LA SCHEDA

A tutt’oggi, pur senza condurre un’indagine che dia precise conferme, non è difficile immaginare quante pubblicazioni e quanti dibattiti siano stati dedicati alla scottante questione del rapporto fra l’universo femminile e il versante creativo dell’arte musicale. Trattando il tema in termini storici e in relazione alla sola tradizione culturale d’Occidente, non v‘è dubbio che, pur con un decisivo mutamento di tendenza negli ultimissimi decenni, l’elenco delle donne compositrici totalizzi un risibile numero di presenze rispetto alla moltitudine di uomini dedita, nel corso dei secoli, a intingere la penna nel calamaio per riempire pentagrammi. Oltretutto, trovando conferma lo stesso problema in altri ambiti artistici quali la pittura, la scultura, l’architettura e – seppur molto meno – la letteratura, verrebbe da concludere che, se è sempre stato proprio della donna "dare la vita", che cosa può essere sempre stato proprio dell’uomo se non "rendere la vita vivibile" con contributi di fantasia atti a garantire il soddisfacimento di bisogni secondari quali l’anelito alla Bellezza? In realtà, la questione è nel suo insieme un po’ più complessa. C’è infatti da chiedersi quanti capolavori dell’attività immaginativa avrebbero visto la luce se la mente maschile non fosse stata persistentemente fecondata dalla specificità fisica e metafisica della dimensione muliebre. In altri termini, quanti versi non sarebbero stati scritti senza il motivo poetico di un aggraziato incedere, di una voce suadente o di uno sguardo irresistibile? Quante tele non sarebbero state dipinte senza l’urgenza di sottrarre alla crudeltà del Tempo la delicatezza di un volto, la dorata lievità di una chioma o il magnetismo di un sorriso? Riguardo alla musica, al di là dell’eterno e irriducibile potere immaginifico esercitato dal fascino e dalla desiderabilità di un corpo o di un’anima femminile, va detto che un elemento felicemente teso a fertilizzare il terreno dell’estro maschile è stato, con efficacia massima nei secoli XVIII e XIX, il diffuso desiderio della donna di misurarsi per diletto con le difficoltà della prassi esecutiva strumentale. L’aggettivo galante, designato da tempo come attributo estetico capace di spiegare lo stile operativo di scuole e generazioni di compositori, è quant’altri mai illuminante nel confermare quanta musica sia stata progettata, modellata e rifinita a misura del gusto e delle delicate mani di esecutrici d’ogni sorta: dalle più svogliate, semplicemente in fuga dalla noia, alle più temerarie nella brama di ostacoli virtuosistici da superare; dalle più "scolastiche", obbedienti alla lettera dello spartito, alle più curiose ed insaziabili di stravaganze inventive. Il recital di quest’oggi, oltre che una proposta di densa squisitezza tastieristica, potrà essere vissuto come una ricognizione ad ampio raggio sul terreno della musica appena descritta, quella cioè concepita con un occhio di riguardo (sarebbe forse il caso di dire "orecchio di riguardo"?) alle attese estetiche e alle specificità tecnico-interpretative di destinatarie muliebri. I titoli delle opere in programma già dicono molto circa il diverso orientamento che un compositore poteva imprimere alla propria fantasia nel rispetto dell’imperativo galante di "creare al femminile". In una gamma piuttosto estesa di opzioni di genere possibili, rondò e sonata costituivano infatti una coppia di termini di impegno speculativo e pratico pressoché opposto: perlopiù lieve e distaccato il primo, tendenzialmente profondo e coinvolgente il secondo. Il rondò, nelle sue forme più spensierate e stilisticamente prevedibili, con il suo ciclico ricorrere di un tema cardine, poteva essere inteso come la sublimazione musicale della vivace petulanza di tante signorine della buona società salottiera, aristocratica o altoborghese che fosse. La sonata , fosse pure tenuta entro limiti di difficoltà tecnica e di ampiezza testuale compatibili con le virginee dita di una pianista in erba, imponeva invece un percorso sonoro necessariamente più complesso: articolato in due, tre, talora quattro