MUSICA ( 2006)

1 Ottobre
Villa Lagarina

Duo Pepicelli
 

Non sono molti gli strumenti musicali il cui uso solistico abbia mancato di incontrarsi felicemente con la fantasia di Mozart, ma uno di questi è senza dubbio il violoncello.
Dei rapporti conflittuali che il Salisburghese intrattenne con il violino, scettro dell’autorità di suo padre, offrono intrigante testimonianza alcuni passi del suo epistolario ("A Salisburgo porrò l’unica condizione di non dover più suonare il violino come in passato. Non farò più il violinista!" si legge nella sua lettera da Parigi datata 11 settembre 1778) nonché taluni illuminanti dettagli della sua attività compositiva (clamorosa la cadenza contenuta in Ein musikalischer Spass KV 522). Della predilezione che nutrì per la viola parla eloquentemente certa sua musica da camera (per esempio il cosiddetto Kegelstatt-Trio KV 498) e ciò che ci è dato sapere circa il suo modo di parteciparvi non da pianista. Della puntuale attenzione con cui riuscì a trattare la specificità espressiva del contrabbasso si ha conferma nell’aria "Per questa bella mano" KV 612 , data alla luce fra i capolavori del suo mitico ultimo anno di vita, il 1791. Perché risulta invece così sfuggente la stima in cui tenne il violoncello? Talvolta si ha l’impressione che questo nobilissimo strumento, peraltro già ben fornito di eccellente letteratura solistica lungo tutto il XVIII secolo, rivesta sì ruoli di tutto rispetto nell’opera di Mozart, ma solo in anfratti scarsamente visibili; quasi gli tocchi una sorte del tutto simile a quella che le vicende dell’urbanizzazione hanno finito per riservare a città come Milano, apparentemente povera di monumenti, in realtà ricchissima di preziose vestigia storiche da scovare con pazienza fra strade, traffico congestionato, brutti parcheggi, grandi magazzini e insulsi palazzi. Si pensi alla funzione che il violoncello svolge fra i quattro solisti concertanti che impreziosiscono la colossale aria di Konstanze ("Martern alle Arten") in Die Entführung aus dem Serail o al ruolo allusivamente suppletivo che ricopre nell’aria "Batti, batti, bel Masetto" cantata dall’ingenua-ma-non-troppo Zerlina in Don Giovanni. In quest’ultimo brano il ronzante perpetuum dello strumento ad arco, baritono come il personaggio di cui fa le veci, altro non incarna se non la voce del libertino che, messo da parte l’uso della parola a causa della sua rischiosa inequivocabilità, continua a signoreggiare sulle pulsioni erotiche della contadinella, tentandola dall’interno del suo cuore. E che dire della densità di scrittura riservata da Mozart al violoncello nei suoi ultimi lavori da camera, specie nei tre cosiddetti Quartetti "Prussiani"? Se queste partiture, per sua stessa ammissione, "gli erano costate tanta fatica", la ragione è in gran parte da cercare nello spessore più consistente che egli si trovò a dover conferire al più grave degli archi in gioco. In Prussia, paese retto da un sovrano le cui doti di violoncellista dilettante sopravanzavano di gran lunga quelle di monarca, la passione per la musica faceva capo a due autorità indiscusse dell’arte violoncellistica: Boccherini e Duport. Per Mozart, reggere il confronto con due nomi di quel calibro, fornitori di composizioni gradite a corte, significò dover lavorare sodo su un versante dell’arte compositiva a cui non aveva fino ad allora prestato attenzioni altrettanto intense.
Per le questioni fin qui esposte, nel concerto di questa mattina si avrà l’opportunità di cogliere qualcosa di più dell’omaggio a Mozart reso attraverso rimaneggiamenti di sue celebri melodie; si potrà approfittare dell’occasione per riflettere sull’inevitabile, ma sempre significativo atteggiamento di parzialità assunto da ogni compositore del passato, per grande che fosse, nei confronti della tavolozza dei timbri strumentali.
Riguardo agli autori in programma, ancor prima di potere esprimere un giudizio sulla qualità della resa sonora di ciascuna delle cinque composizioni, non potremmo che complimentarci con gli interpreti per la stimolante varietà del percorso d’ascolto preannunciato dai titoli. Alla piacevole sorpresa di una novità assoluta a firma di Fabrizio Festa (Variazioni a memoria), espressamente commissionata dal nostro Festival, un fattore di straordinario interesse si apprezzerà nell’apertura alla "quota rosa" di un nome femminile. Vissuta in un’epoca nella quale il mito di Mozart, ormai decollato, stava ancora nutrendosi dei ricordi di chi aveva personalmente conosciuto il maestro, Helene Liebmann (1796-1835) concepì uno dei movimenti della sua Sonata in Si bemolle maggiore Op. 11 (composta nel 1806) come ciclo di variazioni su uno dei più celebri temi di Don Giovanni. Quella di concludere una sonata, brano strutturalmente predefinito, con un gioco di reinvenzioni melodiche a partire da un motivo di grande successo era una consuetudine che si era radicata nel XVIII secolo e che rivela quanto scarso fosse l’interesse per la rigidità delle forme, se a scardinarla era l’efficacia comunicativa di una strizzata d’occhio alla memoria di un vasto orizzonte di musicofili.
Alla tipologia meno pretenziosa delle semplici variazioni su tema appartengono invece i due cicli di Ludwig van Beethoven (1770-1827) elaborati a partire da celeberrimi motivi della Zauberflöte. Il primo (Op. 66, composto nel 1798) rimanda all’aria "Ein Mädchen oder Weibchen" cantata dal personaggio di Papageno prima del finale del secondo atto dell’opera, il secondo (WoO 46, composto nel 1801) al duetto "Bei Männern, welche Liebe fühlen" intonato dalla coppia Pamina-Papageno come settimo numero del primo atto. In entrambi i casi si tratta di motivi orecchiabilissimi, di marca schiettamente popolare, del tutto conformi a quanto Emanuel Schikaneder preferiva offrire al semplice pubblico del teatro che dirigeva nei sobborghi di Vienna e di cui era impresario, drammaturgo e primo attore (nella Zauberflöte, andata in scena nel 1791, era stata sua la parte del personaggio di Papageno); emblematico di una personalità creativa continuamente alla ricerca di propri distintivi tratti stilistici è il lavoro svolto da Beethoven su quelle candide linee melodiche.
L’ascolto della Fantasia su temi dall’opera "Le nozze di Figaro" Op. 72 di Jacques Offenbach (1819-1880) aprirà a tutti noi un doppio orizzonte di conoscenza. Da una parte ci reimmergeremo in uno dei modelli di "riascolto" più tipici di un’epoca nella quale la riproducibilità tecnica della musica era ancora impensabile, ma l’aspirazione al consumo di massa di motivi di successo era già un dato di fatto. (L’Ottocento di Offenbach era un secolo borghese in cui il senso di appartenenza alla casta degli "intenditori" si nutriva sempre meno delle esclusive squisitezze del dilettantismo per votarsi sempre più all’ingordigia estetica dell’ascoltare smodatamente e del primeggiare nel far tesoro mnemonico di ciò che ci si era arricchiti ascoltando.) Dall’altra recupereremo ciò che Offenbach era stato alle origini della sua vita musicale, prima che i gaudenti parigini del Secondo Impero lo portassero in palmo di mano come ineguagliabile autore di teatro, prima che si parlasse di lui – per dirla con Rossini – come "il Mozart degli Champs-Elysées": un eccellente violoncellista tedesco.

Danilo Faravelli

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