| Il concerto di questa mattina
si ispira ad una logica di crescendo intrecciati. Da una parte
vige il crescendo volumetrico di un progressivo allargamento
di organico (per cominciare, un duo, a seguire, con l’aggiunta
di un violoncello, un trio e, per finire, con l’attivazione
della tastiera pianistica, un quartetto), dall’altra
il crescendo di una progressiva affermazione di spettacolarità
(dall’intimità del dialogo rappresentata dal
duo all’amabile conversazione in trio, in cui non può
che decrescere il grado di “riservatezza degli argomenti”
da condividere, alla dichiarata se pur timida platealità
del quartetto); ma c’è anche un crescendo di
pregnanza contenutistica che potrebbe non ripercorrere nello
stesso ordine le tappe fin qui delineate. Per ragioni che
le presenti note di sala cercheranno di far trasparire, la
posizione culminante di questo terzo crescendo potrebbe spettare
alla formazione per tre strumenti, anziché a quella
per quattro; né, peraltro, è scontato che la
posizione in penombra di “brano d’apertura”
tocchi, per spessore espressivo, al pezzo per violino e viola.
Ciò di cui non si faticherà ad intendere l’assoluta
appropriatezza è la felice scelta di discrezione compiuta
nell’impaginare il programma del concerto in modo tale
che la novità di Massimo Digesu occupasse una posizione
di filigrana, ovvero di preziosa trasparenza, rispetto al
quartetto di cui replica lo schieramento “tetragono”
di violino, viola, violoncello e pianoforte. Del resto, come
il titolo conferma, è proprio la squisitezza dell’argento
filato e tessuto a maglia larga ad avere ispirato l’autore
di WOLFiliGrANG. Suggestioni su filigrana mozartiana.
Che metodo adottare ora nella descrizione dei tre brani di
Mozart in programma? L’ordine di presentazione potrebbe
tradursi in un irrispettoso condizionamento dell’ascoltatore
nel posizionamento delle “tre carte” in relazione
al crescendo di pregnanza contenutistica di cui poco fa si
parlava. L’orientamento più asettico, non volendosi
affidare all’extrema ratio dell’alfabeto, non
può essere che quello imposto dalle leggi del tempo:
il 1783 del duo, il 1786 del quartetto e il 1788 del trio.
Nelle biografie mozartiane circola una simpatica spiegazione
riguardo al motivo che spinse Mozart, tra la tarda estate
e gli inizi d’autunno del 1783, ad impegnarsi nella
composizione di due piccoli lavori per violino e viola (KV
423 e KV 424), il secondo dei quali è il Duetto in
Si bemolle che stamani viene proposto all’ascolto. In
quel passaggio di stagione egli si trovava nella natia Salisburgo.
Essendo di fatto cittadino viennese dalla primavera del 1781
e avendo certo più di un problema a cui dover porre
mente a casa propria (dare una sistemazione alla propria posizione
di “libero professionista dell’arte musicale”,
non foss’altro perché, proprio in quelle settimane,
era diventato padre), aveva comunque deciso di recarvisi con
il preciso scopo di far digerire a papà e sorella (Leopold
e Nannerl) la scelta, compiuta un anno prima, di convolare
a nozze con Constanze Weber, nonostante la loro disapprovazione.
