MUSICA ( 2005)

1 Ottobre
Ala

Quartetto Klimt
Durante un'intervista rilasciata una cinquantina d'anni fa ad un giovane musicista americano, l'ormai anziano e smaliziato Stravinskij fu invitato ad esprimere il proprio punto di vista sui rapporti di forza che devono governare il "comporre su commissione". La risposta si dimostrò all'altezza del ben noto pragmatismo del maestro russo: "L'abilità, naturalmente, sta nello scegliersi la commissione che meglio si adatta alle nostre esigenze, ovvero nel comporre ciò che si vuole comporre per farselo poi commissionare. Personalmente, ho avuto parecchie volte la fortuna di riuscire in questo intento". Questa premessa, apparentemente estranea al programma del concerto di stamani, potrà forse tornare utile a chi vorrà cercare di calarsi nelle più profonde ragioni d'esistenza dei Quartetti per pianoforte e archi KV 478 e KV 493. Mozart, infatti, li portò a termine per onorare l'impegno preso con uno stampatore viennese, ma, agendo alla maniera di Stravinskij con due secoli di anticipo, fallì. Fallì, perché il suo voler eludere le leggi che governavano l'allora fiorente mercato delle pubblicazioni per i dilettanti aveva obbedito ad una scelta istintiva più che premeditata. Del resto, le coordinate culturali ed estetiche in cui era iscritto il suo "essere musicista" avrebbero mai potuto ispirargli un cinismo anche solo vagamente somigliante a quello dell'autore del Sacre du printemps?

   Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) intraprese la composizione di questi due anomali capolavori su sollecitazione di Franz Anton Hoffmeister (1754-1812), uno stampatore di musica di Vienna con cui aveva cominciato a collaborare nel 1784. Costui stava perseguendo un preciso obiettivo commerciale: offrire alla propria clientela di amateurs qualche novità che potesse essere riconosciuta come tale non solo sotto il profilo della forma e dello stile, ma anche per particolare inusualità d'organico. Sul finire del Settecento e soprattutto ad opera di molti compositori di lingua tedesca, il fortepiano, oltre che come base per esecuzioni a solo, stava imponendosi all'attenzione del mondo musicale come strumento capace di far gravitare attorno a sé diversi tipi di ensembles. Se, da una parte, era consuetudine che uno strumento a tastiera si appoggiasse a due violini, una viola e un violoncello dando luogo a Klavierquintette o, laddove gli archi venissero raddoppiati, a veri e propri Klavierkonzerte, dall'altra ci si orientava con sempre maggior soddisfazione verso la moda di riunire in Klaviertrio i tre cordofoni allora più diffusi (pianoforte, violino e violoncello) allo scopo di trarne qualcosa che facesse pensare a delle "sonate potenziate". Tra i due schemi d'organico appena descritti, quello intermedio della formazione a quattro comprendente, oltre al Klavier, il classico trio d'archi (violino, viola e violoncello) era evidentemente considerato un ibrido troppo rischioso per la posizione incerta che occupava fra la vocazione teatrale del linguaggio concertistico e la densità sintetica del linguaggio sonatistico. Esperimenti più che convincenti, volti a superare il problema, erano stati compiuti già negli anni Sessanta da Johann Schobert (1740?-1767), un collega d'arte che il Salisburghese, da bambino, aveva personalmente conosciuto a Parigi e per il quale nutriva una dichiarata ammirazione. I suoi Quartetti op. VII e op. XIV richiedono tuttavia, accanto al cembalo o al fortepiano, un trio d'archi di concezione ancora marcatamente tardobarocca (due violini e basso) che tende ad offrire soluzioni strutturali quasi automatiche al rovello del compositore tormentato da questioni di bilanciamento stilistico. Mozart, insomma, nell'accettare la sfida lanciatagli da Hoffmeister, si dispose a metter mano a qualcosa che, se non costituiva una novità assoluta, certo gli conferiva le responsabilità storiche che sono proprie di qualsiasi pioniere. Attenzione però, in tutto questo, a non lasciarsi sviare dalla tentazione romantica di attribuire alla vicenda i connotati di un caso di eroismo creativo: a sottoscrivere l'impegno con l'editore era stato spinto in primo luogo dalle difficoltà finanziarie che lo angustiavano in quel momento della sua vita (come del resto in tanti altri, precedenti e soprattutto successivi), non certo perché non sapesse che fare del proprio tempo prezioso e del proprio debordante ingegno. In quei mesi il suo scrittoio era letteralmente invaso di carta da musica in attesa di perdere il proprio candore per aprirsi le porte dell'immortalità.

