MUSICA ( 2006)

7 Ottobre
Rovereto

Quartetto "H. Berlioz"

Il saxofono, protagonista assoluto del concerto di questa sera, è uno strumento che occupa una posizione davvero speciale nell’universo organologico. Tanto per cominciare, cosa del tutto inconsueta, è una macchina da suoni che un signore con preciso un nome e cognome e una precisa faccia e biografia – Adolphe Sax (1814-1894) – inventò in una precisa piega dello scorrere del tempo: l’anno 1840. In aggiunta a ciò, è un bizzarro arnese presentatosi alla ribalta della storia dell’arte compositiva in un momento nel quale la plurisecolare contrapposizione fra musica scritta, letta e riletta e musica di tradizione orale andava lentamente ma implacabilmente transustanziando in contrapposizione fra musica classica e musica leggera. Per finire, è uno strumento che non sbaglieremmo a definire "bastardo", avendo preso corpo e forma a seguito di un’illegittima congiunzione carnale fra il sottoinsieme dei legni ad ancia semplice e il sottoinsieme degli ottoni, più specificamente dei flicorni.
Riconsideriamo ora quanto premesso alla luce delle esigenze e alle aspettative del nostro Festival. Visto che, anagraficamente parlando, Mozart non poté misurarsi con un simile monstrum e neppure ci è dato immaginare se avrebbe considerato il suo peculiarissimo e inconfondibile timbro "progressista" o "regressivo" rispetto alla voce dell’adorato clarinetto, chiediamoci se l’aura aleggiante attorno alla "personalità musicale" del saxofono sia pertinente ai caratteri generali della fantasia, dell’intelligenza e della disposizione comunicativa dell’arte mozartiana. La risposta non può essere che affermativa. Per il fatto di essere nato a tavolino, anziché a seguito del lento metabolismo estetico e tecnologico toccato ad ogni strumento che si rispetti (delineatosi come frutto dell’estro popolare e sottoposto ad aggiustamenti di tiro tali da farne, infine, un marchingegno istituzionale), e per il fatto di essere da sempre guardato in orchestra come un parvenu, il saxofono ha fin dall’inizio giocato la propria dignità su una linea di opportuna prudenza, preferendo per sé ruoli tendenzialmente svagati e sdrammatizzanti, non di rado burleschi; insomma, per le particolari vicende storico-organologiche toccategli in sorte, è una creatura che ha imparato a far bella mostra di sé dando a vedere di non prendersi mai troppo sul serio. Detto questo, si può davvero pensare che la musica per saxofono – sia essa solistica, da concerto o per piccoli ensembles – nulla o poco abbia a che vedere con lo spirito dell’arte mozartiana? Dopotutto, anche il grande Amadeus era un soggetto che, pur ottimamente fornito di amor proprio e di autostima, aveva la buona abitudine di non prendersi troppo sul serio (se ciò non corrispondesse al vero, mai e poi mai sarebbe nato il mito letterario della gelosia assassina di Salieri).
L’antologia di brani cameristici per quartetto di saxofoni oggi in programma offrirà al pubblico l’opportunità di un’esperienza estetica e conoscitiva assai stimolante sotto il profilo diacronico. I tre autori, per lingua e cultura "consanguinei" dell’inventore dello strumento cui viene reso omaggio, rimandano a generazioni ben distanziate l’una dall’altra; l’ascoltatore potrà quindi aspettarsi il piacevole contatto con una gamma di stili e di modi espressivi quanto mai ampia. Ai quattro movimenti del Quatuor pour saxophones di Jerome N. Savary (1819-l870), composizione data alla luce nel 1861, quando il congegno sonoro elaborato da Sax aveva da poco toccato la maggiore età, seguirà una composizione del 1936, Introduction et Variation sur une Ronde populaire, a firma di Gabriel-Henri-Constant Piernè (1863-1937), maestro della fertile generazione francese di Debussy e Ravel. Un tuffo nel pieno Novecento si effettuerà tramite il Quatuor pour saxophones di Alfred Desenclos (1912-1971).
