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Venerdì, 3 ottobre 2008 (h. 17)
Ala, Palazzo de Pizzini
Stefania Neonato

Pensiamo alla Vienna di Mozart come ad una città insaziabile di musica e cronologicamente iscritta in un'epoca in cui un melodramma, un concerto o un quartetto non poteva essere ascoltata in altro modo che dal vivo. Ciò che si potrebbe immediatamente desumere da questa coppia di dati è che, entro i confini di quello che allora era il cuore dell'Impero, chiunque sapesse cantare in modo passabile o sapesse fare uso di uno strumento in modo dignitoso non avrebbe avuto difficoltà alcuna a garantirsi continuative occasioni di guadagno. E invece non è così. Nella capitale asburgica degli ultimi decenni del XVIII secolo il numero degli abitanti ammontava a poco meno di trecentomila anime e i pianisti professionisti erano più o meno trecento. Trecentomila diviso trecento, uguale mille. In teoria, mille potenziali ascoltatori a testa, e perdipiù in continua "crisi di astinenza", rappresenterebbero anche oggi una golosissima prospettiva di lucrare sull'arte dei suoni, ma, purtroppo, la Vienna di Mozart non poteva essere diversa da tutti gli altri agglomerati urbani piccoli e grandi di quel tempo. Se si considera che, lì non meno che a Londra, a Parigi, a Milano e a Madrid, il tasso di analfabetismo era altissimo e, di conseguenza, l'ansia di partecipazione ai banchetti del nutrimento estetico agitava l'animo di un numero esiguo di individui, si fa presto a concludere che, allora non meno di ora, la concorrenza fra soggetti abilitati dal loro talento all'esercizio della propria arte dovesse essere davvero spietata. Non a caso la vita interiore di Mozart dovette vedersela, per tutti i trentasei anni del suo perdurare, con ripetuti soprassalti di invidia e di gelosia. Le "grane" professionali con cui dovette spessissimo fare i conti avevano come denominatore comune una definizione antropologico-geoculturale, non di rado tradottasi, nella sua mente, in vera e propria ossessione: gli italiani. Allora, musicalmente parlando, gli italiani erano gli assi pigliatutto laddove si sentisse l'odore di un po' di denaro e di gloria (talvolta montagne di denaro e di gloria) su cui buttarsi e battersi, il più delle volte senza porsi troppi problemi di lealtà. Il più volte rievocato incontro-scontro fra Mozart e Muzio Clementi (1752-1832), avvenuto a Vienna il 24 dicembre 1781, fa parte a pieno titolo degli eventi riconducibili all'aura culturale appena descritta. Fu un cimento gladiatorio sollecitato dal Kaiser in persona per fini essenzialmente diplomatici. In quei giorni era di passaggio a corte il Granduca Paolo, futuro successore al trono di "tutte le Russie" di Caterina II, e la Granduchessa Maria Feodorovna sua consorte, un'appassionata pianista dilettante che, in patria, s'era scelta per maestro la massima celebrità musicale del momento: Giovanni Paisiello (1740-1816). Non si ha alcuna definitiva certezza sull'esito del confronto: se si sia risolto salomonicamente con un verdetto di parità, se il compenso pagato all'uno abbia corrisposto esattamente al compenso pagato all'altro; né è giunto fino a noi il programma dettagliato dei pezzi eseguiti. Clementi avrebbe precisato il contenuto della propria esibizione molti anni più tardi, quando aveva già preso corpo il sospetto che quella titanomachia fosse stata occasione di un clamoroso caso di plagio. Se infatti si deve credere all'italiano che, in una dichiarazione postuma, affermò d'essersi misurato in quella circostanza con la propria Sonata in Si bemolle op. 24, n. 2 e con la Toccata in Si bemolle op. 11, è plausibilissimo che