Il saxofono, protagonista assoluto del concerto di questa sera, è
uno strumento che occupa una posizione davvero speciale nell’universo
organologico. Tanto per cominciare, cosa del tutto inconsueta, è
una macchina da suoni che un signore con preciso un nome e cognome e
una precisa faccia e biografia – Adolphe Sax (1814-1894) –
inventò in una precisa piega dello scorrere del tempo: l’anno
1840. In aggiunta a ciò, è un bizzarro arnese presentatosi
alla ribalta della storia dell’arte compositiva in un momento
nel quale la plurisecolare contrapposizione fra musica scritta, letta
e riletta e musica di tradizione orale andava lentamente ma implacabilmente
transustanziando in contrapposizione fra musica classica e musica leggera.
Per finire, è uno strumento che non sbaglieremmo a definire "bastardo",
avendo preso corpo e forma a seguito di un’illegittima congiunzione
carnale fra il sottoinsieme dei legni ad ancia semplice e il sottoinsieme
degli ottoni, più specificamente dei flicorni.
Riconsideriamo ora quanto premesso alla luce delle esigenze e alle aspettative
del nostro Festival. Visto che, anagraficamente parlando, Mozart non
poté misurarsi con un simile monstrum e neppure ci è dato
immaginare se avrebbe considerato il suo peculiarissimo e inconfondibile
timbro "progressista" o "regressivo" rispetto
alla voce dell’adorato clarinetto, chiediamoci se l’aura
aleggiante attorno alla "personalità musicale" del
saxofono sia pertinente ai caratteri generali della fantasia, dell’intelligenza
e della disposizione comunicativa dell’arte mozartiana. La risposta
non può essere che affermativa. Per il fatto di essere nato a
tavolino, anziché a seguito del lento metabolismo estetico e
tecnologico toccato ad ogni strumento che si rispetti (delineatosi come
frutto dell’estro popolare e sottoposto ad aggiustamenti di tiro
tali da farne, infine, un marchingegno istituzionale), e per il fatto
di essere da sempre guardato in orchestra come un parvenu, il saxofono
ha fin dall’inizio giocato la propria dignità su una linea
di opportuna prudenza, preferendo per sé ruoli tendenzialmente
svagati e sdrammatizzanti, non di rado burleschi; insomma, per le particolari
vicende storico-organologiche toccategli in sorte, è una creatura
che ha imparato a far bella mostra di sé dando a vedere di non
prendersi mai troppo sul serio. Detto questo, si può davvero
pensare che la musica per saxofono – sia essa solistica, da concerto
o per piccoli ensembles – nulla o poco abbia a che vedere con
lo spirito dell’arte mozartiana? Dopotutto, anche il grande Amadeus
era un soggetto che, pur ottimamente fornito di amor proprio e di autostima,
aveva la buona abitudine di non prendersi troppo sul serio (se ciò
non corrispondesse al vero, mai e poi mai sarebbe nato il mito letterario
della gelosia assassina di Salieri).
L’antologia di brani cameristici per quartetto di saxofoni oggi
in programma offrirà al pubblico l’opportunità di
un’esperienza estetica e conoscitiva assai stimolante sotto il
profilo diacronico. I tre autori, per lingua e cultura "consanguinei"
dell’inventore dello strumento cui viene reso omaggio, rimandano
a generazioni ben distanziate l’una dall’altra; l’ascoltatore
potrà quindi aspettarsi il piacevole contatto con una gamma di
stili e di modi espressivi quanto mai ampia. Ai quattro movimenti del
Quatuor pour saxophones di Jerome N. Savary (1819-l870), composizione
data alla luce nel 1861, quando il congegno sonoro elaborato da Sax
aveva da poco toccato la maggiore età, seguirà una composizione
del 1936, Introduction et Variation sur une Ronde populaire, a firma
di Gabriel-Henri-Constant Piernè (1863-1937), maestro della fertile
generazione francese di Debussy e Ravel. Un tuffo nel pieno Novecento
si effettuerà tramite il Quatuor pour saxophones di Alfred Desenclos
(1912-1971).
