Josepha sposò Johann Bessenig (c.1752-1837), un funzionario pubblico in seguito avviatosi alla carriera di magistrato, e da questo matrimonio ebbe quattro figli, cosa che comunque non le impedì di coronare le proprie aspirazioni artistiche e professionali. Lo fece anzi con un orgoglio femminile degno dei tempi in cui visse. Non a caso, nella propria attività di pianista e compositrice, che non smise di esercitare con passione fino a quando l’età avanzata e la salute glielo permisero, preferì conservare il proprio cognome da nubile. Diede il suo ultimo concerto pubblico il 21 marzo 1813 in coppia con la figlia Marianna, destinata a sua volta a farsi un nome come pianista e insegnante di canto. Morì a Vienna il 30 gennaio 1820.

   "Der Teufel recht natürlich" ("Il diavolo così com’è") non è soltanto una fantasia drammatica sulla figura di Josepha von Auernhammer. Fra i presupposti dell’allestimento, v’è anche la pretesa musicologica di offrirsi come spunto di riflessione sul paradossale destino di subalternità toccato in vita a Mozart – compositore tedesco attivo in terra tedesca – nei confronti di alcuni operisti italiani, in special modo Paisiello e Cimarosa, signori incontrastati e "assi-piglia-tutto" sulla scena musicale viennese del tardo Settecento. Perché più evidente fosse questa seconda fondamentale funzione della pièce, la drammaturgia, firmata dall’estensore delle presenti note, s’è affidata al complemento scenografico delle realizzazioni video di Paola Castellucci e all’integrazione musicale scrupolosamente messa a punto da Marco Mantovani attraverso un minuzioso lavoro di composizione originale, nonché di scomposizione e ricomposizione di pezzi di repertorio (da pagine di Beethoven, Paisiello, Auernhammer, Cimarosa e, ovviamente, Mozart).

Danilo Faravelli

NdR - Con "Der Teufel recht natürlich" ("Il diavolo così com'è"), Danilo Faravelli è alla sua quinta realizzazione teatrale ispirata alla vita e all'opera di Mozart. L'hanno preceduta: Intervista a Mozart (Teatro "Rosetum", Milano, 1991), Constanze. Una veglia non impossibile (Spazio "Zazie", Milano, 1999), Il dissoluto redento (Teatro di via Redi, Milano, 2001) e Mozart, Salieri e paralipomeni (Sala Capitolare della Basilica di S. Maria della Passione, Milano, 2004).
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