A dispetto dei tre grandi nomi attorno a cui ruota, il programma del
concerto odierno potrebbe essere correttamente inteso come una proposta
d’ascolto atta a valorizzare, fra essi, il primo in ordine di
apparizione e non perché i pezzi di Mozart sopravanzino in quantità
quelli dei due restanti maestri, bensì per il sottile valore
sintetico sotteso all’antologia presentata dal Quartetto "Kernel"
rispetto alla posizione del Salisburghese nella storia della musica.
Se infatti Bach e Beethoven, pur con tutte le eccezioni pretese dalla
loro immane produzione, si votarono ad incarnare figure di artisti dal
carattere indubitabilmente germanico, la stessa cosa sarebbe assai più
arduo sostenere a proposito di Mozart. Per le particolari vicende toccategli
in sorte come "figlio d’arte", per i due ambienti
fondamentali in cui spese la propria esistenza (Salisburgo e Vienna)
e per gli orientamenti di gusto musicali dell’epoca in cui visse,
egli si trovò a dover lottare praticamente senza sosta contro
l’irrisolvibilità di una scelta di campo: compositore di
spirito italiano o compositore di spirito tedesco? Compositore per i
sensi o compositore per l’intelletto? Naturalmente, ciò
che fece di Mozart un genio assoluto e irripetibile fu proprio la capacità
di destreggiarsi mirabilmente fra i due estremi di tale dilemma senza
mai perdervi l’equilibrio; resta però il fatto che, nella
sua musica, è leggibilissima la drammaticità della sua
esperienza di poeta dei suoni.
Il concerto di oggi costituisce una magnifica occasione per riflettere
su tutto ciò. Un capolavoro italianizzante come Eine kleine Nachtmusik
KV 525 farà bella mostra di tutta la sua fresca, spensierata
ed ammiccante godibilità, assediato dai severi contrappunti di
tre partiture ad alta temperie speculativa, ascoltando le quali e immaginando
i volti dei loro autori intenti a compitarle faticheremmo a figurarci
espressioni distese e sorridenti.
Mozart compose l’Adagio e Fuga in Do minore KV 546 nel mese di
marzo del 1788 rielaborando per l’editore Hoffmeister (che nel
corso di quello stesso anno pubblicò a Vienna la singolare partitura)
un pezzo per due pianoforti risalente al 1783, la Fuga in Do minore
KV 426. L’originale brano per due tastiere era stato creato per
la cerchia di amici del barone Gottfried van Swieten, prefetto della
Biblioteca imperiale ed ex ambasciatore austriaco in Prussia, che nella
propria dimora viennese era solito organizzare riunioni musicali dominate
dal gusto per lo "stile antico" di Bach e Händel. Nell’adattamento
per archi in vista della consegna a Hoffmeister, alla Fuga fu aggiunto
un Adagio introduttivo che richiama la funzione dei preludi o delle
toccate tradizionalmente anteposti all’approdo imitativo di tante
creazioni barocche, prima fra tutte Das Wohltemperierte Klavier. Ed
eccoci, con questo titolo, all’inclito nome di Johann Sebastian
Bach (1685-1750), il cui congedo musicale dal mondo, Die Kunst der Fuge
BWV 1080, interverrà a nobilitare il nostro concerto attraverso
l’ultimo dei suoi capitoli, l’incompiuta Fuga a tre soggetti
contenente, in forma criptata la firma dell’autore. Con l’apparizione
del terzo dei "tre soggetti", infatti, la viola intonerà
le quattro note Si bemolle – La – Do - Si naturale, corrispondenti,
nella notazione tedesca di derivazione medioevale, alle lettere alfabetiche
B – A – C - H; l’intreccio contrappuntistico che ne
seguirà sarà di breve e durata perché proprio sullo
sviluppo di questa idea Bach lasciò cadere la penna. Die Kunst
der Fuge vide la luce negli ultimi due anni di vita del maestro di Eisenach,
probabilmente come opera destinata a produrre un effetto pratico più
che musicale in senso stretto. Con essa il suo autore, chiedeva di essere
riconfermato fra i membri dell’Accademia delle Scienze di Lipsia;
ne era entrato a far parte nel 1748, ma quel dotto consesso esigeva
che ogni anno i propri affiliati si dimostrassero degni del privilegio
loro riconosciuto, depositando sempre nuove ed inedite prove del loro
ingegno.
