| Pensiamo alla Vienna di Mozart
come ad una città insaziabile di musica e cronologicamente
iscritta in un'epoca in cui un melodramma, un concerto o un
quartetto non poteva essere ascoltata in altro modo che dal
vivo. Ciò che si potrebbe immediatamente desumere da questa
coppia di dati è che, entro i confini di quello che allora
era il cuore dell'Impero, chiunque sapesse cantare in modo
passabile o sapesse fare uso di uno strumento in modo dignitoso
non avrebbe avuto difficoltà alcuna a garantirsi continuative
occasioni di guadagno. E invece non è così. Nella capitale
asburgica degli ultimi decenni del XVIII secolo il numero
degli abitanti ammontava a poco meno di trecentomila anime
e i pianisti professionisti erano più o meno trecento. Trecentomila
diviso trecento, uguale mille. In teoria, mille potenziali
ascoltatori a testa, e perdipiù in continua "crisi di astinenza",
rappresenterebbero anche oggi una golosissima prospettiva
di lucrare sull'arte dei suoni, ma, purtroppo, la Vienna di
Mozart non poteva essere diversa da tutti gli altri agglomerati
urbani piccoli e grandi di quel tempo. Se si considera che,
lì non meno che a Londra, a Parigi, a Milano e a Madrid, il
tasso di analfabetismo era altissimo e, di conseguenza, l'ansia
di partecipazione ai banchetti del nutrimento estetico agitava
l'animo di un numero esiguo di individui, si fa presto a concludere
che, allora non meno di ora, la concorrenza fra soggetti abilitati
dal loro talento all'esercizio della propria arte dovesse
essere davvero spietata. Non a caso la vita interiore di Mozart
dovette vedersela, per tutti i trentasei anni del suo perdurare,
con ripetuti soprassalti di invidia e di gelosia. Le "grane"
professionali con cui dovette spessissimo fare i conti avevano
come denominatore comune una definizione antropologico-geoculturale,
non di rado tradottasi, nella sua mente, in vera e propria
ossessione: gli italiani. Allora, musicalmente parlando, gli
italiani erano gli assi pigliatutto laddove si sentisse l'odore
di un po' di denaro e di gloria (talvolta montagne di denaro
e di gloria) su cui buttarsi e battersi, il più delle volte
senza porsi troppi problemi di lealtà. Il più volte rievocato
incontro-scontro fra Mozart e Muzio Clementi (1752-1832),
avvenuto a Vienna il 24 dicembre 1781, fa parte a pieno titolo
degli eventi riconducibili all'aura culturale appena descritta.
Fu un cimento gladiatorio sollecitato dal Kaiser in persona
per fini essenzialmente diplomatici. In quei giorni era di
passaggio a corte il Granduca Paolo, futuro successore al
trono di "tutte le Russie" di Caterina II, e la Granduchessa
Maria Feodorovna sua consorte, un'appassionata pianista dilettante
che, in patria, s'era scelta per maestro la massima celebrità
musicale del momento: Giovanni Paisiello (1740-1816). Non
si ha alcuna definitiva certezza sull'esito del confronto:
se si sia risolto salomonicamente con un verdetto di parità,
se il compenso pagato all'uno abbia corrisposto esattamente
al compenso pagato all'altro; né è giunto fino a noi il programma
dettagliato dei pezzi eseguiti. Clementi avrebbe precisato
il contenuto della propria esibizione molti anni più tardi,
quando aveva già preso corpo il sospetto che quella titanomachia
fosse stata occasione di un clamoroso caso di plagio. Se infatti
si deve credere all'italiano che, in una dichiarazione postuma,
affermò d'essersi misurato in quella circostanza con la propria
Sonata in Si bemolle op. 24, n. 2 e con la Toccata in Si bemolle
op. 11, è plausibilissimo che Mozart, dieci anni dopo la gara
pianistica, nel 1791, avesse fatto ricorso alla reminiscenza
inconscia (inconscia?) di una testa di tema (quella del primo
movimento della Sonata) per dare forma al cuore melodico dell'Ouverture
di Die Zauberflöte. Tra i brani mozartiani proposti all'ascolto
questa sera, solo uno non potrebbe rivendicare uno stretto
legame con il confronto tastieristico del 24 dicembre 1781.
