CINEMA (2005)

2 Ottobre
a Rovereto

Vittorio Curzel

"… per quanto posso ricordarmi, ho creato per tutta la mia vita. Non c'è alcuna differenza rispetto a oggi, quando salgo sul palcoscenico di questo teatro per delle prove, oppure come ho fatto questa mattina, quando vado a discutere con il mio scenografo del Peer Gynt che stiamo per mettere in cantiere. È esattamente lo stesso sentimento di quando ero bambino, ben prima di andare a scuola, e dopo la colazione aprivo le porte della camera dove tenevo i giocattoli e decidevo come avrei passato il tempo la mattina. Il sentimento non è cambiato (…). Divertirmi con i miei giochi, alcuni dei quali molto semplici, sul pavimento della mia camera che era piena di sole, e calcare la scena. La qualità del mio sentimento è rimasta identica, sono i gesti a essere cambiati, la scala di valori, il contesto." (da "Conversazioni con Ingmar Bergman", di Olivier Assayas e Stig Björkman, Museo Nazionale del Cinema - Lindau, 1994).

"Il film è la fedele, completa trascrizione dell’opera tanto da poter sostituire la realtà di una rappresentazione teatrale del Flauto Magico con ugual diritto e maggior corposità di un’edizione discografica. Qui Bergman è in primo luogo regista di teatro d’opera; si comporta cioè non diversamente da un Visconti davanti a Manon, da uno Zeffirelli in Otello… Entro i limiti dell’assoluto rispetto al testo nella sua integrità, che accetta con evidente amore e devozione, il regista a sua disposizione ha quel di più che il mezzo cinematografico gli offre, cioè una libertà, uno svincolo dallo spazio obbligato, una molteplicità di punti di ripresa che certo un palcoscenico ‘vero’ non consente agli spettatori a teatro. E ovviamente la genialità di Bergman rifulge in questo ‘di più’ che trasforma la trascrizione del Flauto magico anche in un film gradevolissimo."
(Piero Dallamano, in "Bianco e nero", anno 1977, n.1)

Nell’universo creativo di Bergman, autore e regista nel cinema, nel teatro, alla televisione e alla radio, teatro e musica si alternano, si contrastano e si completano. La musica rappresenta per lui l’anima, il divino, il sacro; intangibile, misteriosa, irrazionale, è al contempo fattore di pienezza del sé e di trascendenza.

Il "Flauto magico" si colloca temporalmente fra due altri lavori di Bergman per la televisione "Scene da un matrimonio" del 1973 e "L’immagine allo specchio" del 1976. Circa trent’anni dopo il suo primo film ("Crisi", 1946), all’apice delle possibilità creative e della notorietà, dopo aver rinnovato con "Sussurri e grida" il suo cinema, il regista scandinavo sceglie di filmare con la libertà e l’improvvisazione che la tecnologia e il linguaggio della televisione introducono in quegli anni nell’estetica filmica.
Entra così in gioco, in una sorta di osmosi totale fra autore, testo e attori, tutto quello da cui Bergman si era sempre tenuto lontano: zoom, posizionamenti di macchina approssimativi, panoramiche non rigorosamente motivate, campi larghi per consentire agli interpreti autonomia di ritmi e libertà di intuizione.
I tre film per la televisione (distribuiti anche in versione per le sale cinematografiche) sono peraltro tre opere tra loro molto differenti, tanto nella concezione quanto nella realizzazione.
Bergman arriva alla televisione per motivi essenzialmente produttivi, in particolare per le crescenti difficoltà nel trovare finanziamenti per i suoi film, tanto che il precedente "Sussurri e grida" (1973), divenuto poi un successo, era stato realizzato grazie al lavoro gratuito di attori e tecnici.
Erano peraltro anni in cui molti cineasti si avvicinavano al mezzo televisivo tentando di sfruttarne le potenzialità. Il primo era stato Roberto Rossellini, che già da tempo considerava la tv il mezzo espressivo del futuro.

