MUSICA ( 2006)

7 Ottobre
Nogaredo

Quartetto "Kernel"

A dispetto dei tre grandi nomi attorno a cui ruota, il programma del concerto odierno potrebbe essere correttamente inteso come una proposta d’ascolto atta a valorizzare, fra essi, il primo in ordine di apparizione e non perché i pezzi di Mozart sopravanzino in quantità quelli dei due restanti maestri, bensì per il sottile valore sintetico sotteso all’antologia presentata dal Quartetto "Kernel" rispetto alla posizione del Salisburghese nella storia della musica. Se infatti Bach e Beethoven, pur con tutte le eccezioni pretese dalla loro immane produzione, si votarono ad incarnare figure di artisti dal carattere indubitabilmente germanico, la stessa cosa sarebbe assai più arduo sostenere a proposito di Mozart. Per le particolari vicende toccategli in sorte come "figlio d’arte", per i due ambienti fondamentali in cui spese la propria esistenza (Salisburgo e Vienna) e per gli orientamenti di gusto musicali dell’epoca in cui visse, egli si trovò a dover lottare praticamente senza sosta contro l’irrisolvibilità di una scelta di campo: compositore di spirito italiano o compositore di spirito tedesco? Compositore per i sensi o compositore per l’intelletto? Naturalmente, ciò che fece di Mozart un genio assoluto e irripetibile fu proprio la capacità di destreggiarsi mirabilmente fra i due estremi di tale dilemma senza mai perdervi l’equilibrio; resta però il fatto che, nella sua musica, è leggibilissima la drammaticità della sua esperienza di poeta dei suoni.
Il concerto di oggi costituisce una magnifica occasione per riflettere su tutto ciò. Un capolavoro italianizzante come Eine kleine Nachtmusik KV 525 farà bella mostra di tutta la sua fresca, spensierata ed ammiccante godibilità, assediato dai severi contrappunti di tre partiture ad alta temperie speculativa, ascoltando le quali e immaginando i volti dei loro autori intenti a compitarle faticheremmo a figurarci espressioni distese e sorridenti.
Mozart compose l’Adagio e Fuga in Do minore KV 546 nel mese di marzo del 1788 rielaborando per l’editore Hoffmeister (che nel corso di quello stesso anno pubblicò a Vienna la singolare partitura) un pezzo per due pianoforti risalente al 1783, la Fuga in Do minore KV 426. L’originale brano per due tastiere era stato creato per la cerchia di amici del barone Gottfried van Swieten, prefetto della Biblioteca imperiale ed ex ambasciatore austriaco in Prussia, che nella propria dimora viennese era solito organizzare riunioni musicali dominate dal gusto per lo "stile antico" di Bach e Händel. Nell’adattamento per archi in vista della consegna a Hoffmeister, alla Fuga fu aggiunto un Adagio introduttivo che richiama la funzione dei preludi o delle toccate tradizionalmente anteposti all’approdo imitativo di tante creazioni barocche, prima fra tutte Das Wohltemperierte Klavier. Ed eccoci, con questo titolo, all’inclito nome di Johann Sebastian Bach (1685-1750), il cui congedo musicale dal mondo, Die Kunst der Fuge BWV 1080, interverrà a nobilitare il nostro concerto attraverso l’ultimo dei suoi capitoli, l’incompiuta Fuga a tre soggetti contenente, in forma criptata la firma dell’autore. Con l’apparizione del terzo dei "tre soggetti", infatti, la viola intonerà le quattro note Si bemolle – La – Do - Si naturale, corrispondenti, nella notazione tedesca di derivazione medioevale, alle lettere alfabetiche B – A – C - H; l’intreccio contrappuntistico che ne seguirà sarà di breve e durata perché proprio sullo sviluppo di questa idea Bach lasciò cadere la penna. Die Kunst der Fuge vide la luce negli ultimi due anni di vita del maestro di Eisenach, probabilmente come opera destinata a produrre un effetto pratico più che musicale in senso stretto. Con essa il suo autore, chiedeva di essere riconfermato fra i membri dell’Accademia delle Scienze di Lipsia; ne era entrato a far parte nel 1748, ma quel dotto consesso esigeva che ogni anno i propri affiliati si dimostrassero degni del privilegio loro riconosciuto, depositando sempre nuove ed inedite prove del loro ingegno.