È la Marche funèbre del Sig. Maestro Contrapunto KV 453a,
composta tre anni dopo il fatidico evento. Riguardo ai due
restanti, il Preludio KV 284a e le Variazioni KV 265/300e,
rispettivamente risalenti al 1777 e al 1778, è impossibile
escludere che siano altra musica rispetto a quella che il
loro autore sottende nella frase "ich praeludierte auch und
spiellte variazionen" contenuta nella lettera al padre che
dedica spazio ad un breve resoconto della "aspra contesa".
A questo proposito, forse meglio di qualsiasi ulteriore precisazione
storico-critica, potrebbero essere le parole dei diretti interessati
ad aprirci qualche piccolo spiraglio attraverso cui cercare
di ricostruire una porzione di passato per noi tanto misteriosa
quanto avvincente. Dalla lettera di Mozart al padre datata
22-26 dicembre 1781, da Vienna: "Intanto - questo ve lo voglio
proprio dire - l'altro giorno a tavola l'Imperatore mi fece
un bel po' lodi, accompagnate dalle parole < C'est un talent,
dècidè! >. E ancora voglio dirvi che, l'altrioeri, il 24 dicembre,
ho suonato a corte. C'è un altro pianista, un italiano di
nome Clementi, che è arrivato fin qui. È stato invitato a
corte anche lui. Ieri mi sono stati inviati cinquanta ducati
per aver suonato e devo ammettere che in quel momento ne avevo
un gran bisogno." Dalla lettera di Mozart al padre datata
12 gennaio 1782, da Vienna: "Clementi suona bene, ma specialmente
per quel che riguarda la mano destra. La sua maggiore abilità
consiste nei passaggi per terze; tolto questo, però, vale
meno di un kreutzer quanto a gusto e a sentimento. In due
parole, non è che un puro tecnico, un puro e semplice manovale
della tastiera [letteralmente: ein blosser Mechanikus]". Dalla
lettera di Mozart al padre datata 16 gennaio 1782, da Vienna:
"Dopo esserci scambiati i complimenti del caso, L'Imperatore
stabilì che dovesse essere Clementi ad incominciare. < La
santa chiesa Catholica > disse, visto che Clementi è romano.
Questi improvvisò e poi eseguì una sonata. Dopodiché l'Imperatore
si rivolse a me: < Allons, avanti > . Io preludiai un po'
e poi suonai delle variazioni. La Granduchessa ci mise sotto
gli occhi alcune sonate di Paisiello (sciaguratamente copiate
da lui stesso in modo pietoso) e io ne dovetti eseguire gli
Allegro. A Clementi toccarono gli Andante e i Rondò. Scelto
un tema da quelle sonate, lo elaborammo per due pianoforti.
La cosa buffa è che, sebbene disponessimo del pianoforte della
contessa Thun prestato per l'occasione, io mi ci esibii soltanto
nei pezzi a solo, come deciso dall'Imperatore; e l'altro,
oltre ad essere scordato, aveva tre tasti bloccati. < Non
fa niente > disse l'Imperatore. Io presi la cosa con filosofia
e cioè che l'Imperatore, ben sapendo quanto siano grandi la
mia abilità e la mia sapienza in campo musicale, si volle
concentrare sulle qualità del forestiero. Ma so da fonte più
che sicura che gli piacqui moltissimo." Dalla lettera di Mozart
al padre datata 7 giugno 1783, da Vienna: "Facendo l'ipotesi
che seste e ottave si possano suonare a velocità vertiginosa
(cosa di cui nessuno è capace, nemmeno Clementi) quel che
ne sortisce è un effetto terribilmente confuso e nient'altro.
