Di fronte ad un programma musicale incentrato sui nomi di Wolfgang
Amadeus Mozart (1756-1791) e Franz Anton Hoffmeister (1754-1812), molti
buoni conoscitori dell’arte strumentale del tardo Settecento saranno
portati d’istinto ad esclamare: "Ecco un bel confronto fra
l’artista e il mercante!". Mozart e Hoffmeister furono infatti
concittadini a Vienna negli anni ottanta del XVIII secolo e verrebbe
voglia di affermare che, su quel terreno, fertilissimo per le sorti
dell’arte dei suoni, ebbero occasione di esprimersi in modo, per
così dire, antitetico e l’uno all’altro complementare.
Da una parte agiva l’artista ispirato, sempre meno disposto a
scendere a compromessi con le esigenze di un pubblico affamato più
che altro di svaghi uditivi e di disimpegno intellettuale, dall’altra
agiva l’imprenditore della carta da stampata a pentagrammi, teso
unicamente a sfornare dai propri torchi musica vendibile. Una visione
così manichea sarebbe forse buona per qualche vecchio manuale
di storia da conservatorio; in realtà, i ruoli coperti sotto
lo stesso cielo dai due quasi coetanei (erano entrambi "immigrati"
nella capitale imperiale: Hoffmeister, nativo di Rothenburg am Neckar,
vi si era trasferito nel 1768 per studiare giurisprudenza) furono assai
meno schematici di quanto si potrebbe essere portati a pensare. Hoffmeister,
divenuto poi effettivamente per Mozart uno dei suoi "datori di
lavoro", se così è legittimo definire l’editore
che commissiona musica al compositore, si era distinto fin da giovane
come autore di opere perlopiù strumentali tutt’altro che
disprezzabili e, in quanto tale, già non era ignorato tra le
pareti domestiche della famiglia d’origine del Salisburghese.
Basti dire che, tra le pagine del diario di Nannerl Mozart, sotto la
data del 31 agosto 1780, è possibile leggere la seguente annotazione
telegrafica: "Il pomeriggio Schachtner, Stadler, Weyrother, Fiala,
Pinzger e Feiner da noi. Provati i quartetti di Hoffmeister. Poi giocato
ai tarocchi. Tempo bello". Riguardo poi al coraggio dimostrato
da Hoffmeister nel sostenere le scelte creative più anticonformiste
di Mozart va detto che, se si mostrò editore un po’ meno
audace di Artaria, certo non si tirò completamente indietro,
quando si trattò di dare fiducia ad un genio i cui orientamenti
compositivi erano in sempre più palese contrasto con la logica
del facile guadagno. Sotto i suoi torchi passarono le primissime edizioni
di capolavori come il Quartetto per pianoforte e archi KV 478, la Sonata
per violino e pianoforte KV 481, il Trio KV 496 e il Quartetto per archi
KV 499, ma anche di pagine pianistiche di dirompente originalità
quali il Rondò KV 511 e l’Adagio KV 540. A fronte di tanto
merito, chi oserebbe rinfacciare a Hoffmeister la "debolezza"
di avere concepito con criteri di diffusa godibilità ciò
che egli stesso creò per la propria ditta di stampatore?
Il Concerto in Re maggiore per viola e orchestra inserito nel programma
di questa sera risponde perfettamente all’idea di opera di facilmente
recepibile, così come la poteva concepire un artista direttamente
interessato alla vendita di ciò che, una volta completata la
partitura manoscritta, era lui stesso a passare all’inchiostro
di stampa a beneficio delle proprie tasche. Tuttavia, un suo sottile
legame con il nome dell’autore con cui divide il nostro odierno
programma non si mancherà di cogliere nel fatto che, fra i tanti
concerti per i più svariati strumenti solisti a noi giunti a
firma di Hoffmeister, ne sia stato scelto proprio uno per viola. Fra
gli strumenti ad arco, per quanto ci è dato sapere, la viola
era il preferito di Mozart. E inoltre: fra i timbri delle corde d’orchestra,
si riesce a immaginarne uno che meglio predisponga ai toni di intima,
crepuscolare e discreta giocondità di cui è pervasa la
Sinfonia in Mi bemolle maggiore KV 543?
Prima fra le tre partiture costituenti il capitolo conclusivo della
creatività mozartiana in ambito sinfonico, la trentanovesima
delle sue opere concepite in ossequio al più equilibrato degli
schemi formali per orchestra in uso nel Settecento prese forma all’inizio
dell’estate del 1788. Alcune settimane più tardi, e queste
a pochi giorni una dall’altra, videro la luce anche le due ultime
(Sinfonia in Sol minore KV 550 e Sinfonia in Do maggiore "Jupiter"
KV 551) e da ciò si può evincere che il maestro sperava
forse di poter presentare quella sua inedita terna di gioielli a qualche
società concertistica (di Parigi e Londra, se non di Vienna).
