MUSICA ( 2006)

8 Ottobre
Isera

Alice Baccalini

Sulla scorta di quanto già si è verificato in numerose rassegne concertistiche e in isolati eventi di questo anno musicale, anche il nostro Festival ha creduto opportuno riservare uno dei propri appuntamenti ai tre grandi festeggiati del 2006: a Dimitri Šostakovic, che compirebbe cent’anni se fosse ancora tra noi, a Robert Schumann, di cui ricorrono i centocinquant’anni dalla morte, e, manco a dirlo, a Wolfgang Amadeus Mozart, giunto al duecentoquantesimo anniversario della nascita. Ci allineiamo volentieri ad una festa per la quale tanti bravi interpreti hanno speso preziose energie e tanti appassionati ascoltatori hanno puntualmente riempito piccole e grandi sale. Vorremmo però profittare dello spazio di questa presentazione per inviare il raffinato pubblico delle nostre "adunate filarmoniche" ad una riflessione di carattere generale, riguardante certe abitudini di produzione e di fruizione che – per usare un’espressione alquanto iperbolica – stanno "pericolosamente normalizzandosi" nel nostro sistema culturale. Redigere programmi di concerti e organizzare stagioni operistiche ispirandosi al calendario è un modo più che dignitoso di giustapporre sensatamente, ovvero secondo criteri di coerenza, unità musicali che non avrebbero tra loro alcun logico legame di continuità; tutto questo nasconde però il rischio di avallare un’inclinazione alla pigrizia intellettuale di cui l’epoca presente non ha affatto bisogno. È chiaro che affidare prevalentemente alla musica del passato il compito di sfamare i nostri appetiti estetici comporta la perdita di relazioni di sostanza con quanto ascoltiamo (il nostro modo di godere della "Primavera" di Vivaldi sarà anche potenziato dal fatto di potercisi immergere tante volte quanto si vuole grazie all’esistenza dei CD, grazie alla familiarità coatta a cui veniamo forgiati dalle suonerie dei telefonini e grazie alla possibilità di sapere "di tutto e di più", tramite libri e Internet, sugli splendori del concertismo veneziano del primo Settecento, ma non ha neanche un grammo dello stupore e della fresca ammirazione che potevano accendersi in un visitatore della Serenissima capitato per caso ad un’esibizione delle putte dell’Ospedale della Pietà nell’anno 1709); importante è non perdere mai di vista la possibilità di affiancare diversi criteri, ora più ora meno epidermici, nell’assemblare le portate di cui godremo nei nostri archeologici banchetti sonori a base di capolavori in lingua morta. Salvaguardato questo bisogno di varietà metodologica, è indubbio che un ruolo di tutto rispetto continuerà a svolgere la programmazione per centenari, bicentenari e tricentenari. Quindi, senza ulteriori indugi, diamo un’occhiata preliminare ai quattro bei capitoli che il nostro odierno libro musicale ci ammannirà.
Mozart era un pianista di prima grandezza, applaudito come virtuoso e come compositore di concerti, quando a Vienna, agli inizi del 1786, compose il Rondò in Re maggiore KV 485. Non avendo ancora sfondato come operista (proprio in quei giorni stava attendendo intensamente alla stesura Le nozze di Figaro, che sarebbe stato il suo primo lavoro nato dalla collaborazione teatrale con Lorenzo Da Ponte), una delle sue fonti di sostentamento era l’insegnamento, dedicandosi al quale pagine come quella che aprirà il nostro appuntamento odierno costituivano una sorta di complemento obbligato allo svolgimento di un tipo di attività didattica che aveva a che fare con questioni di stile esecutivo e di gusto, più che di tecnica tastieristica. Comporre musica per i propri allievi più dotati era ritenuto un buon modo di ammetterli entro i confini di un territorio esclusivo nel quale non solo si sarebbero sentiti eredi privilegiati di un inconfondibile modello interpretativo, ma anche membri di un’eletta accolita di individui, corrispondente alla cerchia dei frequentatori assidui delle accademie loro maestro, e acquirenti sistematici delle opere che il maestro affidava ai torchi della fiorente editoria viennese. Non è quindi un caso che l’ammiccante freschezza del Rondò KV 485, imprigionata nelle centosessantesette misure che Mozart modellò per le abili mani di una non meglio identificata Fraülein von Würben, sia stata pubblicata in quello stesso 1786 da Hoffmeister.