Come se non bastasse, a rendere vieppiù spinoso quel
suo ritorno nella città d’origine era la pessima
opinione di sé che doveva avere lasciato nell’animo
di molti “indigeni” a causa del ben noto modo
in cui aveva risolto il proprio rapporto di collaborazione
con l’orchestra della corte di Sua Altezza Serenissima
il principe arcivescovo Hieronymus Colloredo. Superata la
prova, Mozart potè rientrare a Vienna assai alleggerito
dei sensi di colpa che, insieme alla moglie “da mostrare”,
s’era portato a Salisburgo. Padre e sorella era riuscito
ad ammansirli organizzando nella chiesa abbaziale di san Pietro
l’esecuzione di una novità sacra, la stupenda
Messa in Do minore KV 427/417a, la cui incompiutezza aveva
saputo mascherare con l’aggiunta di brani liturgici
composti anni prima e di cui tutti s’erano verosimilmente
dimenticati. Con tanti “cari concittadini” aveva
riallacciato gli affabili rapporti di sempre, in particolare
con il buon vecchio amico Johann Michael Haydn (1737-1806),
fratello del più celebre Franz Joseph, e organista
di corte a Salisburgo. Questi s’era impegnato a comporre,
forse per l’arcivescovo stesso, che era un buon dilettante
di violino, delle sonate in duo che, come tradizione voleva,
dovevano ammontare a sei dare luogo ad una raccolta degna
di tale nome. Anziano e in forma fisica non più perfetta,
nonché avvezzo ad “alzare il gomito” non
appena se ne presentasse l’occasione, al punto da farsi
trovare ubriaco all’organo persino durante funzioni
in cui era lo stesso arcivescovo ad officiare, Michael Haydn
aveva probabilmente chiesto a Mozart di dargli una mano a
portare a termine quel lavoro e Mozart, da cultore qual era
del sentimento dell’amicizia, non s’era tirato
indietro. Verità o leggenda che sia, scorrendo il catalogo
delle opere di Johann Michael Haydn, non si potrà fare
a meno di notare che quattro sue Sonate per violino e viola
risalgono effettivamente al 1783. Quattro più due…
sei. Il conto è presto fatto.
Del Quartetto con pianoforte KV 493 va detto innanzitutto
che il carattere inusuale dell’organico per esso previsto
ci colpisce non meno di quello preordinato per la partitura
a due appena considerata. Così come il Duetto in Si
bemolle KV 424 costituisce, insieme al gemello KV 423, un
unicum nel catalogo del Salisburghese, allo stesso modo il
Quartetto in Mi bemolle KV 493 non si imparenta con altra
opera omologa del suo stesso autore, se non con il fratello
primogenito Quartetto in Sol minore KV 478, nato un anno prima,
nel 1785. Il legame di sangue fra i due Quartetti è
meno stretto di quello da cui risulterebbero uniti i due Duetti,
ma la ragione della loro esistenza e anomalia formale può
ben dirsi radicata in un terreno comune. Entrambi sono infatti
figli della progressiva caduta di interesse, da parte del
pubblico viennese dei frequentatori dei concerti in abbonamento,
per la produzione di Mozart per pianoforte e orchestra, che
pure aveva decretato il suo indiscusso primato come compositore-virtuoso
nel 1784 e nella prima parte del 1785. Dopo una serie di mirabili
partiture (KV 450-451-453-456-459-466-467) che, per il grande
successo mietuto, gli avevano permesso di dimenticare (o meglio:
di “credere di poter dimenticare”) per sempre
la formula di prudenza di “orchestra d’accompagnamento
al pianoforte con fiati ad libitum”, il bisogno di produrre
novità che, per pretenziosità d’organico,
non si trovassero preventivamente sbarrata la porta degli
editori, produsse il risultato dei due “concerti in
miniatura” che oggi è possibile riconoscere nei
Quartetti KV 478 e KV 493. Il guaio è che il loro autore
si era ormai avvezzato alla scrittura ad alta densità
drammatica che aveva reso ineguagliabile il fascino delle
sue partiture per pianoforte e orchestra. Così, l’accoglienza
riservata all’aggiustamento di tiro che egli credeva
di avere dato al proprio lavoro di compositore confezionando
capolavori per ensembles ridotti a quattro interlocutori strumentali
fu quella che possiamo evincere dalle seguenti parole, apparse
a Weimar nel 1788 sul Journal des Luxus und der Moden: “[…]
Mozart […] è un soggetto interessante per qualsiasi
appassionato di musica con inclinazione per la filosofia.
[…] Mi si consenta di dire due parole su un fenomeno
bizzarro di cui lui e la sua celebrità sono causa.
Tempo fa è stato pubblicato un suo singolo quartetto
(per pianoforte, violino, viola e violoncello) creato veramente
ad arte e rifinito in modo tale da richiedere la più
grande precisione nella combinazione di tutte le sue parti.
