Se volessimo ridurre a una semplice definizione sintetica l’insieme
dei brani di stasera, scelti per concludere la diciannovesima edizione
del nostro Festival, dovremmo parlare di "programma concepito
sotto il segno di un convinto ottimismo". Nuovi autori e nuova
musica, provenienti da una competizione artistica dedicata al trionfo
della vita sulla morte (il Concorso "2 agosto" di Bologna
è luogo di propositività e di entusiasmo creativo che,
nello stigmatizzare la data fatidica della strage del 1980 alla Stazione
centrale del capoluogo emiliano, vuole simboleggiare il superamento
civile e culturale di quella tragedia), divideranno lo spazio dell’Auditorium
"Melotti" con un maestro del passato e con l’intramontabile
bellezza di uno dei suoi capolavori più vitali: un incontro che
più promettente non si potrebbe immaginare. Infatti, così
come è chiaro che ogni artista d’oggi degno di tale nome
non possa che aspirare a vedere riconosciuta e apprezzata l’originalità
e la lungimiranza estetica del proprio operato, allo stesso modo si
può affermare che Mozart, nel dare contorni alla propria trentacinquesima
sinfonia, mirò ad esplicitare il senso più compiuto e
profondo dell’orgogliosa consapevolezza del proprio genio.
La compose a Vienna nell’estate del 1782, tra i mesi di luglio
e agosto, in risposta ad una sollecitazione del padre che aveva interceduto
a favore del facoltoso concittadino Siegmund Haffner (1756-1787), affinché
questi ricevesse un po’ di buona musica per un avvenimento destinato
a connotarsi come memorabile entro i confini della provinciale Salisburgo.
Dopo essersi procacciato il titolo nobiliare di "von Innbachhausen",
Haffner era intenzionato a festeggiare il proprio ingresso in aristocrazia
con la pompa di un vero parvenu e, volendosi dotare di un degno corredo
sonoro, a chi si sarebbe dovuto rivolgere se non a quel geniale coetaneo
che già aveva magistralmente servito la sua famiglia nel 1776,
in occasione delle nozze della sorella maggiore Elisabeth (Serenata
in Re maggiore "Haffner" KV 250/248b)? Mettiamo in bell’ordine
tutti questi dati e, dopo averli rapportati alla biografia del compositore
ingaggiato, non avremo difficoltà a cogliere il senso ultimo
di una partitura dello splendore della Sinfonia in Re maggiore "Haffner"
KV 385.
Nell’estate del 1782 era ormai al calor bianco lo scontro interpersonale
che, in inarrestabile crescendo dal 1778, lacerava gli animi dell’ex
enfant prodige, divenuto ormai "figliuol prodigo", e del
suo genitore. Lasciato il servizio alla corte di Salisburgo per tentare
l’avventura della libera professione a Vienna, Mozart s’era
tirato addosso le critiche feroci di papà Leopold, il di lui
dissenso riguardo alle ormai programmate ed imminenti nozze con Constanze
Weber, la completa disapprovazione della sorella maggiore Nannerl, il
disprezzo dell’arcivescovo principe Hieronymus von Colloredo da
cui i suoi familiari ed amici musicisti dipendevano in tutto e per tutto
e chi più ne ha più ne metta. Insomma, emigrando nella
capitale imperiale, Mozart s’era praticamente messo contro l’intera
sua cittadina d’origine; ma niente, a quel punto, sarebbe riuscito
a farlo tornare sui suoi passi; niente e nessuno. Il dolce ed eccitante
sapore della libertà aveva irrimediabilmente conquistato il palato
delle sue ambizioni: tirava a campare dedicandosi all’insegnamento,
tenendo piccoli concerti e fornendo sonate per dilettanti alla fiorente
editoria della capitale. Ma anche riguardo all’organizzazione
pratica e all’indirizzo affettivo del proprio futuro esistenziale
aveva ormai "tratto il suo dado": con o senza il consenso
del padre, avrebbe messo su famiglia; cosa che fece unendosi in matrimonio
con Constanze Weber nel duomo di Santo Stefano il 4 agosto di quel travagliatissimo
anno. In un quadro del genere, in cui anche l’individuo più
sicuro di sé si sarebbe sentito un rinnegato reietto, è
facile immaginare quanto alto debba essere parso, a chi in cuor suo
desiderava dimostrare la bontà e comunque la legittimità
delle proprie scelte, il valore di risarcimento morale assunto da una
richiesta di musica che veniva proprio dalla comunità dei suoi
imbronciati e maldisposti "compaesani". C’è
bisogno d’altro per spiegarsi la ragione per cui, fin dalle sue
prime battute, la Sinfonia "Haffner" si impone ancor oggi
all’ascolto con il piglio altero di uno stratega che, dapprima
giudicato inabile a guidare un esercito, rientri poi trionfalmente in
patria dopo avere vinto una battaglia decisiva, camminando a testa alta
fra ali di folla plaudente?
Della profonda soddisfazione provata da Mozart nel portare a compimento
questo suo maestoso, sottile e divertito "riscatto sinfonico"
è testimonianza inequivocabile un apprezzamento che egli stesso
fece, a distanza di mesi, allorché chiese al padre la restituzione
del manoscritto in vista di una accademia organizzata a proprio beneficio
nella sua nuova città di residenza. Nella lettera che scrisse
il 15 febbraio 1783 si legge: "Avevo lavorato in fretta e furia
e non ne ricordavo neanche una nota. Sono però certo che sia
destinata a fare un bell’effetto". E il bell’effetto
ci fu. La sinfonia, insieme ad altri brani dell’ottimo autore
venuto da Salisburgo, risuonò in tutta la sua ricchezza di idee
e con pieno successo al Burgtheater di Vienna poco più di un
mese dopo, la sera del 23 marzo. Ad salutarne i meriti col più
vivo entusiasmo c’erano, fra gli altri, un influente appassionato
di musica come l’imperatore Giuseppe II e un’autorità
del calibro di Christoph Willibald Gluck.