Ciò non avvenne ed è probabile che solo l’oggi celeberrima
partitura in Sol minore sia stata udita dal proprio autore, e perdipiù
come pezzo di cornice nel quadro di un’accademia viennese dedicata,
il 16 aprile 1791, ad altri compositori allora di spicco, primus inter
omnes Giovanni Paisiello. Morto Mozart, la Sinfonia in Sol minore si
sarebbe presto portata ad alte quote nel gradimento del pubblico in
virtù della natura romantica del suo tragico dinamismo, la "Jupiter"
si sarebbe guadagnata la fama che le spetta di diritto, grazie alla
grandiosa e magniloquente complessità che ne fa un opus ultimum
quant’altri mai degno di tale nome; solo la Sinfonia KV 543 avrebbe
faticato ad imporsi all’attenzione delle sale da concerto, pur
abbondando di tutto ciò di cui ha bisogno una creatura musicale
per essere innalzata al rango di capolavoro assoluto. È la sua
bellezza ritrosa, il suo non sfacciato splendore a farne un meraviglioso
esempio di eleganza espressiva votata ad un orizzonte di ascoltatori
più incline a rapportarsi alla finezza delle parole sussurrate
che non al tripudio di giubilazioni urlate, ma non sempre di sostanza.
A parlarci della squisitezza inventiva della terzultima sinfonia di
Mozart sono i molti volti della sua modernità. Fin dalla sezione
in Allegro del primo movimento, in inusuale metro ternario, è
possibile avvertire il delicato assedio sotto cui è tenuta tutta
la partitura dallo spirito della danza; una danza che, ancor prima che
espressione di tecnica coreutica, è armonica corporeità
naturale, come conferma la gioiosa irrequietezza dell’Allegro
conclusivo. Ma non minore modernità si coglie nella strumentazione,
soprattutto nell’impiego sistematico dei clarinetti e del fattore
"rivoluzionario" della loro possibilità, rispetto
alla scrittura orchestrale allora in uso, di creare sfumature in chiaroscuro
di marca inequivocabilmente protoromantica.
Per farsi un’idea di quanto vi sia di paradossalmente intimo nella
Sinfonia in Mi bemolle maggiore ("paradossalmente intimo"
giacché, melodramma a parte, nel tardo Settecento nulla aveva
vocazione più pubblica del genere sinfonico) basterebbe confrontarne
le fattezze con la superba estroversione della Sinfonia in Re maggiore
"Praga" KV 504. Mozart la compose nei primi giorni di dicembre
del 1786 in vista del soggiorno a cui era stato invitato, nella capitale
boema, per assistere al trionfo de Le nozze di Figaro, accolte senza
troppo entusiasmo a Vienna nel mese di maggio di quello stesso anno
e magnificate a furor di popolo, poco più di sei mesi dopo, sulle
rive della Moldava ("/…/ Ho guardato con sommo piacere tutta
questa gente saltarmi intorno, piena di autentica allegria, sulle note
del mio Figaro, trasformato in contraddanze e in allemande. Perché
d’altro non si parla se non di Figaro, altro non si suona, intona,
canta e fischietta se non Figaro. Non si assiste ad altra opera se non
a Figaro e sempre Figaro. È certo un grande onore per me. /…/",
si legge nella lettera all’amico Gottfried von Jacquin datata
15 gennaio 1787). La sinfonia, eseguita trionfalmente a Praga il 19
gennaio 1787, era dunque nata come oggetto musicale destinato ad dare
forma concreta ad un vivo sentimento di gratitudine. Ma per che tipo
di pubblico? Per il più vasto che si potesse concepire in un’epoca
in cui non era ancora stata inventata la diffusione radiofonica e in
tempi in cui Beethoven aveva solo diciassette anni ed era ben lungi
dal vagheggiare l’idea di una partitura dalle ambizioni ecumeniche
quale sarebbe stata la Nona: per un’intera città che, a
distanza di due secoli, conserva intatto il proprio amore per l’arte
dell’autore de Le nozze di Figaro e di Don Giovanni (espressamente
composto per essere rappresentato al Teatro Nazionale di Praga nell’autunno
del 1787). Mozart, uomo ed artista capace di cose mirabili in mille
circostanze, ma in special modo quando era la percezione del bene ricevuto
a muovere le corde del suo cuore, non era nuovo a questo tipo di delicatezze.
Già nell’autunno del 1783, per un gruppo di amici di Linz,
aveva creato in quattro e quattr’otto e portato ad esecuzione
una partitura per grande orchestra (la Sinfonia in Do maggiore "Linz"
KV 425). A Praga superò se stesso con un capolavoro in cui le
tracce dell’entusiasmo di popolo che funse da motivo poetico raggiungono
con tutta la loro evidenza anche l’orecchio meno esperto (valga
per tutte, la citazione delle frenesia ritmica del duettino "Aprite,
presto, aprite", dal secondo atto de Le nozze di Figaro, nel Presto
finale); un capolavoro del quale, senz’altro, vorrebbe poter andare
fiera ogni capitale della Vecchia Europa.