LA SCHEDA

Sia che lo si valuti dal punto di vista di chi ne dovrà rendere conto esibendosi sul palcoscenico, sia che lo si pregusti dal punto di vista di chi ne godrà stando comodamente seduto in platea, l’appuntamento musicale di stasera ha i tratti tipici dell’evento artistico che, per insidiosità di programma, invoca attenzione viva ancor prima che gli strumenti abbiano cominciato a vibrare; in pratica questa serata, ancor prima di prendere avvio, ha in sé tutte le caratteristiche di un appassionante azzardo interpretativo ed estetico. I due cardini dell’eloquenza cameristica, un violino e un pianoforte, scriveranno per noi una raffinata storia della musica articolata in quattro capitoli che, indipendentemente dalla loro estensione, sapranno dirci molto più di quanto normalmente si tragga da un concerto strumentale; questo, ovviamente, se ci porremo nella migliore disposizione d’animo rispetto ai messaggi espliciti e ai molti significati sottintesi ricavabili da ciascuna delle quattro opere poste in esecuzione. Perché? Perché il senso storico di un percorso d’ascolto basato su quattro tappe così diverse fra loro – Mozart, Brahms, Debussy, Szymanowski – andrà colto innanzitutto nel mutevole rapporto che, di spartito in spartito, si vedrà di necessità intercorrere fra le due "macchine sonore" in gioco, ma nondimeno nell’intima e specifica ragion d’essere di ciascuna delle creazioni sottese ai quattro titoli in programma. La composizione che fa da frontespizio alla serata riconduce all’anno più critico della fase giovanile, ormai declinante, dell’avventura creativa mozartiana. Venuta alla luce a Mannheim agli inizi del 1778, fu utilizzata alcuni mesi dopo, a Parigi, come pezzo di apertura di un ciclo di sei sonate (KV 301/293a, KV 302/293b, KV 303/293c, KV 304/300c, KV 305/293d e KV 306/300l) pubblicate dall’editore Sieber con dedica a Maria Elisabeth del Palatinato, moglie del principe elettore Karl Theodor. Scrivendo al padre di queste proprie deliziose creature (perlopiù in due soli movimenti), Mozart ebbe a definirle "Clavier duetti mit Violin", un timido passo in avanti rispetto alla concezione estetica comportata dal titolo "Sonates pour le Clavecin avec l’accompagnement de Violon", utilizzato dieci anni prima, sempre nella capitale francese, dallo stampatore i cui torchi avevano licenziato le prime omologhe composizioni dell’enfant prodige. In un’epoca in cui il sonatismo galante ancora durava fatica a superare la tendenza alla monarchica asimmetria di un’eloquenza dialogico-strumentale sbilanciata a favore di un solista accompagnato (accompagnato da ciò che sopravviveva dell’antico basso continuo) o di una tastiera ingentilita dalle sottolineature di uno strumento melodico intercambiabile (violino sostituibile da flauto traverso o oboe), Mozart avrebbe dovuto aspettare il 1784 della sua superba sonata viennese in Si bemolle (KV 454) da condividere con Regina Strinasacchi, virtuosa italiana d’arco, per dimostrare quali livelli di perfezione potessero raggiungere due solisti impegnati in una conversazione musicale ormai ineccepibilmente paritetica. Portata a termine oltre un secolo più tardi, nel 1888, la Sonata Op. 108 di Johannes Brahms, rispetto alla KV 301/293a di Mozart, è un manifesto di equilibrio interlocutorio fra i due termini l’uno all’altro complementari del violino e del pianoforte. Il miracolo di generosità e di immediatezza espressiva che in essa si ammira fin da un primo ascolto ha fatto sì che, da sempre, l’Op. 108 occupi una posizione di netta preminenza nel gradimento del grande pubblico, se posta a confronto con gli altri due lavori concepiti dal maestro di Amburgo per il medesimo organico, ovvero l’Op. 78 del 1878 e l’Op. 100 del 1886. Curioso anche se soltanto presumibile è il fatto che, del diretto potere di ammaliamento