Corre però l’obbligo di dire che si tratta di
musica che, laddove venga eseguita come si deve, è
destinata a soddisfare soltanto gli intenditori. < Mozart
ha composto un quartetto nuovo e straordinario! Lo suonano
la principessa tale e la contessa talaltra! > è
una voce che si è diffusa con sorprendente rapidità
e che ha messo in moto la più grande curiosità;
a tal punto da scatenare la sconsideratezza di molti nel cimentarsi
in questa composizione così particolare, dando luogo
di conseguenza a paludate gazzarre musicali miranti al solo
scopo di far parlare di sé per l’eccezionalità
di quanto viene posto in esecuzione. Sono molte le pagine
che stanno in piedi anche se a metterci mano sono strumentisti
mediocri, ma questa produzione mozartiana non si può
davvero ascoltare se ad eseguirla sono dei dilettanti maldisposti
a fare i conti con le loro limitate capacità.[…]”
Ulteriore frutto anomalo dell’ingegno mozartiano è
il Divertimento in Mi bemolle KV 563, portato a termine alla
fine di settembre del 1788. Nella produzione del Salisburghese,
fatta eccezione per una trascrizione da Bach e per un paio
di frammenti di lavori rimasti incompiuti, si cercherà
invano un'altra composizione concepita per trio di soli archi
nella gamma completa di violino, viola e violoncello. L’eccezionalità
di questo stupendo risultato creativo, tuttavia, va ben oltre
la scelta di organico operata dal suo autore. Presa alla lettera,
la definizione di genere strumentale preannunciata dal titolo
sembrerebbe non lasciare dubbi sull’obiettivo perseguito:
un divertimento, nel XVIII secolo, era un costrutto strumentale
destinato essenzialmente a carezzare l’udito e in nessun
modo progettato per fungere da stimolo a riflessioni sul valore
estetico dell’Arte dei Suoni e sulla possibilità,
suo tramite, di nobilitare e insieme ingentilire le attività
della comunicazione umana. Ma questo divertimento, il Divertimento
in Mi bemolle KV 563, è esattamente ciò che
un qualsiasi divertimento settecentesco non avrebbe dovuto
e voluto essere. In esso lo schema “ortodosso”
di un numero di movimenti superiore a quattro con non meno
di due danze stilizzate – in questo caso due Minuetti,
il secondo dei quali associato a due Trii – è
solo una maschera ingannatrice sotto la quale si nasconde
il volto di un uomo che ha urgenza di parlare di sé
e della insanabile malinconia da cui è assediato. In
particolare, lo si noterà nella struggente intensità
del secondo movimento (Adagio) e nell’anticipazione
del dolceamaro fatalismo di Così fan tutte affidata
al tempo di valzer (par di sentire Despina cantare!) nel primo
Trio del secondo Minuetto; nondimeno, tuttavia, se ne troverà
traccia nella grazia pensosa di ognuno dei suoi sei capitoli.
Creato come “dono musicale” per l’amico
Michael Puchberg, un commerciante viennese che, come Mozart,
era affiliato alla massoneria, il Divertimento reca in sé
chiarissimi i segni di un sottile “male di vivere”.
Puchberg era l’amico a cui Mozart chiedeva insistentemente
denaro (che non si sa a quale interesse gli venisse prestato;
certo è che qualche biografo non ha esitato a tacciare
di usura il suo “benefattore”), ma Puchberg fu
anche la spalla su cui Mozart “pianse” di frequente,
nei mesi più angosciosi del per lui ostile biennio
1789/’90. Puchberg era la sponda sicura a cui non potevano
fare a meno di appoggiarsi tanto le tasche quanto il cuore
di Mozart e il Divertimento KV 563 è lo scrigno segreto
in cui si fronteggiano la confortante certezza di avere qualcuno
su cui poter contare e lo sconforto di non poter contare su
un’esistenza i cui bisogni non siano necessariamente
ostaggio della gratitudine. Si colga un sintomo di questo
inconfessabile spaesamento dell’anima nell’opaca
propositività del seguente poscritto: “P: S:
Wenn werden wir denn wieder bey ihnen eine kleine Musique
machen? – – Ich habe ein Neues Trio geschrieben!
–” (ovvero: “P. S. Quando faremo ancora
un po’ di musica per pochi intimi lì da lei?
– – Ho composto un trio nuovo di zecca! –”
). Mozart lo vergò, riferendosi al Trio in Mi maggiore
KV 542, in calce alla lettera inviata a Puchberg il 17 giugno
1788, l’argomento centrale della quale era la richiesta
di mille o duemila fiorini da restituire entro uno o due anni.
Il destinatario della missiva ne fece pervenire duecento.
Danilo Faravelli
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