LA SCHEDA |
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| Per effetto dellazione livellatrice del tempo, ciò
che il grande pubblico vive oggi in una sala da concerto, quando non è
coadiuvato da adeguati strumenti critici, è unesperienza sempre
più simile al distratto deambulare di un visitatore di media cultura
fra le innumerevoli sale di una grande pinacoteca. Tenuti uno accanto
allaltro per comunanza depoca, di nazione, di scuola o di bottega,
dipinti diversissimi fra loro per le ragioni che ne determinarono la nascita
e per i destini che li videro passare di mano in mano, di proprietario in
proprietario, si trovano "abbassati" al semplice rango di "opera ammirevole",
di "irripetibile manifestazione di genio", di "emblema di perfezione" e chi
più ne ha più ne metta. Forme percepibili della Bellezza
ideale
, capolavori
, sì; si può benissimo essere
daccordo su queste ed altre generose metafore; ma dove ricercare la
loro più profonda verità, la verità talora cruciale,
contraddittoria e spesso non travagliatissima delle premesse e delle conseguenze
della loro esistenza? Così per la musica. Vedere in azione
unaccattivante e inconsueta formazione come quella odierna, nella quale
una piccola compagine di archi si destreggia con la maestà musicale
di un pianoforte tenendola sapientemente a bada, è unesperienza
costituente di per sé una garanzia di pieno e rasserenante appagamento
estetico. Tornati a casa, rischieremmo però di lasciarci alle spalle
una mattinata piacevole che ci avrà arricchito solo in parte, se non
attribuissimo ora il dovuto peso alla storia unica e a nessunaltra
omologabile di ciascuna delle composizioni in programma; questo, senza
alcunché togliere ai legittimi e naturali fattori omogeneizzanti del
persistere del cast strumentale (piccolo ensemble darchi
con pianoforte) e per Mozart e Schubert della consanguineità
idiomatica dello stile classico. Quando Mozart, completandolo a Vienna il
3 giugno 1786, mise a punto la composizione del Quartetto KV 493 per
linusuale amalgama di corde di un pianoforte, un violino, una viola
e un violoncello, aveva già portato a termine una precedente partitura
per consimile formazione strumentale, il Quartetto KV 478. Definito
in tutte le sue parti il 16 ottobre 1785, era stato consegnato alleditore
Hoffmeister, uno dei tanti nel ricco panorama degli incisori di musica della
capitale imperiale, come primo prodotto di una terna di brani espressamente
commissionati per analogo organico. Lo stampatore viennese, evidentemente,
contava sulla possibilità di adescare il mondo dei dilettanti con
unofferta situata a metà strada fra la normale Hausmusik
e il suggestivo repertorio da pubblica accademia. Mozart era un concertista
di fama ineguagliata nella Vienna degli anni 1784/86 ed è
comprensibile che qualcuno puntasse a mettere in vendita, per la platea popolosa
e mai sazia di novità di chi si dedicava non professionalmente alla
musica dassieme, qualcosa che presentasse le caratteristiche di una
riproduzione in octavo delle meraviglie in folio con cui
limpareggiabile virtuoso del momento, in sala da concerto, cavalcava
il proprio felice momento di gloria. Il Quartetto KV 478, come conferma
una recensione depoca apparsa sul Journal des Luxus und der Moden
di Weimar, aveva però deluso le aspettative delleditore e della
sua clientela: "Mozart è certo una figura interessante per chiunque
unisca lamore per la musica alla passione per la filosofia.(
)
Ma spendiamo due parole su un fenomeno bizzarro causato da lui o dalla sua
celebrità. Tempo fa è stato pubblicato un suo singolo
quartetto creato con arte talmente sopraffina da esigere la massima
precisione da parte di chi prenda posto fra gli esecutori. Evidentemente,
si tratta di musica nata per soddisfare i veri intenditori e nessun altro!
(
) Purtroppo la curiosità ha spinto molti alla sconsideratezza
di volersi cimentare anche in una composizione così impervia; ne è
risultato che sè dovuto assistere a concerti chiassosi e
insopportabili, organizzati al puro scopo di fare sensazione. La verità
è che vi sono pezzi che, seppure eseguiti mediocremente, stanno in
piedi; questa novità di Mozart, invece, non si può proprio
ascoltare se suonata da dilettanti superficiali. Il guaio è che la
cosa è già accaduta parecchie volte, lo scorso inverno
".
