LA SCHEDA |
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| Per la città in cui nacque, per l'epoca in
cui visse e per i rapporti conflittuali che gli capitò di stabilire
con alcuni soggetti umani (autorità da compiacere, committenti da
accontentare, colleghi con cui competere e virtuosi da valorizzare), Mozart
non percorse l'intero arco della propria vita artistica intrattenendo relazioni
di pari bontà con tutti gli strumenti musicali. Per alcuni nutrì
un interesse profondo (si pensi, per esempio, al clarinetto), per altri
provò una dichiarata idiosincrasia fin dall'infanzia (la tromba),
verso altri ancora, se pure non stabilmente, espresse sentimenti di insofferenza.
È questo il caso dell'organo e la cosa risulta del tutto comprensibile
se si pensa che, nel 1779, messi da parte tanti sogni di gloria, gli toccò
accontentarsi del posto di Hoforganist a Salisburgo, dopo essere rientrato
da un viaggio fallimentare a Parigi nel quale la miglior opportunità
di lavoro che gli era stata offerta l'aveva fatto così sbottare,
scrivendone al padre il 3 luglio 1778: "(
) Quanto a Versailles, non
ci ho mai pensato seriamente. (
) Il compenso è minimo e bisogna
languire per sei mesi in un luogo in cui non c'è altra possibilità
di guadagno e lì seppellire il proprio talento. A Parigi, chi lavora
al servizio del re viene subito dimenticato. E oltretutto, organista!
(
)". Nei viaggi italiani ed europei affrontati in qualità di enfant prodige dato in pasto allo stupore del mondo, Mozart era stato invitato in più occasioni a cimentarsi con le tastiere installate in autorevoli sedi musicali e luoghi di culto (nella cappella reale di Versailles, nella Great Room dello Spring Garden di Londra, in una chiesa di Gand e in una di Anversa, nella cattedrale di Haarlem, nel monastero di Melk, in San Marco a Rovereto, in San Tommaso a Verona, in San Domenico a Bologna, in Santa Giustina a Padova, in Santa Maria della Passione a Milano ; il tutto fra il 1764 e il 1771). Nella cattolicissima e arcivescovile Salisburgo aveva fatto probabilmente indigestione di musica altrui scritta per il "re degl'istromenti". Non c'è quindi da stupirsi se, fatta eccezione per le Sonate all'epistola (o Sonate da chiesa), avesse finito per non inclinare a comporne di propria. Qual è dunque il senso ultimo del concerto di questa sera? Letto in chiave strettamente mozartiana, il concerto di stasera va inteso come un'opportunità più unica che rara per sentirsi chiamati a meditare su una particolarissima storia di incomprensioni "musical-coniugali", a cui ben s'adatterebbe, a mo' di titolo, la locuzione scelta qualche tempo fa da una rivista di settore come intestazione di un articolo sull'argomento: "Le infelici nozze di Mozart e Frau Orgel". Riascoltare gli autori che egli ascoltò è un modo più che sensato di cercare un contatto con le radici imperscrutabili del suo pensiero musicale. Due Fughe di Händel sono quanto di meglio si possa proporre per aprire il discorso. Il severo e insieme seducente linguaggio contrappuntistico di questo compositore costituì il fulcro della sopravvivenza, nel Mozart viennese, di un interesse vivo per la razionalità compositiva dei maestri del Settentrione di lingua tedesca. Stabilitosi nella capitale asburgica, il "transfuga" salisburghese poté cominciare da subito a crearsi condizioni di vita accettabili grazie alla benevolenza di alcuni ammiratori, primo fra tutti il bibliotecario di corte, barone Gottfried van Swieten. Questi, avendo ricoperto per lungo tempo un incarico diplomatico in Prussia, era rientrato a Vienna con una passione profonda (e anche un tantino anacronistica) per l'austero repertorio tastieristico prediletto in quelle terre. Una delle prima fonti di guadagno di Mozart a Vienna corrispose appunto alla partecipazione, in veste di esecutore, ai concerti privati organizzati settimanalmente dal facoltoso ex ambasciatore. Così ne scrisse alla sorella Nannerl il 20 aprile 1782: "( ) Il barone van Swieten, da cui mi reco ogni domenica, mi ha permesso di portarmi a casa (dopo che gliele avevo suonate integralmente) tutte le opere di Haendel e di Bach. ( )". Il Bach menzionato in questo stralcio di lettera è ovviamente Johann Sebastian, non il di lui figlio Carl Philipp Emanuel stasera rappresentato dalla Sonata Wq.70/3. Accostarsi a questa sua composizione risalente agli anni cinquanta del XVIII secolo equivarrà a rendersi perfettamente conto del diverso cammino poetico da lui intrapreso rispetto alla dotta eloquenza tastieristica del padre. Carl Philipp Emanuel Bach, musicista galante e insieme fantasioso, pienamente iscritto in un'epoca più propensa a concedersi alle intemperanze del Sentimento che non alle intransigenze della Ragione, ebbe in comune con Mozart una scarsa simpatia per l'organo. Alla pastosa fissità dei molteplici registri dell'antico strumento da chiesa preferiva le infinite mezzetinte estraibili dal neonato pianoforte, lungimirante campione di una presentibile modernità musicale. Momento culminante della serata, dopo la raffinata e graditissima parentesi di una Fuga e di un Largo di padre Giovambattista Martini, compunta ed erudita figura d'eccezione nel panorama gaudente e spregiudicato di un'Italia ridotta a terra di conquista di castrati, primedonne e impresari in angustie, due pagine di netta paternità mozartiana: una Ouverture in stile haendeliano, tratta da una Suite composta ai tempi delle prestazioni a favore di van Swieten (1782) e rimasta incompiuta al terzo pezzo (Ouverture - Allemande - Courante, il tutto catalogato come KV 399/385i) e un Andante KV 616 originariamente scritto per organo meccanico. Concertisticamente parlando, capita spesso che la dolorosa lacuna lasciata da Mozart sul fronte della letteratura organistica venga colmata con l'esecuzione di questo Andante, spesso affiancato alle Fantasie KV 594 e KV 608 ad esso coeve (1791). Va però detto che tutte tre le composizioni appena menzionate presero forma per un ordigno suonarono che il Salisburghese cordialmente detestava. Sono queste le parole con cui ne scrisse alla moglie, nella lettera del 3 ottobre 1790: "( ) Sono fermamente deciso a mettermi subito all'opera ( ) affinché nelle mani della mia cara moglie finiscano presto alcuni ducati. Ci ho provato, ma la sfortuna vuole che si tratti di un impegno così odioso che mi sta capitando la disgrazia di non riuscire a terminarlo (e dire che ci lavoro tutti i santi giorni!). Devo continuamente interrompermi, tanto mi annoia, e non ho dubbi che, se non dovessi mettercela tutta per una ragione tanto importante, lo pianterei lì. Cercherò di sforzarmi e mi ci metterò di giusta lena, poco a poco. Certo, se lavorassi per un marchingegno di grandi dimensioni, il cui effetto fosse quello di un organo, allora sì che ci prenderei gusto, ma il guaio è che si tratta di un meccanismo a cannettine, da cui escono suoni troppo striduli ed infantili per le mie orecchie. ( )". Forse fu il buon Dio a mettere a punto per Mozart questo breve contrappasso da sopportare fra i vivi; forse lo fece per non doverlo punire più tardi, varcata la soglia dell'Aldilà. È vero che aveva trascurato il Suo strumento, ma - si perdoni la ridondanza - solo Dio sa quel che non riuscì a trarre da tutti gli altri. Danilo Faravelli |
G. F. Händel
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