| “Cosa sottile in canto
poco muda: / Agli amorosi versi par che sia / Musica di servir
solo tegnuda”. Con questi tre endecasillabi posti a
conclusione di un sonetto indirizzato ad un concittadino che
avrebbe voluto far mettere in musica certe sue poesie di contenuto
filosofico, Franco Sacchetti, il più celebre “paroliere”
del XIV secolo, pose le basi di una convinzione destinata
a mutevole fortuna: smentita in pieno Rinascimento dalla cultura
madrigalistica, tornò infatti a pretendere inconfutabilità
nei secoli del melodramma trionfante. Chi, soffermandosi sulla
qualità letteraria della stragrande maggioranza dei
libretti operistici, non pensa con il sorriso sulla bocca
al pattume retorico, alla rozzezza grammaticale e alla tronfia
inconsistenza delle centinaia e centinaia di copioni macinate
da compositori del calibro di Händel, Rossini e Verdi
per la gioia delle loro deliranti platee? Le risapute eccezioni
di alcune penne felici – i soliti Metastasio e Da Ponte
– non fanno che confermare la disarmante comicità
involontaria della pletora di testi drammatici che, nelle
intenzioni dei loro autori, avrebbero voluto fungere da base
poetico-teatrale a messe in scena di lavori seri o tragici.
Questo, fino a gran parte del XIX secolo e soprattutto entro
quegli stessi confini culturali – quelli della produzione
di musica vocale in lingua italiana – che nel Cinquecento
avevano miracolosamente inondato il nascente mercato dell’editoria
musicale di sublimi ed esemplari matrimoni estetici: poeti
della grandezza di Petrarca, Guarini, Tasso e Marino ingravidati
di soavi armonie e di raffinati contrappunti da maestri come
Marenzio, de Rore, Gesualdo e Monteverdi. Nel XX secolo, sulla
scorta della straordinaria azione di bonifica svolta dal Lied
tedesco sul fronte delle relazioni storiche fra poesia e musica,
la situazione cambiò radicalmente. L’attenzione
del compositore alla scelta dei versi, si trattasse di testi
drammatici o di pagine di poesia lirica, assurse al rango
di preoccupazione primaria, facente parte a pieno titolo delle
fasi fondamentali, spesso sofferte, della progettazione di
un lavoro per il palcoscenico o per la sala da concerto.
Les illuminations op.18, ciclo di brani per canto e orchestra
del 1938 su poesie in prosa del 1886, è un esempio
eloquente di quanto un maestro indiscusso della scrittura
vocale come Benjamin Britten (1913-1976) abbia potuto cavalcare,
con destrezza, originalità e generosità di suggestioni
per l’ascoltatore, quell’indomabile puledro dell’invenzione
poetica che fu Arthur Rimbaud (1854-1892). Se infatti Les
illuminations già come unicum letterario costituisce
un problema in sé, possiamo ben figurarci quale cruccio
possa rappresentare agli occhi di chi osi avventurarsi in
una intonazione dei suoi sfuggenti contenuti, racchiusi in
immaginifiche prose animate dall’aspirazione a fare
della propria studiata estemporaneità un veicolo di
suoni riconducibili in senso stretto all’universo della
musica. Ma Britten era attratto da questo genere di sfide
(si pensi all’ardua impresa da cui uscì vittorioso
nel 1954, allorché mise mano a Il giro di vite di Henry
James per trarne quel torbido e fascinoso “melodramma
da camera” che sta fra le vette del teatro musicale
del Novecento). Così, il suo modo sicuro di tenere
alla briglia lo scalpitante anticonformismo di Rimbaud potrà
essere colto ed apprezzato fin dal primo attacco vocale, laddove
la perentorietà di un’affermazione estratta dalla
quarta delle Illuminations (“J’ai seul la clef
de cette parade sauvage”, ovvero: “Solo io posseggo
la chiave di questo selvaggio corteo”) ha il potere
di premettere che, dalla prima all’ultima misura della
partitura, l’Arte dei Suoni non vivrà alcun complesso
di inferiorità nei confronti dell’Arte della
Parola. Rispetto all’utopia di Rimbaud di liberare l’unità
verbale dal giogo dei propri obblighi semantici, c’è
infatti un provocatorio ritorno ai livelli più ordinari
del “dire” in quel “J’ai seul la clef
de cette parade sauvage” usato con funzione esplicativa,
inglobato, in zona di coda, nella più curiosa e paradossale
Fanfare che mai sia uscita da penna di compositore (trattasi
infatti di una “non-fanfara”, visto che gli ottoni
cedono parodisticamente agli archi il piacere loro specifico
di motteggiare a squilli, con funzione più segnaletica
che musicale) e riproposto a mo’ di refrain in altri
due momenti significativi della partitura: a conclusione del
sesto numero, Interlude, e alla fine dell’ottavo numero,
corrispondente all’intonazione di Parade, testo di provenienza
del frammento menzionato.