Il secondo dei tre quartetti commissionati (il terzo non vide mai la luce),
quello compreso fra le proposte del nostro programma, fu dunque ceduto ai
torchi di un editore viennese a quanto pare meno timoroso di Hoffmeister,
Artaria, che stampò la partitura nel 1787. Non è dato sapere
se laccoglienza di questultima da parte dei popolo dei
Liebhaber sia stata più incoraggiante di quella riservata alla
sorella maggiore. Certo è che Mozart non si impegnò ulteriormente
sullanomalo fronte quartettistico del trio darchi con pianoforte;
e la ragione ben si intuisce. Ciò che in esso oggi ammiriamo,
relativamente ai risultati raggiunti dal Salisburghese, è un esito
musicale che ha lelegante, altera e suadente falcata di un cavallo
di razza, la cui briglia sarebbe dissennato affidare alle mani incerte di
chi, pur follemente appassionato di equitazione, abbia ancora qualche problema
a stare in sella. Per il Quintetto D. 667 di Franz Schubert, pensato
per un ensemble ancor più eccentrico del precedente (in pratica:
i quattro strumenti già elencati a proposito di Mozart con
laggiunta di un contrabbasso), ben diverse furono le premesse che ne
determinarono la nascita e la sorte che da essa scaturì. "La
trota" (il sottotitolo a cui il quintetto ha tradizionalmente legato
la propria fama deriva dalle variazioni presenti nel suo penultimo movimento,
il cui tema Schubert trasse da un proprio Lied di successo del 1817,
intitolato appunto Die Forelle), non diversamente dalla pionieristica
partitura mozartiana che le è associata nellodierno appuntamento
musicale, vide la luce come ghiottoneria atta a saziare lappetito di
un gruppo di dilettanti. In questo caso, però, non fu lazione
mediatrice di un editore a mettere in moto la fantasia del compositore,
bensì una richiesta diretta. Nellestate del 1819, ospite a Steyr
del facoltoso musicofilo Sylvester Paumgartner, apprezzato violoncellista
anche se "a tempo perso", Schubert sera visto commissionare una creazione
originale da eseguirsi fra amici ed echeggiante la melodia base di quello
che, in quei mesi, era evidentemente il favorito fra i suoi Lieder.
Lordinazione venne soddisfatta con la stesura del Quintetto D.
667, un capolavoro di spensieratezza e di affabilità musicale
che, a distanza di ormai quasi due secoli da che venne al mondo, lascia ancora
nitidamente trasparire il clima di allegra convivialità che dovette
far da sfondo alle sue prime esecuzioni domestiche. Con atteggiamento mentale
diametralmente opposto allorgoglio mostrato da Mozart nei Quartetti
KV 478 e KV 493, Schubert dovette però sottostimare quella
sua divagazione per cinque strumenti incentrata sul tema di Die Forelle.
Lo si evince dallo scarso interesse che nutrì circa la possibilità
di trovare immediatamente un editore con cui dividere i vantaggi economici
di uneventuale pubblicazione della partitura; la quale, non a caso,
sottostette ai torchi di uno stampatore viennese (Joseph Czerny) solo nel
1829, quando già da un anno era morto colui che ne aveva plasmato
le pregevoli piacevolezze. A integrazione del programma, una novità
assoluta di Marco Mantovani, sul cui titolo Pantomima non è possibile
non sentir aleggiare le complementari valenze innovative di un simpatico
antipassatismo e di una devozione essiccata, tutta laica, al comunque
appassionante verbo mozartiano. Rapportato al lavoro dei due classici con
cui si trova in ottima compagnia, il parto di un maestro nostro contemporaneo,
inevitabilmente partecipe in ambito estetico delle stesse nostre idealità,
disillusioni, incertezze e incongruenze, ci lascerà senzaltro
eredi di un fecondo interrogativo su cui periodicamente ritornare (e nei
confronti del quale il bizzarro titolo a noi offerto suona come una risposta
più che eloquente): è possibile oggi creare (in senso
lato) prescindendo dallassedio, serrato ed implacabile, del senso di
appartenenza ad una comune, fortemente idealizzata, storia culturale? Il
tutto, beninteso, senza minimamente scalfire la necessaria unicità
di ogni nuovo passo che venga mosso su quel lungo e affollatissimo cammino.
Danilo Faravelli |
QUINTETTO CONCORD
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