Per Bergman, che da tempo sognava di liberarsi delle pesantezze finanziarie e tecniche del cinema, il piccolo schermo poteva riunire i vantaggi del teatro (minori spese, un rapporto più intimo con attori e tecnici e la possibilità di giocare sui tempi reali dell’azione scenica) con quelli del cinema (maggiore libertà creativa e potenzialità inventive del montaggio).
La televisione rappresentava per lui anche una nuova sfida artistica, dato che poteva misurarsi con durate ben maggiori di quelle di una pellicola cinematografica standard ("Scene da un matrimonio" nasce come serie televisiva in sei episodi di cinquanta minuti ciascuno, trasformati poi in un film di 155 minuti mentre "L’immagine allo specchio", in quattro episodi, dura 200’ nella versione tv e 135’ in quella per le sale).
Se "Scene da un matrimonio", una sorta di lunghissimo dialogo a due voci, con mezzi espressivi ridotti al minimo - tutto girato in interni salvo qualche breve stacco e con pochi movimenti di macchina - può essere considerato un esempio di cinema minimalista, "Il flauto magico" costituisce di fatto una superproduzione televisiva, dati i mezzi eccezionali messi a disposizione dalla Televisione Svedese con un preventivo di spesa di mezzo milione di corone.

Da parecchio tempo, fin da quando lavorava allo Stadsteater di Malmö, venticinque anni prima, il regista aveva in animo di mettere in scena un’opera di Mozart, ma aveva sempre rinviato l’incontro non sentendosi ancora pronto.
Concepito per il piccolo schermo per festeggiare il cinquantenario della Radio Svedese, il film girato in pellicola 16 mm, fu poi gonfiato in 35 ed ebbe grande successo anche nelle sale cinematografiche di molti paesi.

Nell’occasione Bergman veste anche i panni del direttore artistico e dell’impresario teatrale, scegliendo egli stesso i cantanti e il direttore d’orchestra.
"Poiché non dovevamo rappresentare Il flauto magico su di un palcoscenico, bensì davanti a un microfono e a una macchina da presa, non occorrevano voci potenti. Ci servivano, piuttosto, voci calde, sensuali, dotate di personalità. Per me inoltre era fondamentale che l’opera fosse recitata da giovani, a causa della loro naturale capacità di passare repentinamente dalla gioia al dolore, dal sentimento alla passione. (…) Ci volle molto tempo per riunire quel nostro ensamble così nordico. Cantanti e musicisti si incontrarono per la prima prova. Dissi quello che volevo ottenere: l’intimità, il tono umano, la sensualità, il calore, il contatto. Gli artisti risposero con entusiasmo" (Ingmar Bergman, "Immagini", Garzanti, 1992).

Come sceneggiatore Bergman accentua fra i vari temi presenti, senza turbare l’equilibrio dell’opera, quello dell’amore.
“Il flauto magico – disse allora in un’intervista – contiene una morale che mi piace, cioè che l’amore è la cosa più importante fra gli esseri umani e la più importante nel mondo. Per sottolineare questo punto ho dovuto renderlo esplicito; è uno dei cambiamenti che abbiamo ritenuto necessari rispetto al libretto originale. E tocca al primo sacerdote Sarastro, un saggio, sottolineare questo tema” (cit. in Sergio Transatti, “Ingmar Bergman”, Il Castoro Cinema, 1993).
Qualche rimaneggiamento infatti c’è, per esempio laddove Bergman decide di "alleggerire" il libretto dell’opera tagliando alcuni recitativi per rendere il racconto più fluido o facendo apparire alcuni passaggi del testo come fossero dei proverbi che i cantanti fanno leggere al pubblico.
Particolare attenzione Bergman, narratore profondo di storie di donne, la dedica al personaggio di Pamina: "Quando Pamina varca il tetro regno della notte, quando affronta gli orrori che fanno da diaframma alla festa della libertà e della luce, allora la sua identificazione si completa cancellando la dolce principessa. Ne prende il posto una ‘donna bergmaniana’: una di quelle creature che, mentre il compagno attraversa la vita suonando il suo flauto a occhi chiusi, lo guidano con polso fermo e hanno il tragico coraggio di guardare la realtà" (Floriana Gaudente, "Il flauto magico", Rivista del Cinematografo, n. 12, 1976).