A conferma della sana inclinazione del saxofono a non farsi prendere da manie di protagonismo, da cui sappiamo essere invece tragicamente afflitti alcuni strumenti storici della nostra tradizione classica (in primis, le Loro Maestà il pianoforte e il violino), una positiva lezione di brillante umiltà si potrà trarre dall’abbinamento musica-immagine a cui il Quartetto "Berlioz", su realizzazioni video di Tiziana Lutteri, darà voce nell’esecuzione di due novità assolute di Thomas Fortmann: A little American Night Music e Sonkran. Essendo stati aiutati ad entrare nello spirito dell’evento dalle parole dei diretti interessati, si potrebbe sperare in una migliore preparazione alla fruizione del medesimo? In una nostra sintesi, è Thomas Fortmann, qui, a farci partecipi della sua poetica musicale: "Trovo stimolante la composizione derivante dallo sfruttamento delle dodici note della gamma cromatica. Ricorro però al metodo dodecafonico-seriale solo secondo criteri di ragionevolezza, che si ispirano al rispetto di alcune leggi proprie della comunicazione musicale convenzionale. Concordo pienamente, per esempio, con l’idea di Paul Hindemith secondo la quale le note acute detengono sempre una posizione di incontrastato dominio nei costrutti musicali e ritengo sia questa una delle ragioni che rendono praticamente improponibile una musica radicalmente atonale. Per entrare nello specifico delle composizioni scritte per il Quartetto "Berlioz", in A little American Night Music mi diverto a contaminare i principali temi dell’arcinota kleine Nachtmusik di Mozart con alcuni cardini ritmici della tradizione americana: il ragtime per il Nord e il tango per il Sud del continente; il tutto, beninteso, con attenzione alle tecniche "a specchio" e "cancrizzanti" proprie del trattamento della melodia in ambito dodecafonico-seriale. Sonkran, diversamente da A little American Night Music, che è decisamente tonale, si presenta come una realizzazione più complessa, meno immediata nella sua recepibilità. Entrambe le mie composizioni, in ogni caso, al di là dell’esplicito rimaneggiamento di temi ripresi da Eine kleine Nachtmusik KV 525 riguardante la prima, hanno in comune con l’universo mozartiano un’attenzione all’assoggettamento delle forme alla percezione sensitiva, qualità che il Salisburghese dominò con maestria e di cui difetta la musica contemporanea".
Ed ecco, per concludere, alcune illuminanti precisazioni a noi fornite da Tiziana Lutteri: "Nelle mie realizzazioni video ho cercato un legame concettuale con le musiche di Thomas Fortmann. Ho preferito trovare un’associazione strutturale creando una somiglianza concettuale, più che un’imitazione formale che a parer mio sarebbe stata una banalizzazione sia della musica che dell’immagine. Il principio a cui mi sono ispirata, nel progettare i due video, è stato quello di seguire una logica concettuale che non tralasciasse, ma affiancasse il senso intimistico della creazione in un rapporto di compensazione che traspare sia all’interno dei video sia nel loro confronto con la musica. A little American Night Music rappresenta un ipotetico nesso fra la personalità di W. A. Mozart e il saxofono. È ambientato a Rovereto in un collage di epoche e la chiave di lettura è nascosta in una metafora che lo stesso Mozart pronunciò per descrivere il suo intenso modo di Fare Musica. Sonkran è un brano che io definisco come uno "specchio uditivo". Per la sua struttura compositiva porta l’ascoltatore ai limiti della tolleranza emotiva. L’immagine che vi ho associato è in conflitto con l’effetto che Sonkran suscita in modo da ottenere un "contrasto che esalta il contrasto", che accentua la drammaticità del brano in maniera non aggressiva".

 

Danilo Faravelli

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