di quella terza sonata, almeno un poco si preoccupasse la naturale riservatezza di Brahms su questioni estetiche e di gusto musicale. Ciò che ne scrisse a Clara Schumann il 2 novembre 1888 lascia trasparire abbastanza chiaramente il segreto timore di un destino di troppo facile popolarità: "Cara Clara, ho mandato agli Herzogenberg la sonata per violino di cui ti ho recentemente accennato e la risposta che ricevo è così sorprendentemente benevola che mi chiedo se la sonata piacerà anche a te. (…) Ad ogni nuovo pezzo che compongo sento venir meno la possibilità che piaccia a qualcuno. Anche questa volta va così e nutro forti dubbi sul fatto che tu possa condividere quanto m’ha scritto la signora Herzogenberg. Se la sonata non ti piace ad una prima lettura, non stare a perderci tempo provandola con Joachim. Rimandamela indietro.(…)". Una contratta platealità inframmezzata da squarci di opaco lirismo è, al contrario, ciò che l’ascoltatore trova nella Sonata per violino e pianoforte che Claude Debussy compose nel 1917, nella tragica imminenza di una morte da tempo annunciata. Minato da un male incurabile e costretto ad una condizione di solitudine e di precarietà economica al cui accanimento stava contribuendo non poco il generale stato di abbandono in cui versava la capitale francese a causa della Grande Guerra, il maestro di Images, dei Préludes, di Jeux e di La mer, nella tragica contingenza di quella sua particolare condizione personale ed epocale, si sentì chiamato a sublimare in senso civile e patriottico l’idea di un genere musicale – lo strumentalismo da camera – che aveva per decenni rappresentato il fronte più aristocratico e "politicamente meno impegnato" dell’agire compositivo d’arte. Nell’intento di spezzare l’assedio del cancro che, oltre a tormentarlo fisicamente, lo umiliava impedendogli di rendersi in qualche modo utile contro l’incubo prussiano di una seconda Sedan (mentre tanti suoi amici e colleghi erano partiti per il fronte come volontari), Debussy diresse le ultime energie del proprio genio verso la realizzazione di un ciclo di sonate per diversi strumenti che avrebbe dovuto tradursi in un ideale omaggio patriottico alle glorie del passato musicale più squisitamente ed autenticamente francese, quello delle delizie barocche sei-settecentesche riconducibili alle grazie clavicembalistiche dell’età di François Couperin. Ma il destino si mostrò pietoso solo per il cinquanta per cento. Delle progettate Six sonates pour divers instruments, composées par C.D., musicien français solo tre videro la luce : la prima, per violoncello e pianoforte, e la seconda, per flauto, viola e arpa, nel 1915; due anni dopo, come già precisato, il capolavoro di asciutto e a tratti convulso splendore presente nel programma di questa sera. Come concludere l’ampia ricognizione storica di questo nostro appuntamento musicale, se non con qualcosa che si configuri come l’estrema affermazione simbolica del concetto stesso di Continuità fra Passato e Presente? A questo difficile compito attenderanno Tre Capricci di Paganini Op. 40, frutto di una rielaborazione con pianoforte, datata 1918, a firma di Karol Szymanowski. L’ascoltatore più smaliziato non mancherà di sovrainterpretarne il contenuto in chiave – per così dire – "esorcistica". Un esorcismo?! E contro quale diabolica entità? Contro il demone del virtuosismo fine a se stesso, malattia endemica dell’arte strumentale e tentazione fatale da cui la migliore musica da camera si è sempre tenuta a distanza di sicurezza.

Danilo Faravelli

Recital violinistico

SALVATORE ACCARDO
al pianoforte LAURA MANZINI

  • W.A. Mozart – Sonata in sol maggiore K301
  • Brahms – Sonata in re minore nr.3 op.108
  • Debussy – Sonata in sol minore
  • Szimanovski - Tre capricci

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