| Il nostro Festival, con tutti coloro che istituzionalmente, economicamente e artisticamente lo sostengono, è ancora una volta lieto e fiero di poter unire il proprio entusiasmo, il proprio impegno e i propri sforzi a quelli profusi dalla Regione Emilia-Romagna e dalla Provincia e dal Comune di Bologna nel bandire, organizzare e portare ai suoi esiti spettacolari il Concorso Internazionale di Composizione "2 Agosto". Lo è per il significato civile dell'iniziativa, ormai giunta alla sua XIV edizione, e lo è per il valore culturale di un evento che, anno dopo anno, torna puntualmente ad affermare quanto determinante e significativo possa essere il contributo recato dall'intelligenza combinata con l'immaginazione e dalla volontà combinata con la fiducia nel futuro nell'anteporre i valori attivi della tolleranza, della pace e dell'amore per il nuovo all'ottusità della violenza e alla neghittosità critica del pregiudizio. Quest'ultimo tema del resto, riguardante il non sempre facile rapporto fra Tradizione e Innovazione, è anche la fondamentale linea-guida posta a disciplina del susseguirsi di contenuti musicali e teatrali di questo nostro XXI anno di proposte. E c'è da credere che non saranno pochi i membri del pubblico che, ripensando al programma di stasera, torneranno a casa con l'impressione di avere presenziato ad un concerto in cui difficilmente un più armonioso incontro-scontro fra Presente e Passato si sarebbe potuto offrire al loro ascolto.
Nel certame orchestrale di stasera, ad affrontarsi nel più pacifico dei duelli, senza alcuno spirito competitivo, ma con il solo desiderio di produrre amore per la conoscenza e attitudine a comprendere che il Vecchio non sarebbe tale senza contenere in sé embrioni di Nuovo e il Nuovo non avrebbe modo di sussistere senza succhiare linfa dal Vecchio, saranno i due fronti costituiti da una parte da tre giovani compositori nostri contemporanei e dall'altra da un giovane compositore che tale era più di duecento anni fa. I tre giovani musicisti nostri contemporanei sono rispettivamente Javier Farías, cileno, primo classificato al XIV Concorso Internazionale di Composizione "2 Agosto" con Canta la tierra, Francesco Antonioni, vincitore del "Premio Mozart" (istituito dal nostro Festival in seno al predetto Concorso e giunto alla sua terza annualità) con Ouverture machine, e Andrea Nosari, autore di Mädchens, opera strumentale commissionata dal nostro Festival e dall'Orchestra Filarmonica di Torino. Il giovane compositore che tale era più di duecento anni fa è, manco a dirlo, Wolfgang Amadeus Mozart, in questa occasione chiamato a difendere la causa della propria adolescenziale voglia di vivere e di cambiare il mondo con la Sinfonia in La maggiore KV 201/186a, data alla luce a Salisburgo agli inizi di aprile del 1774.
I pezzi di Farías e di Antonioni hanno in comune l'organico orchestrale di riferimento (vincolo materiale, ma anche motivo poetico prescritto dagli organizzatori del Concorso "2 Agosto") che prevede una grande formazione sinfonica integrata dalla presenza elettronica di un sintetizzatore e di suoni campionati. I brani di Antonioni e di Nosari hanno in comune il vincolo di un riferimento testuale all'opera di Mozart (il tradizionale e simpatico "atto di fede" - declinabile nei casi espressivi più estremi, dal nominativo dell'omaggio più devoto all'ablativo dell'irriverenza più corrosiva - "imposto" dal nostro Festival a chiunque si cimenti in novità musicali destinate al pubblico che ci segue). Canta la tierra è una partitura di grande ricchezza rapsodica che pone gli ascoltatori di fronte all'azzardo di far coesistere - talora in sovrapposizione, ma perlopiù in successione - tre diversi piani espressivi: la prosa epica di una grande orchestra trattata secondo criteri scopertamente cinematografici, la poesia solipsistica del sintetizzatore che, nel suo isolamento timbrico, si concede divagazioni di stile con sconfinamenti nel jazz, e la voce umana "campionata" a partire dal suono di massa di un pueblo in lotta per la vita, impegnato ora a rivendicare i propri diritti ora a cantilenare la propria infelicità. Più compatto ed univoco l'orientamento costruttivo posto alla base di Ouverture machine. Complice la "freddezza" fonica del sintetizzatore, il brano si affida ai presupposti "macchinistici" dell'arcinoto tema utilizzato da Mozart (e forse plagiato a Clementi) per l'Allegro del frontespizio orchestrale della Zauberflöte; ciò che ne risulta è un affresco in cui ampi segmenti di ritmo iterato danno luogo ad effetti di vago sapore minimalista quando non addirittura futurista. Mädchens, come recita il sottotitolo dello stesso Nosari, è una Piccola sinfonia per orchestra mozartiana su temi del "Flauto magico"; in pratica, un doppio omaggio al Salisburghese. Se le melodie provengono dalle atmosfere fiabesche dell'ultimo capolavoro di Mozart, il modo in cui vengono rivisitate (ovvero "tradite") si concede l'attenuante preventiva di averlo fatto attraverso l'ulteriore atto d'amore del ricorso ad una tavolozza timbrica dalla quale Mozart non avrebbe dissentito.