Un ritorno alla normale amministrazione dei rapporti tra parola
e musica, a tutto vantaggio per il secondo dei due linguaggi
d’arte trattandosi di teatro settecentesco, si avrà
con Der Schauspieldirektor KV 486, annunciato per la seconda
parte dell’odierna serata. Composto agli inizi del 1786,
mentre era già in fase di avanzata lavorazione Le nozze
di Figaro, questo Singspiel in un atto su testo di Gottlieb
Stephanie junior (1741-1800), in mezzo a tante chiacchiere
più o meno credibili su storie di invidie, dispetti,
mobbing ante litteram e pozioni venefiche ad azione lenta,
potrebbe essere indicato come l’unica vera prova inconfutabile
dell’antagonismo fra Mozart e Salieri. In virtù
del loro riconosciuto talento e di quello che allora si riteneva
il loro più specifico campo d’azione, i due maestri
erano stati infatti ingaggiati dalla corte di Vienna per produrre
due brevi pièces teatrali – una nel popolare
forma tedesca del Singspiel, l’altra nella più
che affermata forma italiana della commedia buffa –
che rappresentassero i due generi di intrattenimento con musica
maggiormente in uso nei domini imperiali a più elevato
grado di cultura. L’occasione era politica: bisognava
che i Governatori degli indisciplinati Paesi Bassi, in quei
giorni ospiti di Vienna, tornassero in patria con una rassicurante
immagine positiva dell’equanimità e dello spirito
di tolleranza che regnavano nella capitale degli Asburgo.
La scelta aristocrazia convocata nell’Orangerie della
residenza di Schönbrunn (in italiano “Belfonte”,
come fra poco si vedrà) per banchettare sontuosamente
ed “esoticamente” e, nel frattempo, assistere
da due opposti palcoscenici effimeri a Der Schauspieldirektor
e a Prima la Musica, poi le Parole di Antonio Salieri (1750-1825)
su versi di Giovanni Battista Casti (1724-1803), stava a dimostrare
l’importanza e la delicatezza dell’appuntamento.
Proviamo a calarci nel significato più autentico e
profondo di quell’evento (in cui la musica svolgeva
un ruolo assai più marginale di quello che stasera
noi le assegneremo). Potremo farlo cercando di leggere sotto
le righe di una cronaca d’epoca, apparsa su Il Corriere
di Gabinetto. Gazzetta di Milano. Num. 15. Lunedì 20.
Febbraio 1786 : “Vienna, 8 Febrajo. […] Jeri mattina
a contemplazione de’ Reali Governatori dei Paesi Bassi
vi fu un brillantissimo divertimento. Quaranta coppie di Cavalieri
e Dame, e tra esse quella dell’Augusto Imperatore con
l’Arciduchessa Maria Cristina trasferironsi da questo
Cesareo Real Palazzo fuori alla Real Villa di Belfonte e là
smontarono tutte all’Orangerie nel giardino, ove già
disposta era la tavola adorna delle più rare piante
dell’uno e dell’altro emisfero mirabilmente ricche
di fiori e cariche di frutti. Ciascuno pigliò posto
per il pranzo, e s’intonarono i più graziosi
concerti con istrumenti da fiato da’ Virtuosi di camera
di Sua Maestà. Al finir di pranzo nel framezzo che
si preparava per il Desert, entrò la rappresentanza
d’una Commediola Tedesca sopra un Teatrino boschereccio
eretto in un angolo dell’Orangerie, e dopo di essa un
breve Dramma musicale buffo in Italiano sopra un Teatrino
di ugual gusto, costruito in un altro angolo della medesima.
Il Desert che frattanto fu disposto, fornito era d’ogni
qualità di frutta fresche pendenti da’ loro rami,
e da potersi spiccare a piacere dagli illustri Commensali.
All’avvicinarsi della sera tutto quel luogo simmetricamente
illuminato presentò il più leggiadro Spettacolo.
A 9 ore tutta la Compagnia ritornassi in Città. Il
Principe Stanislao Poniatowski fu anch’egli tra gli
invitati.”
In anni in cui la classe dirigente ungherese trovava sempre
più indigesto il diktat imperiale che le proibiva di
legiferare in lingua latina, come sempre aveva fatto per poter
tenere il popolo nell’ignoranza più cupa delle
ingiustizie e vessazioni che gli venivano inflitte, una festa
incentrata sul lusso “cosmopolita” di una tavola
imbandita con frutti e fiori provenienti da tutto il mondo,
sul vezzo per metà populista e per metà roussaeuiano
di “far spiccare frutti pendenti da’ loro rami
agli illustri Commensali” e sul confronto alla pari
di due lingue – il tedesco e l’italiano –
rispettivamente appartenenti al dire e al pensare dei dominatori
e al dire e al pensare della più intimamente inaffidabile
delle nazioni soggiogate, forse impressionò nel modo
desiderato i Reali Governatori dei Paesi Bassi, se non altro
per lo spazio di tempo di quell’8 febbraio 1786. Ma,
a dispetto di tanto ostentato ottimismo politico, la macchina
dell’ingiustizia e del pregiudizio continuava per altre
vie – le solite, le più nascoste, le più
sfuggenti – a macinare le sue piccole e grandi quotidiane
nefandezze. Venuto il momento di riscuotere, Mozart fu compensato
con un onorario di 50 ducati, Salieri con il doppio. Al di
là di quello che si potrebbe obiettare sottolineando
che, in tal modo, la lingua dei dominatori risulterebbe sottovalutata
rispetto a quella dei dominati, resta comunque inoppugnabile
l’argomento riguardante la posizione di Salieri rispetto
a Mozart in materia di politica culturale: ignaro quanto perfetto
costruttore di consenso l’uno, ignaro quanto irriducibile
produttore di irrequietezza estetica l’altro. All’imperatore
tutto ciò non sfuggiva e non poteva nutrire dubbi su
quale, fra i due illustri maestri, meritasse di trarre maggior
beneficio della sua inevitabile ingiustizia.
Danilo Faravelli
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