Nel contempo Bergman fa passare in secondo piano gli elementi massonici e filosofici del libretto originale per dedicarsi alla trasposizione in immagini di un racconto fiabesco, narrato con il candore di uno sguardo che sembra ispirarsi al cinema delle origini, alla ricerca dello stupore e della meraviglia delle fantastiche visioni di Georges Meliés.
“Nessun altro dei suoi film è a tal punto portatore di allegria e di spensieratezza. Il Flauto magico consacra il perfetto accordo delle tre arti che hanno ispirato incessantemente Bergman: il teatro, la musica e il cinema" ( N.T.Binh, "Ingmar Bergman. Le Magicien du Nord", Gallimard, 1993).

Per Bergman l’ambiente ideale per la messa in scena dell’opera mozartiana è il castello settecentesco di Drottningholm, fatto costruire da Gustavo III nei pressi di Stoccolma. Il regista non esita a utilizzare una parte consistente del budget messogli a disposizione dalla tv svedese per ricostruire in studio il vecchio e delicato teatro del castello, dove pare che a suo tempo si fosse realmente svolta una rappresentazione del Flauto.
“Da ragazzo ero un bighellone. Un giorno di ottobre me ne andai al castello di Drottningholm, dove c’era un teatro. Per qualche motivo l’ingresso al palcoscenico era aperto. Volli entrarvi. Vidi così per la prima volta il teatro barocco appena restaurato. Ricordo con grande chiarezza che fu un’esperienza magica: la penombra, il silenzio, lo spazio del palcoscenico. Ho sempre immaginato Il flauto magico in quel vecchio teatro, nella sua bella lignea scatola acustica, il pavimento del palcoscenico dolcemente inclinato, i fondali e le quinte. Questa è la nobile magia del teatro d’illusione: nulla è, tutto rappresenta. Nell’istante in cui il sipario si alza, si svela l’intesa tra palcoscenico e sala: Adesso creiamo insieme!” (I. Bergman, "Immagini")
Mentre l’orchestra esegue l’Ouverture la cinepresa mostra in una sequenza indimenticabile, montata al ritmo della musica, i volti degli spettatori, di varie età ed etnie, quasi a ricordarci l’universalità del linguaggio musicale. Poi per tutto il film il volto di una giovanissima spettatrice fa da contrappunto alla rappresentazione.
"Venendo a teatro il pubblico contrae un impegno con gli attori: crederemo ciò che ci direte, sogneremo insieme con voi, piangeremo e poi saremo felici. Penso che al cinema sia molto importante far comunicare il pubblico, farlo partecipare” ha dichiarato Bergman.

Dopo l’iperrealismo di "Scene da un matrimonio" la scelte registiche si orientano ora alla stilizzazione, al rifiuto del realismo, al trionfo dell’artificio, in una pellicola che oltre a rappresentare nella filmografia bergmaniana un intermezzo dedicato alla felicità della musica, si impone, a detta di molti, come un assoluto capolavoro in un genere di difficile riuscita qual è la traduzione sullo schermo cinematografico dell’opera lirica.

"Il flauto magico" di Bergman ha affascinato al contempo gli appassionati del teatro musicale e i cinéphiles. Effetti e trucchi cinematografici si mescolano con i marchingegni e i giochi scenici della ribalta teatrale.
Scrive Olivier Assayas ("Itinerario bergmaniano", 1990). "Non c’è nulla di fortuito nel cinema di Bergman e questa messa in scena di Mozart – non dimentichiamone i temi cupi e profondi – non fa eccezione. Resta comunque un film che ha per oggetto l’ armonia, un’armonia possibile soltanto grazie all’intercessione materna e protettrice, del teatro e delle sue ‘macchine’ (le marionette…), della musica e dell’infanzia …"

Racconta ancora Bergman nel suo "Immagini": "Il film fu montato a Fårö. Quando la copia di lavoro fu pronta, con una colonna sonora completa, organizzammo la nostra prima nel mio studio cinematografico di allora. Il pubblico era formato da collaboratori, vicini di casa, figli e nipoti. Era una sera di fine agosto con un magico chiaro di luna sul mare. Bevemmo champagne, accendemmo lanterne colorate e qualche piccolo fuoco di artificio."

Vittorio Curzel

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