Spirito tutt’altro che deferente e sottomesso animò l’estro di Ludwig van Beethoven (1770-1827) nell’attendere, tra i mesi d’agosto e di novembre del 1825, alla composizione della "Grande Fuga" in Si bemolle maggiore Op. 133. Questo incredibile brano, la cui estensione supera le settecento battute, è un vero e proprio guanto di sfida lanciato contro i conformismi musicali d’ogni tempo. Allorché prese forma, era suo destino entrare a far parte del coevo Quartetto Op. 130, di cui sarebbe dovuto divenire l’ultimo movimento; in realtà, non è chiaro se per un ripensamento dell’autore, timoroso che l’immensità della Grosse Fuge potesse oscurare i quattro movimenti che avrebbero dovuto precederla in partitura, o se in seguito alle preghiere di amici e conoscenti, che misero in guardia il maestro circa il rischio di tirarsi addosso critiche negative attribuendo a un organismo classico quale era un quartetto un finale tanto sconvolgente, l’Op. 133 fu pubblicata postuma nel 1827 come lavoro a sé stante, con dedica al più colto degli ammiratori di Beethoven, l’arciduca Rodolfo d’Asburgo; il Quartetto Op. 130, di conseguenza, ebbe un nuovo finale, decisamente più digeribile per gli ascoltatori e i dilettanti del tempo. Del resto, se la Grosse Fuge è un pezzo di difficile ascolto anche per noi che abbiamo, rispetto ai contemporanei del "Titano", il vantaggio di due secoli di storia della musica in più, comprendenti, fra l’altro, tutte le stravaganze del Novecento, c’è da capire che alcuni detrattori di Beethoven vedessero in questa sua avventura ai confini del regno della cacofonia l’espressione di una mente ormai irrimediabilmente malata. In realtà, la "Grande Fuga" Op. 133 fu l’espressione combinata di due potentissimi motivi poetici: l’aspirazione a rifondare su nuove basi soggettivistico-preromantiche l’autorevolezza di tecniche contrappuntistiche che costituivano l’anima più schiettamente tedesca del sapere musicale europeo e liberare, senza il ricatto edonistico di un piacere dell’ascolto fine a se stesso, energie creative umiliate dal limite fisico della sordità, ma non per questo meno ribollenti di quanto fossero state in passato nel cuore di chi ne era posseduto.
Resisterà l’italianizzante Eine kleine Nachtmusik all’accerchiamento tedesco di tre composizioni in contrappunto imitativo tanto severe ed ammirevoli? Possiamo esserne certi, non foss’altro per la solidità strutturale di questa deliziosa "serenata notturna", spensierata sì, ma di concezione niente affatto superficiale. Mozart la compose nel 1787 a Vienna, mentre sul suo scrittoio si alternava la carta da musica di capolavori come Don Giovanni KV 527, la Sonata per violino e pianoforte KV 526 o la Sonata per pianoforte a quattro mani KV 521, a riprova del fatto che la sua venuta al mondo era in ottima compagnia quanto a eccellenza di prospettive estetiche. Se poi si considera che non è rimasta traccia di alcuna sua destinazione concreta a beneficio di contemporanei dell’autore (non un editore che ne attendesse il manoscritto, non un committente che l’avesse richiesta per un intrattenimento fra amici, non una pubblica accademia che ne abbia accolta la prima esecuzione…), è facile essere tentati dalla romantica idea che Mozart avesse potuto comporla unicamente per proprio diletto, ignaro dell’incredibile popolarità che quel suo gioiello di freschezza avrebbe conquistato presso i posteri.

 

Danilo Faravelli

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