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Domenica, 28 settembre 2008 (h. 20.30)
Borgo Sacco, Chiesa Parrocchiale
Bozen Baroque Ensemble

Occuparsi per un'intera serata di Leopold Mozart (1719-1787) in un festival dedicato a suo figlio è qualcosa di più dell'omaggio dovuto a chi incarnò il necessario presupposto genetico e spirituale dell'apparizione sulla terra di Wolfgang Amadeus e dell'immenso potenziale di godimento estetico di cui, suo tramite, siamo stati resi eredi per l'eternità. È anche, più in generale, un atto dovuto alla nostra cultura e all'intimo bisogno che essa persistentemente avverte di essere alleggerita dal gravame di pregiudizi fuorvianti e di oziosi meccanismi mentali da cui si sente spesso oppressa. La nostra visione del mondo, per il ruolo sacrale che tradizionalmente assegna alla facoltà del creare (quasi che il soggetto creativo possa sentirsi, più degli altri mortali, nato ad immagine e somiglianza del Creatore) e per il valore stabile che riconosce all'idea di famiglia nello storico divenire del "contratto sociale", è sensibilissima al tema della trasmissione per via parentale del bene del talento artistico. Lo è nell'attaccamento al concetto che si condensa nella metafora "figlio d'arte" e lo è nell'atteggiamento sospettoso che riserva agli innumerevoli casi di "passaggio di testimone" tra genitore e progenie di cui è costellato lo star system che oggi, sui fronti della musica, del cinema e della televisione, muove montagne di denaro. Quello di Leopold Mozart è il caso di un uomo che, avendo lavorato meticolosamente per sfruttare al meglio le doti di un figlio che gli si presentava come l'erede ideale del proprio mestiere di musicista, riuscì in modo eccellente nell'impresa progettata, ma, nel contempo, predispose per sé, suo malgrado, la futura immagine di un artista mediocre del tutto incapace dei voli di fantasia e delle impennate di genio del frutto del suo seme. Nella determinazione del valore estetico, dovrebbe essere usato con moderazione il metodo comparativo che pone a confronto le qualità di un artista con quelle di un altro per ottenere comodi effetti di chiaroscuro, ma tant'è. La nostra pigrizia critica, di fronte alla fatica di indagare sulle ragioni che stanno alla base della originalità, inimitabilità, irripetibilità di un individuo, preferisce il più delle volte accontentarsi di scappatoie del tipo "la grandezza di Tizio sta nell'avere superato i limiti di Sempronio, stop"; col risultato che un artista e un pensatore saranno per noi tanto più grandi quanto più parranno in piena sintonia con il nostro modo di intendere la bellezza e l'intelligenza; col risultato che ogni discorso sulla profondità di Giacomo Leopardi sarà tanto più convincente se, a ripulirlo dalle inevitabili cadute di consistenza, provvederà il confronto ingiurioso con la retriva inerzia erudita di "quel reazionario matricolato" di suo padre, il conte Monaldo. Leopold Mozart non fu soltanto il padre ora adorato e ora detestato dal grande Amadeus. Non fu soltanto il mangiafuoco in doppiopetto che seppe sfruttare a proprio vantaggio l'eccezionalità del burattino da lui stesso creato, né fu soltanto il genitore lucidissimo che, lungi dal lasciarsi accecare dal miracolo che gli era caduto dal Cielo, seppe amorevolmente interpretare l'esatta entità del tesoro di potenzialità racchiuso nel proprio virgulto. Fu tutto questo, senza dubbio; ma fu anche un soggetto capace di rendersi degno dell'attenzione dei posteri indipendentemente dal fatto di essere stato padre di qualcuno. Ogni buon conoscitore dell'iconografia mozartiana trarrebbe vantaggiosi motivi di riflessione dal confronto minuzioso di due dei più celebri dipinti in cui il volto del "nostro uomo" risulta oggi preservato dall'oblio. Uno è il ritratto attribuito a Pietro Lorenzoni, più o meno risalente al 1765, in cui Leopold Mozart, con sguardo freddo ed elegante postura aristocratica, tiene la mano destra in posizione di riposo sul bordo superiore un volume utilizzato verticalmente come improvvisato piano d'appoggio; la generale impressione che se ne ricava è quella di un intellettuale pago di sé (il volume usato come piano d'appoggio potrebbe essere una copia ben rilegata della sua Scuola di violino data alle stampe nel 1756), sicuro delle proprie competenze e talmente avvezzo a trattare con libri e materiale a stampa da abbassarne la funzione, all'occorrenza, al rango di oggetti destinati a puro e semplice uso pratico. L'altro è il gruppo di famiglia realizzato nel 1780/'81 da Johann Nepomuk della Croce. Leopold Mozart vi compare, ormai segnato dall'età, in compagnia dei suoi due gioielli, i due figli professionalmente allevati a sua