MUSICA ( 2006) |
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5 Ottobre Trento |
"Ensemble dell'Arcimboldo" |
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Se ogni film merita adeguata attenzione nella scelta delle musiche
che andranno a far da corredo alle immagini, tale preoccupazione non
potrà che decuplicarsi nel caso in cui si voglia raccontare su
pellicola una storia strettamente legata alla vita o all’ambiente
sociale di un grande compositore. La riflessione riguarda il celeberrimo
Amadeus di Milos Forman e il repertorio di brani mozartiani in esso
contenuto. In questo pluripremiato colossal, a dire il vero, non tutto
sembra ispirarsi al medesimo criterio di appropriatezza e funzionalità;
c’è però una sequenza che meriterebbe di essere
innalzata ad emblema di efficacia cinematografica riguardo all’uso
del suono in relazione all’immagine nel trattamento di un soggetto
biografico-musicale. È il memorabile momento nel quale il demoniaco
personaggio di Salieri, ormai vecchio e un po’ alterato nella
mente, rievoca con impressionante lucidità il folgorante dispiacere
del suo primo incontro con Mozart. Il pezzo scelto da Forman per dischiudere
agli occhi dello spettatore le porte dell’inferno dell’invidia
(della disistima di sé irrimediabilmente alimentata dall’ammirazione
di chi si finisce per odiare) è la Serenata in Si bemolle maggiore
"Gran Partita" KV 361/370a, in particolare il suo terzo
movimento in Adagio. Salieri ritorna con la memoria a quella meravigliosa
composizione, ascoltata più di quarant’anni prima, e ricostruisce,
a partire da essa, le fasi nascenti del suo desiderio di uccidere l’uomo
che, essendone l’artefice, si era macchiato della colpa di condannare
all’impotenza creativa tutti i suoi colleghi d’arte, in
primis lo stesso Salieri, colui a cui era perdipiù toccata la
sciagura di riuscire ad intendere un mondo di perfezione al quale mai
e poi mai sarebbe potuto accedere. All’impeccabile esito "teatrale"
della sequenza dà un contributo imprescindibile l’eccellente
interpretazione di Murray Abraham, attore protagonista in Amadeus, ma
non meno fondamentale è il ruolo svolto da quella particolare
scelta musicale. La "Gran Partita" KV 361/370a è
infatti un capolavoro in cui, misteriosamente, aleggiano in pari misura
due componenti che di norma considereremmo contrastanti ma che, lì,
tra i sette movimenti della partitura, si presentano perfettamente complementari
l’una all’altra: da una parte avvertiamo l’abbraccio
rassicurante di una timbrica dominata dal calore schietto e confidenziale
degli strumenti a fiato, dall’altra l’austerità di
una strutturazione musicale implacabilmente meditata, a perfetta misura
dell’arduo compito implicito nel dover assemblare le densità
sonore di un robusto complesso di aerofoni (in pratica una banda) senza
cadere nella trappola di un’eloquenza musicale prevalentemente
"esteriore". Nessun pezzo avrebbe potuto meglio alludere
allo stato d’animo di un uomo che, di fronte a uno spettacolo
dalla cui bellezza è sbalordito e turbato, viene sopraffatto
dall’urgenza di cancellare le ragioni stesse dell’esistenza
di quella manifestazione del sublime.
Danilo Faravelli |
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