Mozart, dieci anni dopo la gara pianistica, nel 1791, avesse fatto ricorso alla reminiscenza inconscia (inconscia?) di una testa di tema (quella del primo movimento della Sonata) per dare forma al cuore melodico dell'Ouverture di Die Zauberflöte. Tra i brani mozartiani proposti all'ascolto questa sera, solo uno non potrebbe rivendicare uno stretto legame con il confronto tastieristico del 24 dicembre 1781. È la Marche funèbre del Sig. Maestro Contrapunto KV 453a, composta tre anni dopo il fatidico evento. Riguardo ai due restanti, il Preludio KV 284a e le Variazioni KV 265/300e, rispettivamente risalenti al 1777 e al 1778, è impossibile escludere che siano altra musica rispetto a quella che il loro autore sottende nella frase "ich praeludierte auch und spiellte variazionen" contenuta nella lettera al padre che dedica spazio ad un breve resoconto della "aspra contesa". A questo proposito, forse meglio di qualsiasi ulteriore precisazione storico-critica, potrebbero essere le parole dei diretti interessati ad aprirci qualche piccolo spiraglio attraverso cui cercare di ricostruire una porzione di passato per noi tanto misteriosa quanto avvincente. Dalla lettera di Mozart al padre datata 22-26 dicembre 1781, da Vienna: "Intanto - questo ve lo voglio proprio dire - l'altro giorno a tavola l'Imperatore mi fece un bel po' lodi, accompagnate dalle parole < C'est un talent, dècidè! >. E ancora voglio dirvi che, l'altrioeri, il 24 dicembre, ho suonato a corte. C'è un altro pianista, un italiano di nome Clementi, che è arrivato fin qui. È stato invitato a corte anche lui. Ieri mi sono stati inviati cinquanta ducati per aver suonato e devo ammettere che in quel momento ne avevo un gran bisogno." Dalla lettera di Mozart al padre datata 12 gennaio 1782, da Vienna: "Clementi suona bene, ma specialmente per quel che riguarda la mano destra. La sua maggiore abilità consiste nei passaggi per terze; tolto questo, però, vale meno di un kreutzer quanto a gusto e a sentimento. In due parole, non è che un puro tecnico, un puro e semplice manovale della tastiera [letteralmente: ein blosser Mechanikus]". Dalla lettera di Mozart al padre datata 16 gennaio 1782, da Vienna: "Dopo esserci scambiati i complimenti del caso, L'Imperatore stabilì che dovesse essere Clementi ad incominciare. < La santa chiesa Catholica > disse, visto che Clementi è romano. Questi improvvisò e poi eseguì una sonata. Dopodiché l'Imperatore si rivolse a me: < Allons, avanti > . Io preludiai un po' e poi suonai delle variazioni. La Granduchessa ci mise sotto gli occhi alcune sonate di Paisiello (sciaguratamente copiate da lui stesso in modo pietoso) e io ne dovetti eseguire gli Allegro. A Clementi toccarono gli Andante e i Rondò. Scelto un tema da quelle sonate, lo elaborammo per due pianoforti. La cosa buffa è che, sebbene disponessimo del pianoforte della contessa Thun prestato per l'occasione, io mi ci esibii soltanto nei pezzi a solo, come deciso dall'Imperatore; e l'altro, oltre ad essere scordato, aveva tre tasti bloccati. < Non fa niente > disse l'Imperatore. Io presi la cosa con filosofia e cioè che l'Imperatore, ben sapendo quanto siano grandi la mia abilità e la mia sapienza in campo musicale, si volle concentrare sulle qualità del forestiero. Ma so da fonte più che sicura che gli piacqui moltissimo." Dalla lettera di Mozart al padre datata 7 giugno 1783, da Vienna: "Facendo l'ipotesi che seste e ottave si possano suonare a velocità vertiginosa (cosa di cui nessuno è capace, nemmeno Clementi) quel che ne sortisce è un effetto terribilmente confuso e nient'altro. Clementi è un ciarlattano come tutti gli italiani. Intesta un movimento di