Clementi è un ciarlattano come tutti gli italiani. Intesta
un movimento di sonata con l'indicazione Presto quando non
addirittura Prestissimo oppure Alla breve, e poi è lui per
primo a suonarlo come se si trattasse di un normalissimo Allegro
in quattro tempi. Posso dirlo con cognizione di causa, giacchè
io stesso l'ho sentito fare così. Quel che gli riesce davvero
bene sono i passaggi per terze; quand'era a Londra ci ha sudato
sopra notte e giorno. Ma, a parte questo, non sa fare nulla,
proprio nulla: non ha la minima espressione e il minimo gusto,
e ancor più difetta di sentimento." Da un profilo biografico
su Muzio Clementi apparso nel 1820 sul periodico londinese
Quarterly Musical Magazine: "A Vienna egli conobbe Haydn,
Mozart e tutti i musicisti famosi che si trovavano in quella
capitale. L'Imperatore Giuseppe II, che era un grande appassionato
di musica, lo invitò nel suo palazzo dove, alla fine dell'anno
1781, ebbe l'onore di suonare in alternanza con Mozart davanti
all'Imperatore stesso e al Granduca Paolo di Russia e relativa
consorte." Da una conversazione con Muzio Clementi avuta nel
1806 da Ludwig Berger e da questi trasfusa in stralcio nel
saggio Nota critica a proposito di un giudizio di Mozart su
Muzio Clementi apparso nel 1829 sul decimo fascicolo della
rivista Caecilia: "Solo pochi giorni dopo il mio arrivo a
Vienna ricevetti dall'Imperatore un invito ad esibirmi per
lui al pianoforte. Appena entrato nella sala adibita alla
musica, mi imbattei in un uomo la cui eleganza mi fece immediatamente
pensare ad un ciambellano di corte. Ma non appena si cominciò
a conversare, costui si mostrò subito pronto a trattare con
cognizione di causa di questioni musicali. Così, non esitando
un istante a riconoscerci come colleghi in arte - ovvero Mozart
e Clementi - e ci scambiammo i più calorosi saluti." Dalla
stessa fonte precedente: "Fino ad allora [ovvero: prima di
avere ascoltato Mozart] non avevo mai sentito suonare con
pari fantasia e grazia. A colpirmi in modo particolare fu
un Adagio e alcune sue estemporanee variazioni. L'Imperatore
stesso aveva scelto un tema e a noi ero toccato improvvisare
delle variazioni su tale tema accompagnandoci a vicenda."
Dalla stessa fonte precedente: "Quando chiesi a Clementi se,
a quel tempo [ovvero: allorchè gareggiò con Mozart], il suo
stile interpretativo al pianoforte fosse simile a quello attuale
[ovvero: a quello del 1806], egli mi rispose , aggiungendo
che, in quel primo periodo della sua carriera, a dargli soddisfazione
erano soprattutto le esecuzioni vivaci, rivelatrici di abilità
tecnica specie nelle cadenze improvvisate e in quei passaggi
a note doppie inusuali prima che fosse lui a fregiarsene.
Fu soltanto più tardi che adottò uno stile di esecuzione più
melodico e nobile." Ciò che fa riflettere, in questo scontro
fra un ciambellano e un mechanikus che mai avrebbero potuto
figurarsi che quel loro cozzo armonico potesse finire per
assumere dimensioni epocali, è la capacità del destino di
giocare con i propri pupazzetti, vale a dire tutti noi. La
ruota della fortuna gira, gira, gira senza posa e il livore
di Mozart vivente non si spiegherebbe se a renderlo allora
incrollabile non fosse stata, fra l'altro, la pasciuta bonomia
di un avversario, Clementi, disinteressato alla malevolenza
perché già salutato dal favore del successo. Ma la ruota della
fortuna gira, gira, gira senza posa, appunto; e se il Mozart
che vive nella nostra memoria ha smesso da tempo di vestire
i panni del ciambellano, la prosa virtuosistica di Clementi
s'è ormai arresa alla constatazione di non saper più celare
i propri artifici mechanici. E fatica a scaldarci il cuore.
Danilo Faravelli
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