immagine e somiglianza. Occupa la parte destra dello spazio pittorico, stando appoggiato con l'avambraccio destro sul coperchio chiuso della cassa armonica del fortepiano alla cui tastiera siedono Nannerl e Wolfgang, impegnati in un'esecuzione a quattro mani. La mamma, morta a Parigi un paio d'anni prima, provvede a non far mancare una propria azione di controllo dall'alto di un "metaritratto", un ovale che, incorniciandone il volto, sta appeso sulla parete di fondo della scena dipinta. Leopold, mentre tarpa e zittisce con tutto se stesso l'esecuzione dei due pargoli ormai fattisi adulti, fa bella mostra dello scettro della propria autorità musicale - il violino - dal palcoscenico della chiusa cassa armonica del fortepiano. Durante la proposta d'ascolto di stasera, sarà senz'altro più opportuno identificare l'autore dell'oratorium musicum con il primo dei due Leopold fin qui descritti, quello attribuito al pennello di Lorenzoni. A comporre Der Mensch, ein Gottesmörder nel 1753 non fu infatti il padre dell' enfant prodige (che peraltro sarebbe nato tre anni più tardi), bensì un valente violinista le cui aspirazioni artistiche e intellettuali non erano state spente dalla presumibile ripetitività del servizio musicale che prestava presso la corte arcivescovile di Salisburgo. A dispetto di quanto si potrebbe dedurre dal contenuto palesemente controriformista del titolo dell'epopea teologica (L'uomo, un deicida) e dal sommario progetto di edificazione morale declinato dalla terna dei suoi personaggi - Intelletto, Coscienza e Uomo - la partitura dell'oratorio lascia ampiamente trasparire la natura inquieta e riccamente contraddittoria della mente che le diede forma. L'apparente incongruenza tra il piano letterario e il piano musicale di alcune delle arie non deve far pensare ad un'opera portata a termine frettolosamente o malriuscita. Un pezzo come l'ultimo a solo della figura di Mensch, che si fonda sul cruciale interrogativo filosofico "Che cosa è mai l'uomo?" cui viene data la risposta senza attenuanti "È un bicchiere che cade e facilmente si frantuma.", appare risolto con una grazia rococò che si direbbe lontana anni luce dall'ombra tragica del memento mori sotteso ai due segmenti verbali appena menzionati. E che pensare del tono gaia impaginazione strumentale scelto per la perorazione di Mensch nell'aria n. 4 "Himmel, scheinest du zu schlaffen, elle doch die Sünd zu strafen!" ovvero: "Cielo, mi sembra che tu dorma. È il momento di punire i peccati!")? Leopold Mozart era un uomo di formazione intellettuale più che apprezzabile. Aveva compiuto brillantemente gli studi ginnasiali e intrapreso quelli universitari di filosofia e di giurisprudenza, trovandosi poi però a doverli interrompere perché espulso per negligenza e cattiva condotta. Era un'intelligenza viva e curiosa, incline ad aggiornarsi, aperta alla modernità e tutt'altro che sorda alle tematiche innovative dell'Illuminismo. Per quanto oggi lo si possa giudicare conservatore e bigotto in riferimento ad alcuni passi di sue lettere inviate al figlio, quando questi cercava di "farsi una posizione" come libero artista a Vienna (e inclinava perciò a compiere scelte avventate che scatenavano l'inflessibilità dell'apprensivo genitore), non aveva mancato di assumere posizioni vivacemente polemiche nei confronti dell'autorità ecclesiastica. Anticlericale in gioventù, dal momento in cui divenne membro dell'orchestra arcivescovile di Salisburgo imparò a chinare il capo come dipendente della corte che gli dava di che vivere, ma negli ultimi anni della sua non breve esistenza si mostrò sensibile ai principi della massoneria fino ad entrare a farne parte. Der Mensch, ein Gottesmörder è una partitura che parla in modo eloquente della complessa interiorità del suo autore. A fronte di un libretto la cui confessionale scelta di campo non lascia dubbi (a dargli forma aveva provveduto Ignaz Anton Weiser, un concittadino di Leopold Mozart nato ad Augsburg nel 1701 e anch'egli emigrato a Salisburgo, città di cui divenne borgomastro nel 1772 e nella quale morì nel 1785), l'elaborazione della musica rivela interessanti tensioni centrifughe rispetto all'obiettivo chiesastico che, in senso strettamente logico, avrebbe dovuto perseguire. Viene da pensare che questo Mensch del "non ancora padre del grande Amadeus" aspirasse ad essere doppiamente un Gottesmörder: nel modo immaginato dai versi di Weiser e negli orientamenti stilistico-formali della veste musicale data alle parole, una veste intrisa di polvere di teatro più che di profumo d'incenso e ornata di frivolezza concertante più che di cristiana contrizione.

Danilo Faravelli

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