sonata con l'indicazione Presto quando non addirittura Prestissimo oppure Alla breve, e poi è lui per primo a suonarlo come se si trattasse di un normalissimo Allegro in quattro tempi. Posso dirlo con cognizione di causa, giacchè io stesso l'ho sentito fare così. Quel che gli riesce davvero bene sono i passaggi per terze; quand'era a Londra ci ha sudato sopra notte e giorno. Ma, a parte questo, non sa fare nulla, proprio nulla: non ha la minima espressione e il minimo gusto, e ancor più difetta di sentimento." Da un profilo biografico su Muzio Clementi apparso nel 1820 sul periodico londinese Quarterly Musical Magazine: "A Vienna egli conobbe Haydn, Mozart e tutti i musicisti famosi che si trovavano in quella capitale. L'Imperatore Giuseppe II, che era un grande appassionato di musica, lo invitò nel suo palazzo dove, alla fine dell'anno 1781, ebbe l'onore di suonare in alternanza con Mozart davanti all'Imperatore stesso e al Granduca Paolo di Russia e relativa consorte." Da una conversazione con Muzio Clementi avuta nel 1806 da Ludwig Berger e da questi trasfusa in stralcio nel saggio Nota critica a proposito di un giudizio di Mozart su Muzio Clementi apparso nel 1829 sul decimo fascicolo della rivista Caecilia: "Solo pochi giorni dopo il mio arrivo a Vienna ricevetti dall'Imperatore un invito ad esibirmi per lui al pianoforte. Appena entrato nella sala adibita alla musica, mi imbattei in un uomo la cui eleganza mi fece immediatamente pensare ad un ciambellano di corte. Ma non appena si cominciò a conversare, costui si mostrò subito pronto a trattare con cognizione di causa di questioni musicali. Così, non esitando un istante a riconoscerci come colleghi in arte - ovvero Mozart e Clementi - e ci scambiammo i più calorosi saluti." Dalla stessa fonte precedente: "Fino ad allora [ovvero: prima di avere ascoltato Mozart] non avevo mai sentito suonare con pari fantasia e grazia. A colpirmi in modo particolare fu un Adagio e alcune sue estemporanee variazioni. L'Imperatore stesso aveva scelto un tema e a noi ero toccato improvvisare delle variazioni su tale tema accompagnandoci a vicenda." Dalla stessa fonte precedente: "Quando chiesi a Clementi se, a quel tempo [ovvero: allorchè gareggiò con Mozart], il suo stile interpretativo al pianoforte fosse simile a quello attuale [ovvero: a quello del 1806], egli mi rispose , aggiungendo che, in quel primo periodo della sua carriera, a dargli soddisfazione erano soprattutto le esecuzioni vivaci, rivelatrici di abilità tecnica specie nelle cadenze improvvisate e in quei passaggi a note doppie inusuali prima che fosse lui a fregiarsene. Fu soltanto più tardi che adottò uno stile di esecuzione più melodico e nobile." Ciò che fa riflettere, in questo scontro fra un ciambellano e un mechanikus che mai avrebbero potuto figurarsi che quel loro cozzo armonico potesse finire per assumere dimensioni epocali, è la capacità del destino di giocare con i propri pupazzetti, vale a dire tutti noi. La ruota della fortuna gira, gira, gira senza posa e il livore di Mozart vivente non si spiegherebbe se a renderlo allora incrollabile non fosse stata, fra l'altro, la pasciuta bonomia di un avversario, Clementi, disinteressato alla malevolenza perché già salutato dal favore del successo. Ma la ruota della fortuna gira, gira, gira senza posa, appunto; e se il Mozart che vive nella nostra memoria ha smesso da tempo di vestire i panni del ciambellano, la prosa virtuosistica di Clementi s'è ormai arresa alla constatazione di non saper più celare i propri artifici mechanici. E fatica a scaldarci il cuore.

Danilo Faravelli

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