A conferma della sana inclinazione del saxofono a non farsi prendere
da manie di protagonismo, da cui sappiamo essere invece tragicamente
afflitti alcuni strumenti storici della nostra tradizione classica (in
primis, le Loro Maestà il pianoforte e il violino), una positiva
lezione di brillante umiltà si potrà trarre dall’abbinamento
musica-immagine a cui il Quartetto "Berlioz", su realizzazioni
video di Tiziana Lutteri, darà voce nell’esecuzione di
due novità assolute di Thomas Fortmann: A little American Night
Music e Sonkran. Essendo stati aiutati ad entrare nello spirito dell’evento
dalle parole dei diretti interessati, si potrebbe sperare in una migliore
preparazione alla fruizione del medesimo? In una nostra sintesi, è
Thomas Fortmann, qui, a farci partecipi della sua poetica musicale:
"Trovo stimolante la composizione derivante dallo sfruttamento
delle dodici note della gamma cromatica. Ricorro però al metodo
dodecafonico-seriale solo secondo criteri di ragionevolezza, che si
ispirano al rispetto di alcune leggi proprie della comunicazione musicale
convenzionale. Concordo pienamente, per esempio, con l’idea di
Paul Hindemith secondo la quale le note acute detengono sempre una posizione
di incontrastato dominio nei costrutti musicali e ritengo sia questa
una delle ragioni che rendono praticamente improponibile una musica
radicalmente atonale. Per entrare nello specifico delle composizioni
scritte per il Quartetto "Berlioz", in A little American
Night Music mi diverto a contaminare i principali temi dell’arcinota
kleine Nachtmusik di Mozart con alcuni cardini ritmici della tradizione
americana: il ragtime per il Nord e il tango per il Sud del continente;
il tutto, beninteso, con attenzione alle tecniche "a specchio"
e "cancrizzanti" proprie del trattamento della melodia in
ambito dodecafonico-seriale. Sonkran, diversamente da A little American
Night Music, che è decisamente tonale, si presenta come una realizzazione
più complessa, meno immediata nella sua recepibilità.
Entrambe le mie composizioni, in ogni caso, al di là dell’esplicito
rimaneggiamento di temi ripresi da Eine kleine Nachtmusik KV 525 riguardante
la prima, hanno in comune con l’universo mozartiano un’attenzione
all’assoggettamento delle forme alla percezione sensitiva, qualità
che il Salisburghese dominò con maestria e di cui difetta la
musica contemporanea".
Ed ecco, per concludere, alcune illuminanti precisazioni a noi fornite
da Tiziana Lutteri: "Nelle mie realizzazioni video ho cercato
un legame concettuale con le musiche di Thomas Fortmann. Ho preferito
trovare un’associazione strutturale creando una somiglianza concettuale,
più che un’imitazione formale che a parer mio sarebbe stata
una banalizzazione sia della musica che dell’immagine. Il principio
a cui mi sono ispirata, nel progettare i due video, è stato quello
di seguire una logica concettuale che non tralasciasse, ma affiancasse
il senso intimistico della creazione in un rapporto di compensazione
che traspare sia all’interno dei video sia nel loro confronto
con la musica. A little American Night Music rappresenta un ipotetico
nesso fra la personalità di W. A. Mozart e il saxofono. È
ambientato a Rovereto in un collage di epoche e la chiave di lettura
è nascosta in una metafora che lo stesso Mozart pronunciò
per descrivere il suo intenso modo di Fare Musica. Sonkran è
un brano che io definisco come uno "specchio uditivo". Per
la sua struttura compositiva porta l’ascoltatore ai limiti della
tolleranza emotiva. L’immagine che vi ho associato è in
conflitto con l’effetto che Sonkran suscita in modo da ottenere
un "contrasto che esalta il contrasto", che accentua la
drammaticità del brano in maniera non aggressiva".