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Domenica, 5 ottobre 2008 (h. 11)
Nogaredo, Palazzo Lodron
Maurizio Zanini e Archi della Scala

Il concerto di questa mattina si ispira ad una logica di crescendo intrecciati. Da una parte vige il crescendo volumetrico di un progressivo allargamento di organico (per cominciare, un duo, a seguire, con l’aggiunta di un violoncello, un trio e, per finire, con l’attivazione della tastiera pianistica, un quartetto), dall’altra il crescendo di una progressiva affermazione di spettacolarità (dall’intimità del dialogo rappresentata dal duo all’amabile conversazione in trio, in cui non può che decrescere il grado di “riservatezza degli argomenti” da condividere, alla dichiarata se pur timida platealità del quartetto); ma c’è anche un crescendo di pregnanza contenutistica che potrebbe non ripercorrere nello stesso ordine le tappe fin qui delineate. Per ragioni che le presenti note di sala cercheranno di far trasparire, la posizione culminante di questo terzo crescendo potrebbe spettare alla formazione per tre strumenti, anziché a quella per quattro; né, peraltro, è scontato che la posizione in penombra di “brano d’apertura” tocchi, per spessore espressivo, al pezzo per violino e viola. Ciò di cui non si faticherà ad intendere l’assoluta appropriatezza è la felice scelta di discrezione compiuta nell’impaginare il programma del concerto in modo tale che la novità di Massimo Digesu occupasse una posizione di filigrana, ovvero di preziosa trasparenza, rispetto al quartetto di cui replica lo schieramento “tetragono” di violino, viola, violoncello e pianoforte. Del resto, come il titolo conferma, è proprio la squisitezza dell’argento filato e tessuto a maglia larga ad avere ispirato l’autore di WOLFiliGrANG. Suggestioni su filigrana mozartiana.
Che metodo adottare ora nella descrizione dei tre brani di Mozart in programma? L’ordine di presentazione potrebbe tradursi in un irrispettoso condizionamento dell’ascoltatore nel posizionamento delle “tre carte” in relazione al crescendo di pregnanza contenutistica di cui poco fa si parlava. L’orientamento più asettico, non volendosi affidare all’extrema ratio dell’alfabeto, non può essere che quello imposto dalle leggi del tempo: il 1783 del duo, il 1786 del quartetto e il 1788 del trio.
Nelle biografie mozartiane circola una simpatica spiegazione riguardo al motivo che spinse Mozart, tra la tarda estate e gli inizi d’autunno del 1783, ad impegnarsi nella composizione di due piccoli lavori per violino e viola (KV 423 e KV 424), il secondo dei quali è il Duetto in Si bemolle che stamani viene proposto all’ascolto. In quel passaggio di stagione egli si trovava nella natia Salisburgo. Essendo di fatto cittadino viennese dalla primavera del 1781 e avendo certo più di un problema a cui dover porre mente a casa propria (dare una sistemazione alla propria posizione di “libero professionista dell’arte musicale”, non foss’altro perché, proprio in quelle settimane, era diventato padre), aveva comunque deciso di recarvisi con il preciso scopo di far digerire a papà e sorella (Leopold e Nannerl) la scelta, compiuta un anno prima, di convolare a nozze con Constanze Weber, nonostante la loro disapprovazione. Come se non bastasse, a rendere vieppiù spinoso quel suo ritorno nella città d’origine era la pessima opinione di sé che doveva avere lasciato nell’animo di molti “indigeni” a causa del ben noto modo in cui aveva risolto il proprio rapporto di collaborazione con l’orchestra della corte di Sua Altezza Serenissima il principe arcivescovo Hieronymus Colloredo. Superata la prova, Mozart potè rientrare a Vienna assai alleggerito dei sensi di colpa che, insieme alla moglie “da mostrare”, s’era portato a Salisburgo. Padre e sorella era riuscito ad ammansirli organizzando nella chiesa abbaziale di san Pietro l’esecuzione di una novità sacra, la stupenda Messa in Do minore KV 427/417a, la cui incompiutezza aveva saputo mascherare con l’aggiunta di brani liturgici composti anni prima e di cui tutti s’erano verosimilmente dimenticati. Con tanti “cari concittadini” aveva riallacciato gli affabili rapporti di sempre, in particolare con il buon vecchio amico Johann Michael Haydn (1737-1806), fratello del più celebre Franz Joseph, e organista di corte a Salisburgo. Questi s’era impegnato a comporre, forse per l’arcivescovo stesso, che era un buon dilettante di violino, delle sonate in duo che, come tradizione voleva, dovevano ammontare a sei dare luogo ad una raccolta degna di tale nome. Anziano e in forma fisica non più perfetta, nonché avvezzo ad “alzare il gomito” non appena se ne presentasse l’occasione, al punto da farsi trovare ubriaco all’organo persino durante funzioni in cui era lo stesso arcivescovo ad officiare, Michael Haydn aveva probabilmente chiesto a Mozart di dargli una mano a portare a termine quel lavoro e Mozart, da cultore qual era del sentimento dell’amicizia, non s’era tirato indietro. Verità o leggenda che sia, scorrendo il catalogo delle opere di Johann Michael Haydn, non si potrà fare a meno di notare che quattro sue Sonate per violino e viola risalgono effettivamente al 1783. Quattro più due… sei. Il conto è presto fatto.