   Mozart compose il Quartetto in Sol minore KV 478, primo di una serie che avrebbe dovuto verosimilmente ammontare a sei partiture per il medesimo organico, nella prima metà d’ottobre del 1785, mentre stava calandosi nel nucleo ribollente dell’immenso vortice inventivo de Le nozze di Figaro. La portò a termine il sedicesimo giorno di quel mese (come conferma il catalogo autografo in cui registrava le proprie composizioni) e, prima che l’anno fosse giunto a conclusione, anche i torchi di Hoffmeister avevano compiuto il loro dovere. Dell’accoglienza riservata alla novità possiamo farci un’idea attraverso una recensione apparsa molto tempo dopo, a Weimar, su un numero del 1788 del "Journal des Luxus und der Moden", nella quale il quartetto veniva bollato come opera “creata sì con arte sopraffina (…), ma nata per soddisfare veri intenditori e nessun altro. (…) musica che non si può proprio ascoltare, se a suonarla sono dei semplici dilettanti!”. Sono parole che suonano lusinghiere, se innestate su ciò che di Mozart possono pensare le nostre menti di posteri adoranti; ma sono anche parole che decretano un fallimento, se debitamente rapportate agli anni in cui tanto il Genio quanto il suo intraprendente editore erano ben lungi dal poter vivere unicamente di soddisfazioni spirituali.

Dopo l’insuccesso di pubblico del primo di quelli che sarebbero dovuti diventare i sei numeri di una raccolta, Hoffmeister preferì disimpegnare da tale impresa un maestro per il quale nutriva una profonda stima (e di cui avrebbe in seguito pubblicato altri lavori). Mozart, però, si era nel frattempo già spinto molto avanti nella stesura del secondo “capitolo” della serie rimasta incompiuta. Interpellò un altro editore con il quale, a Vienna, era in buoni rapporti di collaborazione, la Artaria & Co., e il Quartetto in Mi bemolle KV 493, finito in tutte le sue parti il 3 giugno 1786, venne pubblicato un anno più tardi. La ditta Artaria, che non c’è motivo di credere che non tenesse ai propri guadagni al pari di Hoffmeister e che certo non poteva essere all’oscuro del “buco nell’acqua” prodotto da Mozart con la sua omologa creatura precedente in Sol minore, aveva forse acconsentito ad andargli incontro per sincera ed ammirevole lungimiranza, ma senza dubbio anche in considerazione dell’ammorbidimento poetico e strutturale a cui la seconda partitura risultava piegata rispetto alla prima. Per le fatiche di concertazione che ancor oggi richiede e per la petrosa schiettezza di alcuni momenti chiave del suo fluire (un’aggressività e un’audacia che non poterono non impensierire e persino turbare i dilettanti di allora), il Quartetto in Sol minore è un capolavoro che comprensibilmente intimidisce. A darci una conferma oggettiva della sua aristocratica ed ombrosa bellezza bastino un paio di indimenticabili dettagli, colti fra le prime e le ultime battute della terna di movimenti in cui si suddivide: ad apertura di pagina, la minacciosa perentorietà dell’unisono con cui esordisce il primo Allegro e, a pochi secondi dalla fine, il colpo di scena della violentissima modulazione (dalla tonalità dominante di Sol alla tonalità di Mi bemolle) che stacca la chiusa del Rondo.

   La novità di Matteo D'Amico che divide lo spazio del concerto odierno con i due unica mozartiani per pianoforte e trio d'archi è un bell'esempio di come i migliori frutti della fantasia umana siano per loro stessa natura creature inquiete, incomprimibili, non tacitabili e bramose di sopravvivere a loro stesse non solo attraverso continue reinterpretazioni, ma anche per mezzo di innesti di parte del loro tessuto sonoro su organismi musicali "altri". In Mozart e Narciso troviamo infatti trapiantati e avviati a nuova vita alcuni frammenti del Quartetto KV 478 e bisogna dire che titolo migliore, per la funzione esplicativa che è suo compito svolgere a beneficio della partitura cui s'abbina, non si sarebbe potuto coniare. Nel riecheggiamento del mito classico in cui si narra della fatale autolatria inflitta dalla dea Nèmesi al bel figlio della ninfa Liríope, Mozart è l'irraggiungibile bellezza che D'Amico contempla e ricontempla, non senza regalarsi l'illusione di poter credere che, pur trattandosi di materia riflessa dallo specchio di una propria creatura sonora, essa continui comunque ad essere altro da ciò che è ormai irreversibilmente divenuta, ovvero una novità musicale. Ma Mozart è anche l'infelice Eco, la ninfa innamorata del superbo ed insensibile Narciso, tutto preso dall'adorazione di se stesso; è l'infelice Eco, la cui voce, privata per sempre del corpo che ne era stato la fonte materiale, non smette di farsi udire e di recare gioia ed emozioni, laddove vi siano persone convinte di non avere altri che se stessi a cui poter indirizzare il suono della propria.

Danilo Faravelli

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