Chi, fra il pubblico, si trovasse a fantasticare sui sogni, sulle speranze e sulle ambizioni che possono avere guidato e sostenuto gli ingegni e le volontà di Farías, Antonioni e Nosari nel dar forma alle loro tre novità, difficilmente resisterebbe alla tentazione di trasporre di oltre due secoli in direzione del passato quella stesso tipo di attenzione. La giusta aspirazione a conquistare il mondo (ovvero, fuor di metafora, "ad impugnare la propria esistenza nel modo più piacevole e proficuo per sé e per chi si ama") è qualcosa che anche il diciottenne Mozart, a modo suo, provò. E, fra le composizioni che stanno a dimostrarlo (erano ormai tantissime quelle a cui aveva dato forma dagli anni della sua prodigiosa infanzia), un posto speciale spetta senz'altro alla Sinfonia in La maggiore KV 201/186a. Quanto essa suona seducente e stravagante ai nostri orecchi di posteri, tanto dovette apparire trasgressiva e persino un po' "sfacciata" a chi, fra i contemporanei di chi la compose, giudicava i frutti di quel repertorio con il metro riduttivo che poteva vigere nella Salisburgo di allora: una sinfonia doveva essere pura musica di intrattenimento, la cui discrezione di spessore e intensità sonora era tanto più apprezzata quanto più si mostrava capace di non interferire con il piacere degli ascoltanti di conversare tra loro, essendo la partitura in corso di esecuzione. Superfluo sottolineare che la Sinfonia KV 201/186a, lungi dall'essere tutto questo, è il suo esatto contrario: un fresco ed elegante turbine di sfrontatezza adolescenziale. C'è da stupirsi che Mozart, nel gennaio 1783, in piena crisi di rapporti con il padre (dal cui giogo di era finalmente liberato trasferendosi a Vienna e unendosi in matrimonio con Constanze Weber, senza avere ricevuto il consenso del genitore), chiedesse di poter riavere la partitura - ormai "vecchia" di dieci anni! - in vista di una sua possibile riesecuzione in una pubblica accademia? E che avanzasse tale richiesta unendola a quella di altre due sinfonie (in Si bemolle KV 182/173dA e in Sol minore KV183/173dB, entrambe del 1773) non meno "eversive" di quella in La maggiore del 1774? Ciò che Leopold Mozart pensava di questa produzione era stato da lui stesso scritto a chiare lettere in un messaggio inviato al figlio durante la sua avventura parigina del 1778: "Quello che non ti dà lustro è meglio che non si conosca. È per questo che non ho mai permesso che quelle tue sinfonie circolassero, ben sapendo che tu per primo, pur essendone orgoglioso allora quando le componesti, adesso, con il passare degli anni che ti ha fatto maturare e ti ha dotato del giusto discernimento, sei ben felice che nessuno ci abbia messo gli occhi sopra. Sai bene che, col trascorrere del tempo, si diventa sempre più esigenti."
Per la creatività umana non v'è tempo migliore della giovinezza, fase dell'esistenza che imprime al sangue la velocità dell'impazienza e il ribollire del coraggio. In questo senso poche attitudini umane sanno, al pari dell'attività artistica, trascendere l'inesorabilità del tempo e, con essa, l'avvicendarsi delle mode e i mutamenti di stili di vita. Per quanto le apparenze possano far credere il contrario (da una parte la frenesia della posta elettronica, dei cellulari che costringono a scambi verbali in ogni dove e ad ogni ora, la musica compitata in videoscrittura e "verificata" in tempo reale attraverso la voce irreale del computer… dall'altra la slow comunication dei carteggi affidati alle diligenze postali, dei pentagrammi riempiti a lume di candela con penne di corvo costantemente assetate di inchiostro ma capaci di berne soltanto a piccoli sorsi) c'è un alto grado di consanguineità fra l'entusiasmo di chi sceglie di votarsi alla musica nel Terzo Millennio e l'entusiasmo di chi scelse di fare lo stesso nel Secolo dei Lumi. In entrambi i casi il rischio che si accetta di correre è sempre lo stesso: cercare di migliorare il mondo facendo leva sul più astratto, proteiforme, volatile e inafferrabile degli strumenti di persuasione.
Danilo Faravelli
|