Del Quartetto con pianoforte KV 493 va detto innanzitutto che il carattere inusuale dell’organico per esso previsto ci colpisce non meno di quello preordinato per la partitura a due appena considerata. Così come il Duetto in Si bemolle KV 424 costituisce, insieme al gemello KV 423, un unicum nel catalogo del Salisburghese, allo stesso modo il Quartetto in Mi bemolle KV 493 non si imparenta con altra opera omologa del suo stesso autore, se non con il fratello primogenito Quartetto in Sol minore KV 478, nato un anno prima, nel 1785. Il legame di sangue fra i due Quartetti è meno stretto di quello da cui risulterebbero uniti i due Duetti, ma la ragione della loro esistenza e anomalia formale può ben dirsi radicata in un terreno comune. Entrambi sono infatti figli della progressiva caduta di interesse, da parte del pubblico viennese dei frequentatori dei concerti in abbonamento, per la produzione di Mozart per pianoforte e orchestra, che pure aveva decretato il suo indiscusso primato come compositore-virtuoso nel 1784 e nella prima parte del 1785. Dopo una serie di mirabili partiture (KV 450-451-453-456-459-466-467) che, per il grande successo mietuto, gli avevano permesso di dimenticare (o meglio: di “credere di poter dimenticare”) per sempre la formula di prudenza di “orchestra d’accompagnamento al pianoforte con fiati ad libitum”, il bisogno di produrre novità che, per pretenziosità d’organico, non si trovassero preventivamente sbarrata la porta degli editori, produsse il risultato dei due “concerti in miniatura” che oggi è possibile riconoscere nei Quartetti KV 478 e KV 493. Il guaio è che il loro autore si era ormai avvezzato alla scrittura ad alta densità drammatica che aveva reso ineguagliabile il fascino delle sue partiture per pianoforte e orchestra. Così, l’accoglienza riservata all’aggiustamento di tiro che egli credeva di avere dato al proprio lavoro di compositore confezionando capolavori per ensembles ridotti a quattro interlocutori strumentali fu quella che possiamo evincere dalle seguenti parole, apparse a Weimar nel 1788 sul Journal des Luxus und der Moden: “[…] Mozart […] è un soggetto interessante per qualsiasi appassionato di musica con inclinazione per la filosofia. […] Mi si consenta di dire due parole su un fenomeno bizzarro di cui lui e la sua celebrità sono causa. Tempo fa è stato pubblicato un suo singolo quartetto (per pianoforte, violino, viola e violoncello) creato veramente ad arte e rifinito in modo tale da richiedere la più grande precisione nella combinazione di tutte le sue parti. Corre però l’obbligo di dire che si tratta di musica che, laddove venga eseguita come si deve, è destinata a soddisfare soltanto gli intenditori. < Mozart ha composto un quartetto nuovo e straordinario! Lo suonano la principessa tale e la contessa talaltra! > è una voce che si è diffusa con sorprendente rapidità e che ha messo in moto la più grande curiosità; a tal punto da scatenare la sconsideratezza di molti nel cimentarsi in questa composizione così particolare, dando luogo di conseguenza a paludate gazzarre musicali miranti al solo scopo di far parlare di sé per l’eccezionalità di quanto viene posto in esecuzione. Sono molte le pagine che stanno in piedi anche se a metterci mano sono strumentisti mediocri, ma questa produzione mozartiana non si può davvero ascoltare se ad eseguirla sono dei dilettanti maldisposti a fare i conti con le loro limitate capacità.[…]”
