Troppo spesso poniamo mente agli epistolari dei grandi uomini con male
orientato senso di gratitudine. Pensiamo alla soddisfazione che ci deriva
dal poter curiosare tra i fatti della vita loro per meglio comprendere
il valore delle loro opere e ci sentiamo senza meno in dovere riconoscenza
di fronte all’immane beneficio ricevuto. Fantastichiamo sulle
ore che rubarono al sonno, agli svaghi e ai rapporti umani (magari all’amore,
ma mai al compimento della loro missione poetica!) per dedicarsi all’indefesso
lavoro di penna svolto allo scopo di documentarci su aspetti apparentemente
insignificanti della loro quotidianità e ci commoviamo domandando
a noi stessi con fatale seriosità: “Quanta parte della
loro arte ed umanità sarebbe rimasta per noi tenebra impenetrabile,
se, con tutto quello che già avevano da fare per addolcirci la
vita, non si fossero presi la briga di scrivere tante lettere?".
In realtà, a parte coloro che – vedi San Paolo, Seneca,
Abelardo o Petrarca e tanti altri – pensavano espressamente a
epistole destinate all’edificazione morale o al trastullo intellettuale
dei posteri, quei grandi uomini scrivevano lettere per le ragioni più
svariate, ma quasi mai per indicarci il passaggio segreto che conduce
agli abissi della loro intimità esistenziale e ai misteri della
loro officina creativa. Se di gratitudine proprio vogliamo parlare,
faremmo meglio a indirizzare tale sentimento a coloro che quelle lettere
scrupolosamente conservarono, intuendo prima di noi la grandezza e l’unicità
di chi le aveva scritte.
Perché Mozart scriveva lettere? Se ci proponessimo di stendere
un elenco completo dei motivi che lo indussero ad impugnare la penna
a scopo epistolare fra i tredici e i trentacinque anni d’età,
finiremmo per perdere la testa.
Da ragazzino, lo spazio deputato ad accogliere suoi messaggi a parenti
ed amici era il post scriptum che il papà Leopold gli concedeva
in calce a proprie missive. In questo modo, l’enfant prodige non
solo dava di proprio pugno conferma indiretta del buono stato di salute
di cui godeva (informazione sempre attesa con ansia da chi gli voleva
bene, viste le immani fatiche dei viaggi artistici che andava collezionando),
ma si teneva anche in esercizio in una pratica che aveva appreso non
sui banchi di scuola, ma unicamente sotto la guida del padre. In questo
senso, non possono non intenerirci i suoi primi cimenti con l’idioma
italiano, una lingua della quale doveva entrare in possesso il più
presto possibile, in considerazione dell’importanza che rivestiva
nella professione musicale. “Vi prego di scrivermi tutti i giorni
di posta, e se anche non avete niente di scrivere; solamente vorrei
averlo per aver qualche lettera tutti i giorni di posta. Spero che ricevèste
questa lettera, Dove era dentra un’altra lingua, la quale Voi
averete già intesa, o capita. Egli non sarebbe mal fatto, se
voi mi scriveste qualche volta una letterina italiana". In questo
stralcio dalla lettera del 29 maggio 1770 che il giovane Mozart, da
Napoli, inviò alla sorella Nannerl è più che evidente
l’atto dovuto al genitore, il quale si attende prove sempre più
disinvolte nell’uso dello strumento comunicativo che procurerà
pane al compositore di opere nella lingua di Metastasio; ma si coglie
anche una spiccata attitudine a coltivare il piacere dell’umana
interrelazione (“solamente vorrei averlo per aver qualche lettera
tutti i giorni di posta").
Nell’attitudine or ora sottolineata rientrano, con una loro funzione
particolarissima, le celebri lettere alla cugina Maria Anna Thekla,
veri e propri surrogati epistolari di contatti fisici resi impraticabili
dalla distanza o dal decoro: farciti di insensatezze, di scurrilità
gratuite e di allusioni fecal-sessuali della specie più grassa.
