LA SCHEDA |
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| Di questi tempi si fa un gran parlare della
fragilità delle nostre giovani generazioni. "Non sanno reggere neanche
le più piccole frustrazioni!" si dice. "Alle prime delusioni,
anziché reagire come si dovrebbe, si affidano al potere consolatorio
dell'alcol, delle droghe, dello stordimento delle discoteche
". In tutto
questo c'è del vero come c'è dell'esagerazione; ma quel che
importa a chi ne legge qui, ora, da appassionato di musica d'arte, è
che anche in questo campo Mozart avrebbe qualcosa da insegnarci, e qualcosa
di terapeutico, di positivo. Se infatti non avesse preso per le corna - come
fece - il toro dell'amarezza patita a causa di una prolungata estromissione
dall'agone operistico, l'obiettivo musicale da lui più appassionatamente
perseguito come compositore ("/
/ Mi risponda presto, la prego; non
dimentichi il mio desiderio di scrivere opere. Sono invidioso di chiunque
ne scriva una. Quando sento o leggo un'aria vorrei davvero piangere dal dispetto.
Ma in italiano vorrei comporla, non in tedesco, seria, non buffa. /
/",
si legge nella sua lettera al padre del 4 febbraio 1778), la posterità
non avrebbe ricevuto l'incanto dei suoi concerti per pianoforte e
orchestra. La scelta dell'Ouverture dall'opera buffa Le nozze di Figaro, composta a partire dalla tarda estate del 1785 e andata in scena al Burgtheater di Vienna il 1° maggio 1786, sottende un valore simbolico di grande raffinatezza rispetto all'orientamento fondamentale del programma di stasera. Le nozze di Figaro rappresenta infatti il nodo problematico più spinoso dell'intera produzione teatrale mozartiana, perle ambigue vicende della sua iniziale ascesa e caduta. Le nozze di Figaro è il paradigma di una drammaturgia musicale pensata con tale lungimiranza rispetto all'effettiva maturità di ricezione di un certo pubblico, da costituire il centro perfetto di una tremenda collisione, la cui violenza si può ben immaginare, se le due entità "l'una contro l'altra armate" sono, da una parte, l'incontenibile voglia di mettersi alla prova di un melodrammaturgo onnipotente costretto per mesi e mesi all'umiliazione di un'intollerabile inattività e, all'altra, un popolo di "melomani" poco incline a deviare da canoni di gradimento estetico resi pressoché istituzionali da anni di produzione teatrale ad alto tasso di manierismo stilistico e di prevedibilità. A Vienna, le alterne fortune de Le nozze di Figaro segnarono per Mozart l'inizio di una mirabolante quanto incerta carriera compositiva in ambito operistico, oscillante fra trionfi e incomprensioni. E tutto questo, soprattutto, perché il Salisburghese era salisburghese: guaio di non poco conto in un'epoca in cui chi creava musica per il palcoscenico, aspirando a garantirsi ricchezza e successo duraturo, era bene che fosse italiano, meglio se napoletano di nascita o almeno di scuola. Quale dunque la strategia messa in atto da Mozart per riuscire a sopportare la lunga anticamera impostagli a Vienna dagli sbancatori di scritture Salieri, Paisiello, Cimarosa, Gazzaniga, Anfossi, Sarti tra il 1781 e il 1786, prima che gli venisse riservato l'onore di vedere rappresentata una propria opera su libretto italiano? La cura che a livello istintivo egli stesso si prescrisse, con eterno beneficio per l'umanità tutta, fu la sublimazione di quello stracolmo calice amaro attraverso la creazione di melodrammi, per così dire, ohne Worte, senza parole; questa è infatti, in ultima analisi, l'essenza dello splendore dei suoi concerti pianistici: ciascuno di essi è uno spettacolo teatrale di puri suoni, sulla cui scena agiscono un protagonista, impersonato dal solista (Mozart stesso o le varie virtuose dedicatarie delle partiture), e tanti comprimari, personaggi di sfondo, un coro e comparse, incarnati dall'orchestra. Il Concerto KV 488, con l'irresistibile magia di quel suo teatralissimo contrasto fra la sorridente e mattutina discorsività dei tempi estremi e la notturna pensosità del movimento centrale, prese forma tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo del 1786 e, interpretato davanti al pubblico di Vienna con il suo stesso autore in veste di solista il 7 aprile di quell'anno, precedette di neppure un mese l'andata in scena de Le nozze di Figaro (la cui posizione di catalogo, KV 492, è non a caso vicinissima a quella della partitura strumentale qui considerata). Sul Concerto KV 595 aleggia l'irresistibile malinconia caratteristica di ogni Schwanengesang, di ogni "canto del cigno". Ultimo della corposa serie di ventisette a firma del Salisburghese, è un capolavoro di impagabile delicatezza nel quale la linearità melodica, la castità armonica e il nitore orchestrativi danno luogo ad un discreto alternarsi di luci e di ombre che mai turba nel profondo, pur sembrando concepito per tenere lontani da qualsiasi forma di superficialità. Composto da Mozart agli inizi del 1791, suo ultimo anno di vita, costituì anche la partitura della sua ultima esibizione in pubblico in veste di solista. Accadde il 4 marzo, in un'accademia organizzata da tale Jahn, proprietario di ristorante, nel corso della quale il magnifico concerto fu messo in programma come brano aggiuntivo, complementare alle esibizioni di bravura di un clarinettista allora di grido, Johann Joseph Beer. Il Concerto per due pianoforti KV 365(316a) appartiene all'ultimissimo periodo salisburghese della vita di Mozart. Dato alla luce agli inizi del 1779 per un'esibizione in coppia con la sorella Nannerl, per quanto cronologicamente estraneo al decennio viennese 1781-1791, non è affatto in contraddizione con la filosofia ispiratrice delle omologhe partiture della maturità del Maestro. Anche il Concerto per due pianoforti fu infatti concepito come antidoto contro brucianti sentimenti di frustrazione. Di ritorno da Parigi, dopo il fallito tentativo di realizzare in terra francese i propri sogni di stabilità professionale, Mozart dovette certo darsi un gran da fare per non "perdere la faccia" agli occhi dell'arcivescovo Colloredo e dei più malevoli e invidiosi dei propri concittadini. La faccia da salvare, oltretutto, non era solo la sua; era anche quella dei suoi cari, membri, insieme a lui, di una vera e propria azienda musicale a conduzione familiare. Era tempo di tornare a mostrarsi uniti sotto le insegne dell'arte: propositivi, brillanti e pieni di nuove idee. Danilo Faravelli |
W. A. Mozart
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