movimenti, (uno dei quali – l’ultimo – poteva pur coincidere con il più frivolo dei rondò) e proprio per questo, nel suo insieme, inadatto ad essere intrapreso sulla tastiera senza la dovuta attenzione all’avvicendarsi di piani espressivi a contrasto, ricchi di dialettica melodica, di chiaroscuri tonali, di sfumature e di colpi di scena. Entriamo finalmente nel merito dei brani in programma. Alla stesura del Rondò Op. 51 n. 2 Beethoven attese nell’anno 1800, ponendo mente alla propria allieva Giulietta Guicciardi, giovane virgulto dell’aristocrazia italo-austriaca residente a Vienna. Nonostante fosse di lei innamorato, anzi forse proprio per questo, visto che in tale passione finì per non trovarsi corrisposto, il "Titano" non esitò a farsi restituire in tempo utile il manoscritto del brano per poterne proficuamente riconvertire la dedica, in fase di stampa (1802), a favore della contessa Henriette von Lichnowsky, sorella di Karl von Lichnowsky, uno dei suoi più munifici protettori. In tutto questo, il maestro di Bonn non si dimostrò certo un campione di galanteria, ma, a ristabilimento della sua dignità, andrà detto che l’avvenente quanto fatua Giulietta era stata nel frattempo più che generosamente risarcita con la dedica della prima edizione (l801) della Sonata quasi una fantasia Op. 27 n. 2, a tutti nota sotto il titolo spurio di Sonata "Al chiaro di luna". La composizione del Rondò KV 485 ci porta indietro di una quindicina d’anni, agli inizi del 1786, in un periodo di frenetica attività per la fantasia di Mozart; basti dire che, in quegli stessi mesi, stavano vedendo la luce alcuni dei suoi più memorabili concerti pianistici (KV 482, KV 488 e KV 491), nonché due partiture teatrali (Der Schauspieldirektor e Le nozze di Figaro), la seconda delle quali destinata ad ergersi nella storia dell’opera come uno dei più coraggiosi esperimenti di melodrammaturgia di tutti i tempi. Il vezzoso scalpitare del piccolo fiore tastieristico nato nel bel mezzo di tanto ubertosa messe di creazioni, un Allegro di centosessantasette battute, è da ricondurre ad un’allieva rimasta in ombra fra le tante ben più note a cui il maestro di Salisburgo impartì lezioni nel proprio decennio viennese: un’identità misteriosa, i cui contorni sono resi vieppiù indistinti da un nome accertato solo in parte: "Mademoiselle Charlotte von Wü…", come riferisce l’inchiostro della dedica originale. Le due Sonate KV 545 e KV 570, rispettivamente composte nel giugno del 1788 e nel febbraio del 1789, presentano in tutta evidenza le caratteristiche di una coppia di delizie modellate con finalità didattiche (la prima, notissima al grande pubblico, fu registrata dallo stesso Mozart nel proprio personale catalogo come "Eine kleine Klavier Sonate für anfänger": ovvero "…per principianti"); ma chi occupava la prima linea dell’apprendimento musicale, specie se pianistico, se non le signore dilettanti? Attenzione però, giunti a questo punto della nostra riflessione, a non equivocare la vera natura bifronte di questi due piccoli capolavori per virtuose soltanto potenziali, ancora "non laureate" e forse destinate a mai esserlo. In entrambe le sonate, accanto alla caratura tutta femminile di una soavità melodica, di un nitore strutturale e di una grazia danzante che colpiranno fin dal primissimo ascolto, ci si imbatterà nella conturbante insidia di gotiche penombre, di cromatismi sfuggenti e di allusioni al più demoniaco dei mondi di finzione di cui era intessuto l’immaginario di fine Settecento. Quale mondo di finzione? Nientemeno che quello delle fosche ambiguità di Don Giovanni, "giovane cavaliere estremamente licenzioso", citato in maniera velata all’inizio della KV 545 e quasi letteralmente in coda all’esposizione e alla ripresa del primo movimento della KV 570.

Danilo Faravelli

Recital pianistico

Carlo Balzaretti, pianoforte

  • W.A. Mozart - Sonata in do maggiore KV 545
  • L.V. Beethoven – Rondò op. 51 n.2
  • W.A. Mozart - Rondò in re maggiore KV 485
  • W.A. Mozart – Sonata in si bemolle maggiore KV 570

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