Spirito tutt’altro che deferente e sottomesso animò l’estro
di Ludwig van Beethoven (1770-1827) nell’attendere, tra i mesi
d’agosto e di novembre del 1825, alla composizione della "Grande
Fuga" in Si bemolle maggiore Op. 133. Questo incredibile brano,
la cui estensione supera le settecento battute, è un vero e proprio
guanto di sfida lanciato contro i conformismi musicali d’ogni
tempo. Allorché prese forma, era suo destino entrare a far parte
del coevo Quartetto Op. 130, di cui sarebbe dovuto divenire l’ultimo
movimento; in realtà, non è chiaro se per un ripensamento
dell’autore, timoroso che l’immensità della Grosse
Fuge potesse oscurare i quattro movimenti che avrebbero dovuto precederla
in partitura, o se in seguito alle preghiere di amici e conoscenti,
che misero in guardia il maestro circa il rischio di tirarsi addosso
critiche negative attribuendo a un organismo classico quale era un quartetto
un finale tanto sconvolgente, l’Op. 133 fu pubblicata postuma
nel 1827 come lavoro a sé stante, con dedica al più colto
degli ammiratori di Beethoven, l’arciduca Rodolfo d’Asburgo;
il Quartetto Op. 130, di conseguenza, ebbe un nuovo finale, decisamente
più digeribile per gli ascoltatori e i dilettanti del tempo.
Del resto, se la Grosse Fuge è un pezzo di difficile ascolto
anche per noi che abbiamo, rispetto ai contemporanei del "Titano",
il vantaggio di due secoli di storia della musica in più, comprendenti,
fra l’altro, tutte le stravaganze del Novecento, c’è
da capire che alcuni detrattori di Beethoven vedessero in questa sua
avventura ai confini del regno della cacofonia l’espressione di
una mente ormai irrimediabilmente malata. In realtà, la "Grande
Fuga" Op. 133 fu l’espressione combinata di due potentissimi
motivi poetici: l’aspirazione a rifondare su nuove basi soggettivistico-preromantiche
l’autorevolezza di tecniche contrappuntistiche che costituivano
l’anima più schiettamente tedesca del sapere musicale europeo
e liberare, senza il ricatto edonistico di un piacere dell’ascolto
fine a se stesso, energie creative umiliate dal limite fisico della
sordità, ma non per questo meno ribollenti di quanto fossero
state in passato nel cuore di chi ne era posseduto.
Resisterà l’italianizzante Eine kleine Nachtmusik all’accerchiamento
tedesco di tre composizioni in contrappunto imitativo tanto severe ed
ammirevoli? Possiamo esserne certi, non foss’altro per la solidità
strutturale di questa deliziosa "serenata notturna", spensierata
sì, ma di concezione niente affatto superficiale. Mozart la compose
nel 1787 a Vienna, mentre sul suo scrittoio si alternava la carta da
musica di capolavori come Don Giovanni KV 527, la Sonata per violino
e pianoforte KV 526 o la Sonata per pianoforte a quattro mani KV 521,
a riprova del fatto che la sua venuta al mondo era in ottima compagnia
quanto a eccellenza di prospettive estetiche. Se poi si considera che
non è rimasta traccia di alcuna sua destinazione concreta a beneficio
di contemporanei dell’autore (non un editore che ne attendesse
il manoscritto, non un committente che l’avesse richiesta per
un intrattenimento fra amici, non una pubblica accademia che ne abbia
accolta la prima esecuzione…), è facile essere tentati
dalla romantica idea che Mozart avesse potuto comporla unicamente per
proprio diletto, ignaro dell’incredibile popolarità che
quel suo gioiello di freschezza avrebbe conquistato presso i posteri.