Con questo tipo di queste missive possiamo ben credere che il ventenne
Mozart si aspettasse di costruire una corrispondenza di carne più
che carta inchiostrata. Qualcosa di simile si troverà anche in
alcuni suoi scritti indirizzati alla moglie degli ultimissimi anni,
nei quali tuttavia, per il maggior bisogno di compostezza che si può
presumere sia più urgente in un trentenne che in un ventenne,
assai meglio contrastata risulterà l’irruenza delle tempeste
ormonali: “Prepara per bene il tuo caro, bellissimo nido, perché
il mio giovanotto in effetti se lo merita; si è comportato benissimo
e altro non desidera se non di possedere la tua cosa più bella.
Pensa che birbante, mentre scrivo si affaccia di soppiatto sul tavolo
e mi si mostra con aria interrogativa. Io però gli do svelto
un energico colpetto. Ma il ragazzo è solo e il briccone pizzica
ancor di più e quasi non si può tenere a freno."
(Cfr. lettera alla moglie del 23 maggio 1789, da Berlino).
L’epistolografia mozartiana non è sempre così diretta
e calda. Sono molte sono le lettere che il compositore scrisse con procedimenti
retorici ad effetto per tentare di raggiungere scopi che avevano a che
fare con la dimensione professionale o affettiva della sua esistenza.
Mirabili in tal senso sono le due missive in italiano inviate in un
caso a padre Giovanni Battista Martini (da Salisburgo, il 4 settembre
1776) e nell’altro all’amata Aloysia Weber (da Parigi, il
31 luglio 1778). Numerosissime sono anche le lettere di questo genere
scritte al padre, il principale interlocutore epistolare della sua vita,
al quale Mozart aveva via via imparato a rivolgersi nei modi propri
di un sentimento iridescente, perennemente in oscillazione fra le mille
gradazioni emotive che pulsano fra i poli contrapposti dell’amore
e dell’odio: sincero desiderio di aprirsi ad un genitore che conosceva
tutte le fragilità della propria creatura e sapeva indicare rimedi
contro i loro possibili effetti indesiderati; insofferenza filiale nei
confronti degli obblighi e dei limiti che non potevano non venire in
gran quantità da un padre apprensivo e moralista; ostilità,
espressa ora senza alcuna cautela, ora con imbellettamenti argomentativi
di pura facciata e di disarmante ingenuità. E qui vale forse
la pena di citare uno dei passi più sorprendenti dell’epistolario
mozartiano, estratto dalla penultima lettera scritta al padre (l’ultima
è andata perduta) il 4 aprile 1787, da Vienna: “In questo
istante ricevo una notizia che rappresenta per me un durissimo colpo,
soprattutto perché dalla sua ultima lettera potevo sperare che
lei, grazie a Dio, stesse benissimo. Ora invece sento che è seriamente
malato. Non occorre certo che le dica con quanta ansietà attendo
una notizia consolante. E vi spero come in una cosa certa, benché
ormai mi sia abituato a temere sempre il peggio in ogni circostanza.
Perché la morte (a ben guardare) è l’ultimo, vero
fine della nostra vita, da qualche anno sono entrato in tanta familiarità
con questa amica sincera e carissima dell’uomo, che la sua immagine
non solo non ha per me più nulla di terrificante, ma mi appare
addirittura molto tranquillizzate e consolante. E ringrazio il mio Dio
di avermi concesso la fortuna di avere l’opportunità (lei
mi capisce) di riconoscere in essa la chiave della nostra vera felicità.
Non vado mai a letto senza pensare che (per quanto giovane io sia) l’indomani
forse non ci sarò più."
S’è più volte scritto che questa, più che
farina del sacco di Mozart, è materia filosofica riciclata dal
Phädon (1767) di Moses Mendelsshon, uno dei libri che formavano
la piccola biblioteca privata del maestro. Viene però da chiedersi
quanto di filosofico ci sia nello scrivere parole simili ad un uomo
che sta per rendere l’anima a Dio. A dettarle a chi le scrisse
fu sprovvedutezza o cinismo?