Ulteriore frutto anomalo dell’ingegno mozartiano è il Divertimento in Mi bemolle KV 563, portato a termine alla fine di settembre del 1788. Nella produzione del Salisburghese, fatta eccezione per una trascrizione da Bach e per un paio di frammenti di lavori rimasti incompiuti, si cercherà invano un'altra composizione concepita per trio di soli archi nella gamma completa di violino, viola e violoncello. L’eccezionalità di questo stupendo risultato creativo, tuttavia, va ben oltre la scelta di organico operata dal suo autore. Presa alla lettera, la definizione di genere strumentale preannunciata dal titolo sembrerebbe non lasciare dubbi sull’obiettivo perseguito: un divertimento, nel XVIII secolo, era un costrutto strumentale destinato essenzialmente a carezzare l’udito e in nessun modo progettato per fungere da stimolo a riflessioni sul valore estetico dell’Arte dei Suoni e sulla possibilità, suo tramite, di nobilitare e insieme ingentilire le attività della comunicazione umana. Ma questo divertimento, il Divertimento in Mi bemolle KV 563, è esattamente ciò che un qualsiasi divertimento settecentesco non avrebbe dovuto e voluto essere. In esso lo schema “ortodosso” di un numero di movimenti superiore a quattro con non meno di due danze stilizzate – in questo caso due Minuetti, il secondo dei quali associato a due Trii – è solo una maschera ingannatrice sotto la quale si nasconde il volto di un uomo che ha urgenza di parlare di sé e della insanabile malinconia da cui è assediato. In particolare, lo si noterà nella struggente intensità del secondo movimento (Adagio) e nell’anticipazione del dolceamaro fatalismo di Così fan tutte affidata al tempo di valzer (par di sentire Despina cantare!) nel primo Trio del secondo Minuetto; nondimeno, tuttavia, se ne troverà traccia nella grazia pensosa di ognuno dei suoi sei capitoli.
Creato come “dono musicale” per l’amico Michael Puchberg, un commerciante viennese che, come Mozart, era affiliato alla massoneria, il Divertimento reca in sé chiarissimi i segni di un sottile “male di vivere”. Puchberg era l’amico a cui Mozart chiedeva insistentemente denaro (che non si sa a quale interesse gli venisse prestato; certo è che qualche biografo non ha esitato a tacciare di usura il suo “benefattore”), ma Puchberg fu anche la spalla su cui Mozart “pianse” di frequente, nei mesi più angosciosi del per lui ostile biennio 1789/’90. Puchberg era la sponda sicura a cui non potevano fare a meno di appoggiarsi tanto le tasche quanto il cuore di Mozart e il Divertimento KV 563 è lo scrigno segreto in cui si fronteggiano la confortante certezza di avere qualcuno su cui poter contare e lo sconforto di non poter contare su un’esistenza i cui bisogni non siano necessariamente ostaggio della gratitudine. Si colga un sintomo di questo inconfessabile spaesamento dell’anima nell’opaca propositività del seguente poscritto: “P: S: Wenn werden wir denn wieder bey ihnen eine kleine Musique machen? – – Ich habe ein Neues Trio geschrieben! –” (ovvero: “P. S. Quando faremo ancora un po’ di musica per pochi intimi lì da lei? – – Ho composto un trio nuovo di zecca! –” ). Mozart lo vergò, riferendosi al Trio in Mi maggiore KV 542, in calce alla lettera inviata a Puchberg il 17 giugno 1788, l’argomento centrale della quale era la richiesta di mille o duemila fiorini da restituire entro uno o due anni. Il destinatario della missiva ne fece pervenire duecento.

Danilo Faravelli

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