Graditissimo intruso fra i tre festeggiati, lo spirito di Ludwig van Beethoven (1770-1827) si imporrà alla nostra attenzione con una delle sue prime, celeberrime zampate leonine: la Sonata n. 8 in Do minore "Patetica" Op. 13. Composizione giovanile del 1798, venne stampata l’anno seguente a Vienna dall’editore Eder, con dedica a quel Karl von Lichnowsky, principe alquanto squattrinato ma musicofilo animato da sincero entusiasmo, che già era stato munifico di attenzioni a favore di Mozart. La "Patetica" è un capolavoro di irrequietezza preromantica in cui vibrano gli ultimi fremiti del movimento dello "Sturm und Drang" e in cui si concentrano le intemperanze e i languori di una visione del mondo che è quella di personaggi da romanzo come Werther o Jacopo Ortis, di poeti come William Blake e di pittori come Caspar David Friedrich. Ma è anche e soprattutto il manifesto di un demonismo che, inizialmente frequentato ed esibito da Beethoven come manifesto estetico socialmente condiviso, finirà per prendere dimora stabile nella verità esistenziale della suo universo individuale.
So rasch wie möglich… Schneller… Noch schneller… (Rapido quanto più possibile… Più veloce… Ancora più veloce…): è con questo tipo di agogica, in un crescendo di febbrile espressività dominata dalla parametro del ritmo, che prende avvio la frenetica e incontenibile Sonata in Sol minore Op. 22 di Robert Schumann (1810-1856). Non ci fosse l’oasi sognante dell’Andantino in posizione di secondo movimento, questo capolavoro pianistico potrebbe risolversi in una vertigine direttamente trasmessa dalle mani e dalla concentrazione dell’interprete all’orecchio e al cuore degli ascoltatori. Composta tra il 1833 e il 1838 e pubblicata nel 1839 con dedica a Frau Henriette Voigt, appartiene al travagliato periodo dell’amore contrastato per Clara Wieck, ma, al di là dei riflessi autobiografici che si vorrà cogliere nello scalpitante tessuto della sua imprendibile bellezza, il messaggio ad essa consegnato dal suo autore riguarda una questione strettamente musicale: l’incompatibilità di ogni fantasia romantica pura con le strettoie di un istituto formale consolidato come la sonata che, nella prima metà dell’Ottocento non aveva ancora smesso di incutere rispetto in chi si dedicava alla composizione di opere per pianoforte solo.
Un compositore adolescente è l’artista che tra il 1920 e il 1922 mise insieme gli squisiti epigrammi sperimentali, elaborati in uno stile eclettico mutuato da Prokofiev e Debussy e pubblicati nel 1926 sotto il titolo di Tre danze fantastiche Op. 5. Dimitri Šostakovic (1906-1975) non era che all’inizio della sua discontinua carriera di autore di pagine destinate alla valorizzazione solistica di quello che era il suo strumento, il pianoforte. Ad esso si dedicò assiduamente negli anni dell’apprendistato artistico, per tornare a immolargli energie creative negli anni Cinquanta, in modo memorabile con i Ventiquattro preludi e fughe Op. 87, concepiti come ossequioso ricalco del Wohltemperierte Klavier di Johann Sebastian Bach, nel bicentenario della morte del Thomaskantor di Lipsia. Per il resto, la sua instancabile e pregevole attività di compositore lo occupò su due fronti: quello dell’interiore macerazione espressa dal tragico soggettivismo della sua migliore musica da camera e quello dei pubblici clangori sinfonici, spesso segretamente concepiti come amare testimonianze di autoderisione, derivanti dal suo ruolo istituzionale di compositore di regime.

Danilo Faravelli

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